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Un'amicizia sospesa...

Il governo italiano ha "sospeso" il Trattato d'amicizia con Gheddafi. "E' inevitabile che il colonnello adesso esca di scena"

28 febbraio 2011

C'è chi lo preferisce all'amore, perché un sentimento più stabile, meglio gestibile e che da' più garanzie, ma anche questo può finire... Parliamo del sentimento dell'amicizia.
Se qualcuno lo avesse dimenticato, il 30 agosto 2008 a Bengasi, la Repubblica italiana e la Grande Giamahiria araba libica popolare socialista hanno firmato un Trattato di amicizia e cooperazione. Un documento all'interno del quale, scritto nero su bianco, l'Italia si impegnava pesantemente nei confronti della Libia (economicamente, diplomaticamente, etc etc) in cambio, principalmente, del controllo serrato delle partenze dei migranti dai porti libici. Avrebbero potuto chiamarlo diversamente, ma Berlusconi e Gheddafi hanno creduto fosse bene utilizzare proprio quella parola: AMICIZIA.
Bene, sappiamo tutti quello che sta avvenendo in Libia, e qualcuno ha addirittura il coraggio di mostrarsi meravigliato davanti alla ferocia e alla follia dimostrata dal colonnello Muammar Gheddafi. Tra le prime cose che gli italiani si sono chieste c'è stata sicuramente il quesito sull'amicizia con il raìs. "Dobbiamo essere ancora amici con un dittatore come questo?". All'inizio l'attegiamento del governo italiano è stato come di "sospensione del giudizio"; mentre Gheddafi faceva bombardare i manifestanti dalla Farnesina si dicevano cose poco sensate per prendere tempo. Fortunatamente, dopo la subitanea condanna dell'Unione europea e degli Stati Uniti, l'Italia si è aggregata educatamente alla condanna unanime e non ha aggiunto altro: "La nostra posizione è quella dell'Europa. Condanniamo senza se né ma, il governo di Tripoli"
E il Trattato di amicizia? "Di fatto il trattato di amicizia tra Italia e Libia", ha detto nei giorni scorsi il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, "non c'è più, è inoperante, è sospeso". "Per esempio - ha spiegato il ministro - gli uomini della Guardia di finanza che erano sulle motovedette per fare da controllo a quel che facevano i libici, sono nella nostra ambasciata". "La conseguenza di questo fatto - ha sottolineato La Russa - è che noi pensiamo, consideriamo probabile, che siano moltissimi gli extracomunitari che possano via Libia arrivare in Italia, molto più di quanto avveniva prima del trattato".
La Russa ha chiesto che l'Italia non venga lasciata sola. "Non si può immaginare che con una sorta di egoismo dell'Europa del Nord, l'Europa del Sud, in questo caso l'Italia, venga lasciata sola nell'affrontare questa questione" ha affermato il ministro della Difesa. "In questa situazione - ha aggiunto - la nostra volontà è di coinvolgere l'Europa. Va bene le sanzioni, va bene la condanna, ma poi si deve fare carico anche dell'emergenza".

Sulla situazione in Libia è poi nuovamente intervenuto il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, all'inizio del suo discorso al congresso del Partito Repubblicano sabato scorso. "Sembra che effettivamente Gheddafi non controlli più la situazione" sono state le parole del premier. Di fronte alla crisi libica, ha sottolineato Berlusconi, un "supplemento di senso dello Stato sarebbe doveroso, è quello che il governo si aspetta da tutte le forze responsabili" ed è perciò "desolante" assistere a "polemiche provinciali per attaccare il governo su scelte di politica estera che fanno parte della nostra storia, condivise dai governi di tutti gli schieramenti".
Riferendosi a quanto sta accadendo in Libia e in tutti i paesi del Nord Africa il premier ha ribadito che "se tutti siamo d'accordo sul fatto di porre fine ad un bagno di sangue raccapricciante va detto che il futuro è pieno di incognite", perché potremmo trovarci di fronte a "stati più liberi e democratici" ma anche "a centri pericolosi di integralismo islamico". Berlusconi ha poi sottolineato il rischio che possa mettersi in moto un'"emergenza umanitaria senza precedenti" e l'importanza per l'Italia dei "rapporti commerciali" e del "futuro energetico" in riferimento alla situazione dei paesi nordafricani. "Una classe dirigente seria - ha detto ancora Berlusconi - di fronte alle emergenze e alle situazioni di difficoltà si deve unire, noi invece continuiamo ad additarci su una polemica mediocre in quel teatrino della politica che non si decide mai ad abbassare il sipario neppure di fronte alle tragedie della storia".

Ritornando al Trattato di amicizia, il ministro degli Esteri Franco Frattini, intervistato da SkyTg24, ritiene "inevitabile" che il leader libico Muammar Gheddafi abbandoni la scena del Paese, poiché la situazione in Libia è ormai a un "punto di no ritorno". Il titolare della Farnesina ha spiegato che l'Italia non è più vincolata dal trattato sottoscritto con la Libia in vista di un eventuale intervento nel Paese: "Assolutamente no, noi abbiamo sottoscritto il trattato di amicizia con uno Stato quando viene meno l'interlocutore, in questo caso lo Stato, viene meno l'applicabilità di quel trattato, questo lo dice in modo chiaro il diritto internazionale". "E' evidente - ha aggiunto Frattini - che già ora noi non abbiamo più un interlocutore, non abbiamo strumenti con cui riferirci, non ci sono ministeri a cui possiamo fare riferimento, quindi la sospensione è comunque de facto, anche senza dichiararla, è già una realtà". Quanto all'invito fatto dall'opposizione di dichiarare anche formalmente la fine del trattato, Frattini replica: "Questo è evidente, lo discuteremo in Parlamento".

L'ARRIVO A CATANIA DELLA NAVE SAN GIORGIO - E' attraccata ieri nel porto di Catania la nave San Giorgio della marina militare italiana con a bordo 258 persone, tra cui 121 italiani, che hanno lasciato la Libia. A bordo della San Giorgio ci sono anche 250 uomini di equipaggio al comando del capitano di vascello Enrico Giurelli.
Oltre agli italiani, ci sono cittadini inglesi, francesi, belgi, olandesi, austriaci, turchi, albanesi, macedoni, portoghesi, slovacchi, ucraini, croati, romeni, indiani, messicani, thailandesi, filippini, marocchini, tunisini, algerini, della Tanziania, delle isole Mauritius e anche un libico che ha preferito lasciato il suo paese.
"Essere riusciti a tornare in Italia per noi è un miracolo, non vedevamo l'ora di tornare perché lì cominciava a essere triste", ha detto Francesco Baldassarre, 34 anni, sbarcato dalla nave San Giorgio insieme con il padre Gino, di 54. Entrambi di Brindisi, sono dipendenti della Tecnomontaggi e sono rientrati in Italia su disposizione della loro azienda. "Raggiungere la nave - ha aggiunto - è stato un po' problematico. Ci fermavano ai posti di blocco, erano armati, comunque ci hanno scortati e sentivamo dire che a 15 chilometri da noi stavano bombardando l'aeroporto di Misurata. Nel campo dove eravamo ospitati la situazione era abbastanza tranquilla. I libici ci hanno trattati bene".
A bordo della San Giorgio anche Daniele Coffaro e Carlo Giordano, i due docenti di Palermo rimasti bloccati nei giorni scorsi a Misurata. Sostengono di essere stati "trattati benissimo. Non abbiamo tenuto in nessun momento. Eravamo lì per insegnare italiano all'università di Misurata. I ribelli ci hanno chiesto di dare informazioni dal loro punto di vista perché loro non hanno modo di dare notizie. Dicono che tutto quello che si vede sulla tv libica è una falsità, che non hanno niente a che fare con Bin Laden, che non sono drogati e che metà esercito è dalla loro parte".
Il portavoce della Farnesina, Maurizio Massari, ha detto: "Abbiamo rimpatriato con successo gran parte degli italiani residenti e presenti in Libia. Rimangono nel Paese poche decine di connazionali, che sono già segnalati e che rimpatrieremo nei prossimi giorni. Le operazioni sono un successo che rappresentano il risultato di una sinergia tra Farnesina, Ministero della Difesa e Ambasciata". In Libia "rimangono veramente pochi italiani e con il ministero della Difesa stiamo effettuando nuovi tentativi per riportarli a casa. Siamo già a 1.400 rientrati in Italia su 1.480" ha sottolineato il ministro Frattini, precisando che "alcuni non hanno chiesto di rientrare".
"Gli scenari sono vari. Certamente, come ha detto il nostro ministro, ci può essere un esodo di dimensioni notevoli sia di profughi che di cittadini che vogliono trovare lavoro. Quindi bisogna controllare l'attività in mare". A parlare, incontrando i giornalisti a bordo della San Giorgio, è il comandante della squadra navale ammiraglio Luigi Binelli Mantelli. "La nostra attività di sorveglianza marittima nel Mediterraneo e in tutte le parti dove è necessario è fondamentale - ha detto l'ammiraglio - proprio per assicurare questa predisposizione. So che ci sono risoluzioni dell'Onu alle quali dovremo dare un contributo". "Abbiamo da tempo - ha concluso Binelli Mantelli - rafforzato il dispositivo di sorveglianza verso l'immigrazione clandestina con due unità in mare, un veicolo di sorveglianza marittima che fa una missione al giorno e poi adesso la nave Mimbelli, che contribuirà insieme ai mezzi dell'Aeronautica per garantire la sorveglianza dei cieli oltre che del mare".
"I passeggeri hanno raccontato di una situazione estremamente fluida e complessa, di violenza, tutto quello che è il corollario tipico della caduta di un regime. Non sappiamo se ci sono altri italiani, se ci fossero ci rimanderanno giù" ha aggiunto il capitano di vascello Enrico Giurelli, comandante della nave della Marina Militare Italiana San Giorgio. "Il viaggio è andato bene - ha proseguito Giurelli - ma poteva andare meglio se non ci fosse stato tutto il mare che abbiamo trovato, soprattutto a scendere e nella zona di Misurata, che ci ha complicato un pò la vita soprattutto per le operazioni di recupero dei connazionali però devo dire che la professionalità dell'equipaggio e capacità dimostrata da tutte le componenti della nave hanno permesso di portare a termine l'operazione in maniera esemplare". "Quando siamo partiti - ha aggiunto Giurelli - la situazione in Libia era quella che tutti conosciamo, una situazione di instabilità. Non abbiamo una situazione chiara in merito alle particolari situazioni politiche però che quello che avevamo chiaro era la necessità assoluta di recuperare i nostri connazionali e tutti quelli che dovevano uscire dal Paese che erano nella zona di Misurata".

SCONTRI A MISURATA - E' di 23 morti e 235 feriti il bilancio finale degli scontri avvenuti sabato a Misurata tra i ribelli e le milizie fedeli a Muammar Gheddafi per la presa dell'aeroporto cittadino. E' quanto hanno reso noto i rivoltosi che hanno assunto il controllo della città libica secondo quanto riferisce il sito Libya al-Youm. Si tratta di un bilancio ufficiale e per questo i ribelli hanno pubblicato la lista con i nomi delle 23 persone morte negli scontri a fuoco. Il bilancio dei morti potrebbe però salire nelle prossime ore perché tra i feriti ci sono molti che versano in gravi condizioni.
E violenti combattimenti si sono registrati la scorsa notte nella città occidentale libica di al-Zawiyah. Secondo quanto riferito dal quotidiano arabo al-Quds al-Arabi, che cita alcuni testimoni, "le forze fedeli a Gheddafi hanno sferrato un duro attacco provocando il ferimento di molte persone. A sparare erano soldati mercenari che hanno usato le armi pesanti per bombardare la città". Secondo questa fonte dall'inizio della rivolta sono una cinquantina le persone uccise in quella zona. Al-Zawiyah è ancora in mano ai ribelli ma nella periferia sono presenti le truppe fedeli a Gheddafi.
Un gruppo di giovani ha invece occupato, nella notte tra sabato e domenica, il valico di frontiera di Nalut, che divide la Libia dalla Tunisia. Secondo quanto ha riferito un testimone presente nella zona, alla tv Al Arabiya, un gruppo di giovani ha preso d'assalto il valico di frontiera cacciando le guardie presenti. I manifestanti chiedono alle organizzazioni umanitarie di recarsi sul posto per entrare in Libia e portare aiuti alla popolazione. Sempre la scorsa notte le milizie fedeli a Gheddafi hanno occupato un altro valico di frontiera, quello di Ras Ajdir, posto lungo il confine tunisino nella parte che si affaccia sulla costa, considerato il principale valico che divide i due paesi.
Nei giorni scorsi gli ufficiali della base aerea militare libica Gamal Abdel Nasser, che si trova 16 chilometri a sud di Tobruk, nel nord-est del paese, sono passati dalla parte dei rivoltosi. Lo ha annunciato un ufficiale della base militare intervistato da Al Arabiya. La base aerea ospita 60 caccia Mirage F1 dell'aviazione libica.
L'ex ministro dell'Interno libico, Abdel Fattah Yunis, da Bengasi, in un'intervista ha affermato: "Tutto l'esercito libico deve unirsi alla rivolta, non c'è nulla da aspettare".

"Ci sono forze straniere dietro le manifestazioni contro il regime in Libia". E' questa l'accusa lanciata da uno dei figli e delfino del Colonnello, Seifulislam Gheddafi, in un'intervista ad Al Arabiya di sabato. "La maggior parte delle zone del paese sono in una situazione di calma - ha aggiunto - a Tripoli c'è la metà della popolazione libica, tutta la ribellione è limitata alle zone orientali. In occidente, ad esempio ad al-Zawiyah, tutto torna alla normalità". Quanto ai morti di Bengasi, "molte delle vittime sono cadute non perché il governo ha ordinato di sparare ma perché si sono scontrate tra loro". Il figlio del leader libico ha poi bollato come "ridicole le dicerie sulla presenza di mercenari e sui raid aerei sui manifestanti. I caccia hanno bombardato solo i depositi di armi".
Poi l'avvertimento: "Non minaccio i libici, ma li avverto sui rischi dell'anarchia". Il colonnello "Gheddafi vuole attuare una serie di riforme, ma in modo pacifico, senza cadere nel caos". Mentre le rivolte in corso rendono possibili tutte le opzioni, "compresa la guerra civile". Secondo Seifulislam, "in Libia sta avvenendo come è avvenuto in Libano, quando Jaish al-Islam, il gruppo vicino ad al-Qaeda, ha scatenato una guerra con l'esercito".
Intanto, la moglie di Gheddafi, Ayesh, e la figlia Aisha sarebbero partite ieri mattina da Tripoli alla volta di Vienna. E' quanto ha affermato un oppositore in esilio del regime libico contattato dalla tv satellitare Al Arabiya. La notizia non ha trovato però conferme ufficiali. Altre fonti danno Aisha e la madre in Arabia Saudita.

L'ONU HA APPROVATO ALL'UNANIMITA' LE SANZIONI VERSO GHEDDAFI - Il Consiglio di Sicurezza dell'Onu ha approvato all'unanimità la risoluzione 1970, che impone sanzioni al leader libico Muammar Gheddafi, alla sua famiglia e ai fedelissimi del regime.
La risoluzione prevede in particolare l'embargo sulla vendita di armi, il divieto di viaggiare negli Stati membri dell'Onu per 16 persone (tra cui il Colonnello, i suoi otto figli e altre persone legate al regime) e il congelamento dei beni finanziari del leader libico, di quattro dei suoi figli e di un'altra persone vicina al regime. Nel documento, inoltre, i membri del Consiglio di sicurezza affermano che "gli attacchi sistematici" contro la popolazione civile in Libia "possono essere considerati crimini contro l'umanità".
Dal canto suo il presidente Usa Barack Obama ha chiesto a Gheddafi di lasciare subito il potere "per il bene del suo Paese". In una nota la Casa Bianca ha fatto sapere inoltre che Obama "ha ribadito che quando un leader sta al potere con l'unico scopo di usare violenza generalizzata contro il suo popolo ha perso ogni legittimità di governo. E per il bene del suo Paese è necessario che lasci subito il potere". Sulla scia di queste parole, gli Usa hanno offerto aiuto all'opposizione libica. In viaggio verso Ginevra, dove domani parteciperà al Consiglio per i diritti umani, il segretario di Stato americano Hillary Clinton ha detto che gli Stati Uniti sono pronti a offrire "ogni tipo di assistenza" ai libici che desiderano deporre il colonnello Gheddafi.
L'Unione europea imporrà sanzioni al regime di Gheddafi "come questione di urgenza", ha annunciato l'Alto rappresentante dell'Ue per gli Affari esteri e la Politica di sicurezza Catherine Ashton dopo l'approvazione delle sanzioni da parte delle Nazioni Unite. La Ashton ha spiegato che "l'adozione formale di sanzioni avverrà il prima possibile per assicurare una piena e immedata implementazione".

[Informazioni tratte da Adnkronos/Aki, Ansa, Adnkronos/Ing, Lasiciliaweb.it, Corriere.it]

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28 febbraio 2011
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