Quando arriva la Giustizia?

Ancora liberi gli imputati mafiosi condannati ma ''graziati'' dalla colpevole lentezza di un giudice di Gela

20 marzo 2008

Ieri, dopo 23 anni di dolore, colpevole lentezza, burocrazia, errori evitabili, ma anche coraggio e tenacia, giustizia è stata fatta per Graziella Campagna, brutalmente uccisa dalla mafia a 17 anni. "Nonostante avessero voluto zittirla con un'arma - ha detto commosso il fratello di Graziella, Pietro Campagna, che per la verità sulla morte di sua sorella ha impiegato vent'anni della sua vita - hanno dato voce al suo silenzio e la sua voce sarà sempre, sempre più forte. Oggi ha vinto lei, ha vinto la giustizia" (leggi).

Dunque, la Giustizia arriva, anche se alle volte tremendamente in ritardo. Altre volte, invece, questa sembra dissolversi nel tempo, e chi aspetta lo fa invano, con l'animo oppresso da un dolore che nessuno sembra voler riconoscere, sembra voler rispettare.
Ad esempio... Otto anni fa, nel maggio del 2000, furono condannati dal Tribunale di Gela (CL) Giuseppe Lombardo e Carmelo Barbieri, due mafiosi considerati esponenti di primo piano di Cosa nostra, a 24 anni di reclusione ciascuno. Venne condannata anche la moglie del boss Piddu Madonia, a 8 anni di reclusione, e altri quattro favoreggiatori di Cosa nostra condannati a pene minori.
Ecco, dopo otto anni dall'emissione della condanna, le persone sopracitate sono libere da 6 anni perché il giudice che emise la sentenza, Edi Pinatto non ne ha ancora scritto le motivazioni. Il giudice Pinatto avrebbe dovuto scrivere e depositare quella sentenza tre mesi dopo, ma non è accaduto e nel frattempo i condannati, che non abbiano altre sentenze in giudicato, sono a piede libero.
(leggi l'articolo ''Giustizia lumaca...'').

Il caso ha suscitato il ''solito'' vespaio di polemiche, e dai vari organismi istituzionali è montata la vergogna.
Nei giorni scorsi il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha voluto lanciare un chiaro monito alla magistratura: mai più ritardi della giustizia come quello di Gela, dove per una sentenza sono stati necessari 8 anni e un imputato di reato di mafia è stato scarcerato, ha detto Napolitano.
Il presidente della Repubblica ha inviato una lettera al vicepresidente del Csm Nicola Mancino, nella quale ha sottolineato "l'opportunità di invitare i Capi degli uffici a esercitare con tempestività e rigore i loro poteri di vigilanza e, nello stesso tempo, di assumere - con la urgenza che la situazione richiede - le determinazioni procedurali e organizzative idonee a evitare il ripetersi di episodi del genere o il loro inaccettabile protrarsi".
Vicende come quella occorsa a Gela ''sono episodi che - ha scritto ancora il capo dello Stato - minano il prestigio della magistratura e la fiducia che in essa ripone il cittadino".

Intanto, nonostante il monito del capo dello Stato, continuano ad essere ancora in libertà i sette imputati condannati quel 22 maggio del 2000 dai giudici del Tribunale di Gela che, a conclusione del processo "Grande oriente", comminarono pene per oltre un secolo di carcere per associazione mafiosa a componenti della cosca del boss Giuseppe "Piddu" Madonia, compreso lo stesso capomafia detenuto.
Il deposito delle motivazioni, compiuto ieri a otto anni dalla lettura delle sentenza dall'allora presidente del collegio Edi Pinatto, adesso in servizio a Milano, non ha cambiato lo stato di persone libere per sette componenti familiari del clan Madonia (moglie, sorella, cognato, cugino e uomini di sua stretta fiducia), condannati complessivamente a 90 anni di reclusione e che furono scarcerati nel gennaio del 2002 per decorrenza dei termini di custodia cautelare.

I magistrati della Dda della Procura di Caltanissetta stanno leggendo le motivazioni della sentenza e valuteranno le iniziative da adottare, come ricorrere in appello e anche l'eventuale richiesta di ripristino dell'ordine di custodia cautelare, ma soltanto, è precisato in ambienti qualificati, se ci sono gli estremi per un provvedimento che regga davanti a valutazioni di giudici terzi.
Eppure, c'erano volute 49 udienze e 50 ore di camera di consiglio al collegio presieduto da Edi Pinatto per infliggere 15 anni di reclusione allo stesso Madonia, e altri 90 anni complessivi ai sette componenti del clan familiare. Tutti accusati, a vario titolo, di associazione mafiosa e traffico di droga...

[Informazioni tratte da Repubblica.it e La Sicilia.it]

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20 marzo 2008

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