Ultime riprese a Palermo per il prossimo film di Paolo Sorrentino sul ''Divo'' Giulio Andreotti

08 ottobre 2007

Nei giorni scorsi sono iniziate nell'aula bunker del carcere Ucciardone di Palermo le prime riprese del film di Paolo Sorrentino intitolato ''Il divo'', pellicola che si ispira alla figura del senatore a vita Giulio Andreotti, che verrà interpretato dall'attore feticcio di Sorrentino, Toni Servillo.
Le riprese sono state effettuate anche nell'area vicina al carcere e sulla terrazza dell'Hotel Excelsior.

Sorrentino, uno dei registi italiani più talentuosi degli ultimi anni, porterà al cinema un capitolo importante della recente storia politica italiana, occupandosi di uno dei protagonisti assoluti di questa, il sette volte Presidente del Consiglio, Giulio Andreotti, sempre in primissima fila in tutte quelle circostanze che hanno segnato la vita dell'Italia in maniera eccezionale e alle volte in maniera drammatica.
La pellicola di Sorrentino si occuperà della figura di Andreotti dalla fine del suo ultimo governo, aprile 1992, alla vigilia del processo di Palermo, dove fu rinviato a giudizio per associazione mafiosa, con in mezzo la mancata conquista del Quirinale, la strage di Falcone e la malattia.
La scorsa settimana, infatti, a Palermo sono state girate alcune scene nell'aula che vide il senatore a vita sotto processo per mafia, dopo essere stato accusato da un pentito di avere delle strette vicinanze con Cosa nostra e in particolare col boss corleonese Totò Riina (storico oramai il ''leggendario bacio'' tra i due).

Il film, prodotto da Lucky Red, Indigo Film e Parco Film, è stato girata tra Roma, Torino e il capoluogo siciliano, che dovrebbe essere l'ultima location. Insieme al grande Toni Servillo, ci saranno anche Anna Bonaiuto nel ruolo della moglie di Andreotti (insieme anche ne 'La ragazza del lago' di Andrea Molaioli, e 'Morte di un matematico napoletano', di Mario Martone). Il cast vanta inoltre la partecipazione di Piera Degli Esposti, Fanny Ardant, nel ruolo di una nobildonna, e di Giorgio Colangeli.

Andreotti un divo poco divino
di Eugenio Scalfari (la Repubblica, 09 maggio 2007)

Il regista Paolo Sorrentino sta preparando un film sul senatore a vita. Ma si può portare sullo schermo un personaggio così impenetrabile come Giulio Andreotti, così immobile ed eguale a se stesso per tutto il lungo arco della sua vita pubblica e privata, dominato da una sola passione visibile, quella per il potere senza aggettivi, senza contaminazioni ideologiche, senza emozioni sentimentali?
E' quello che ha cercato di fare un giovane ma già affermato regista, Paolo Sorrentino, che sta preparando un film dal titolo 'Il divo', Andreotti appunto, cui questa definizione, diventata poi una sorta di nomignolo, fu appioppata una trentina di anni fa senza suo apparente fastidio e che ancora lo segue nonostante il passare del tempo e le vicissitudini che l'hanno accompagnato.
Il termine 'divo' ha almeno due accezioni: può significare 'divino' o, più modestamente, 'popolare', oggetto di ammirazione, eletto a simbolo di una moda e di una transeunte idolatria di massa, come lo furono al loro tempo Rodolfo Valentino, Elvis Presley e gli innumerevoli miti hollywoodiani. Nel significato di 'divino' fu usato per Augusto e per tutti i Cesari e gli Augusti che si susseguirono nella Roma imperiale fino a diventare simboli di culto.
Ma per Andreotti l'aggettivo 'divo' non si attaglia in nessuno dei due significati. Né in quello di divino né nella sua versione hollywoodiana. È piuttosto un appellativo ironico, con una mescolanza di disprezzo e di rispetto affettuoso. Riservato solo a lui. Altri noti furono poi definiti - con analoghe intenzioni di rispettosa ironia - megagalattici, ma divo è rimasto appiccicato soltanto a lui, il divo Giulio. Impenetrabile, enigmatico, sfuggente, laconico, ironico, gelido. Innamorato del potere per il potere.

Nella storia dell'Italia repubblicana non ha riscontro in altri personaggi di analogo conio e di analoga dimensione. Aldo Moro, che fu il suo avversario frontale, era fatto di tutt'altra pasta anche se per alcuni aspetti si somigliavano. Per esempio nell'arte del rinvio come strumento di durata politica. La differenza tra i due dipendeva dal fatto che Moro aveva una vista lunga e quindi seguiva una strategia, mentre Andreotti ha sempre navigato a vista e quindi ha privilegiato la tattica. La tattica è stata la sua strategia, la flessibilità il suo metodo: dividere gli avversari per batterli.
E' accaduto più volte che Moro usasse Andreotti per attuare la sua strategia, ma è anche accaduto il contrario e cioè che Andreotti usasse Moro per puntellare la sua tattica.
Che cosa avrebbe fatto e come si sarebbe comportato Andreotti se fosse stato rapito dalle Br al posto di Moro, come pure era nei piani dei brigatisti? Sarebbe riuscito a scampare la vita da quella cupa prigione? Molti si sono posti questa domanda che resta comunque irrisolvibile.

Ho nominato prima il 'divo Giulio' per eccellenza, che fu Ottaviano Augusto. Fu un personaggio grandioso quando, dopo la battaglia di Anzio, ebbe finalmente tutto il potere nelle sue mani. Da quel momento diventò impenetrabile ma fino ad allora, nei lunghi anni delle guerre civili e del triumvirato, tutte le sue passioni, le sue crudeltà, la sua intelligenza, le sue viltà, vennero allo scoperto così come nella tarda vecchiaia balzò in primo piano la sua radice familistica, il suo disperato tentativo di lasciare il potere a un successore legato a lui da vincoli di sangue e non soltanto di affiliazione come invece la sorte (e la volontà di sua moglie Livia) lo costrinsero a fare.
Ma per tornare ad Andreotti, c'è solo un personaggio storico al quale si può raffrontare, sia pure con ben altra dimensione, ed è Talleyrand. Stessa passione per il potere senza aggettivi, stesso uso spregiudicato dei mezzi, stessa sapienza tattica, stesso cinismo.
Talleyrand attraversò uno scenario storico infinitamente più grandioso, la Rivoluzione, l'Impero di Napoleone, la Restaurazione, il regno borghese di Orléans. E nonostante il suo cinismo e la sua corruzione privata, ebbe tuttavia una sua concezione della Francia e cercò di salvaguardarla.

Personalmente dubito che Andreotti abbia avuto una sua concezione, un suo disegno dell'Italia. Né dell'Europa. Ma un primato tuttavia l'ha realizzato e non è soltanto quello del numero dei ministeri che ha ricoperto e dei governi che ha presieduto, ma è la sua identificazione totale con la politica in quanto scienza del potere. La sua grandezza è stata direttamente proporzionale al suo cinismo. Meritava perciò di diventare un soggetto filmico. Vedremo con quale risultato, ma quello non dipende da lui.

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08 ottobre 2007

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