Un'intervista col regista de ''Il voto è segreto'' nelle sale dal 26.10

22 ottobre 2001
Parla l’iraniano Babak Payami, il regista di Il voto è segreto.

"Spero si tratti solo di un refuso tipografico", con una battuta Babak Payami, liquida le polemiche sulle recenti dichiarazioni di Berlusconi. E il regista di Il voto è segreto - film che ha ricevuto il premio della Giuria ma, a detta di molti, vincitore "morale" della 54esima edizione del Festival di Venezia- è uno che di sense of humour se ne intende. Tra i tanti pregi del suo film c'è infatti la capacità di maneggiare con tagliente ironia una materia spinosa come l'utopia democratica, o meglio l'alfabetizzazione alla democrazia.

Un isola semideserta, paladine riformiste che piombano all'improvviso via mare, mentre direttamente dal cielo precipita un seggio elettorale, votanti rincorsi a bordo di una jeep, soldati chiamati a vegliare sul nulla. E' evidente che questo tipo di elezioni non esistono nella realtà, o no?

"Certo che no, quella del film è una situazione assurda. Anche se la realtà alle volte supera la finzione".

Sebbene nel film non si critichi nessuno apertamente, una certa dissidenza traspare comunque. Potrebbe quest’ultima compromettere l’uscita del film in Iran?

"Attualmente lo stanno analizzando gli organi di Stato e la censura. Non ho ancora avuto notizie a riguardo, ma sono ottimista. Non era mia intenzione criticare una particolare posizione politica, piuttosto volevo che questo film stimolasse delle domande, suscitasse nello spettatore degli interrogativi validi non solo in Iran, ma ovunque. Non è un film sulle elezioni nel mio Paese, vorrei che fosse chiaro".

Lei è iraniano ma si è formato, ha vissuto in Canada, dunque conosce entrambe le realtà: che idea si è fatto della difficile situazione che stiamo vivendo?

"Non è facile dirlo in due parole. Sono dell'idea che non si riuscirà mai a parlare in modo abbastanza approfondito della tragedia che stiamo vivendo. Termini come guerra, operazione militare sono obsoleti, inopportuni. E' una questione sociopolitica molto complessa che andrebbe però affrontata con più sensibiltà, con un contributo di umanità. Non si deve alimentare in nessun modo questa frenesia di violenza. Bisogna rispondere con il dialogo".

Ed è ottimista a riguardo?

"Mi piacerebbe esserlo, ma a dire la verità non sono ottimista. Ci sono morti, fame massacri ovunque. Bisogna cambiare radicalmente strategia. Quello che vediamo è il prodotto di anni e anni di ignoranza".

Si spieghi meglio...

"Per ignoranza intendo la volontà di ignorare, di non sapere. Ed è un fatto reciproco. Si parla tanto di villaggio globale, ebbene mi può indicare la strada per arrivarci, dove è? Io non l'ho trovata...".

Qualche giorno fa il suo collega Danis Tanovic diceva che l'Afghanistan andrebbe bombardato a suon di pane, libri, dvd... lei è d'accordo?

"Completamente, lo sottoscrivo. Se solo una minima frazione dei fondi utilizzati per le armi fosse devoluta per nutrire le persone saremmo già un passo avanti".

Oggi come oggi, pensa che il suo film incontri qualche resistenza in più da parte del pubblico occidentale?

"Io penso esattamente il contrario. Le faccio un esempio: a Toronto doveva essere presentato proprio l'11 settembre. Per ovvi motivi la proiezione è stata rimandata al giorno dopo. La sala era piena e la voglia di capire, di confrontarsi si percepiva fortissima. Credo che sia il momento giusto per vedere un film del genere".

Come pensa che reagirà l'Iran a un eventuale attacco americano?

"Come posso dirlo. Quando si è al centro delle cose è sempre più difficile farsi delle opinioni. Se le chiedessi cosa farà Bush o il suo governo domani lei saprebbe rispondermi?".

Le donne sono infondo le protagoniste del suo film. Ci parli della situazione femmile in Iran è così come ci viene presentata dai media?

"Quando si parla della difficile condizione femminile spesso si calca la mano sulle imposizioni fatte dall'esterno. Mentre uno degli aspetti più interessanti e seri da affrontare è il fenomeno del imposizione che viene dall'interno, dell'autoinibizione. E' un condizionamento culturale e religioso che ha radici profonde e va trattato come tale. Questo intendo quando parlo di riforme graduali, di passaggi graduali. Le donne stanno facendo moltissimo in questo senso, sono il vero motore del miglioramento e, credo, che nel mio film questo si veda. Non bisogna mai lasciarsi forzare dai cambiamenti bisogna essere convinti di poter cambiare e in meglio. Non vedo di buon occhio nessuna imposizione, nemmeno quelle a fin di bene. Prima delle idee ci sono le persone".

Da dove viene l'ironia del film?

"Dal fatto che mi sono mosso come un acrobata nel tentativo di non esprimere giudizi di merito e spesso per tenermi in equilibrio precario ho utilizzato l'ironia, l'unica arma possibile".

Perché è tornato a vivere in Iran?

"Mi mancavano strade, cose e persone. E' come una specie di risveglio. All'improvviso senti che è ora di tornare a casa ".

Fonte: Primissima

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22 ottobre 2001

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