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Un nodo difficile da sciogliere

Secondo le accuse dei pm riportate dai giornali, Raffaele Lombardo è stato eletto con l'aiuto della mafia, ma la Procura di Catania...

05 novembre 2010

Il presidente della Regione Siciliana Raffaele Lombardo deve rispondere in queste ore di accuse pesanti, condivise con il fratello Angelo, deputato nazionale Mpa e presunto tramite del presidente con le organizzazioni criminali.
Secondo un articolo di "Repubblica", firmato da Francesco Viviano e Alessandra Ziniti (LEGGI), tra le 583 pagine della richiesta di arresto per i politici coinvolti nell'inchiesta che ha decapitato le cosche catanesi (LEGGI), i magistrati si riferiscono a incontri notturni nelle tenute dei mafiosi per chiedere voti, campagne elettorali sovvenzionate con i soldi delle estorsioni, 22 milioni di finanziamenti pubblici convogliati nelle casse di Cosa nostra.
Informazioni, quelle raccolte dai pm, che si aggiungono alla corposa mole di intercettazioni (in cui il governatore siciliano Raffaele Lombardo è al centro dei discorsi dei boss etnei) raccolte nell'inchiesta Iblis, ma che contrastano con le dichiarazioni del procuratore di Catania Vincenzo D'Agata, secondo il quale non ci sono gli estremi per procedere contro Lombardo dal momento che "le risultanze dell'indagine non sono sul piano probatorio idonee per adottare alcuna iniziativa processuale".
Linea battuta anche dagli avvocati del presidente della Regione. "La continua e ossessiva pubblicazione di presunte emergenze investigative - spiegano i legali -, mentre trattasi di atti acquisiti da mesi dalla Procura e la cui consistenza è stata a lungo vagliata, ci induce a ribadire che, come specificato dalla stessa Procura di Catania, 'non sussistono elementi per iniziative processuali' nei confronti del nostro assistito". Secondo gli avvocati "considerato il ruolo istituzionale del presidente, lo stesso ha da sempre manifestato e assicurato piena disponibilità ad essere sentito dagli inquirenti, mentre è stato del tutto fuorviante, e francamente inaccettabile essere costretto di volta in volta a rispondere a dicerie, millanterie, mediaticamente diffuse, attribuite a soggetti che non hanno trovato riscontro in fatti ed elementi concreti, nonché a presunte iniziative cautelari personali (prontamente smentite dalla Procura di Catania)".

Ci sono poi le accuse del collaboratore di giustizia Maurizio Avola, sicario della cosca Santapaola, che secondo i magistrati della Dda della Procura di Catania "non hanno trovato riscontro" nelle dichiarazioni di altri pentiti che "non erano in possesso di notizie" sul governatore.
Avola ai magistrati, nel marzo del 2006, aveva detto di avere visto "in un telegiornale l'onorevole Raffaele Lombardo che faceva l'alleanza con la Lega Nord con Calderoli" e di averlo riconosciuto. Secondo il pentito era lo stesso uomo che nel 1992 aveva visto per due volte in casa di un falegname a San Giovanni La Punta dove si nascondeva il boss Benedetto Santapola, allora latitante per l'omicidio del generale Alberto Dalla Chiesa. Poi lo avrebbe incontrato più volte in un'area di servizio con il boss di Cosa nostra Marcello D'Agata, che gli avrebbe riferito di avere con l'esponente politico. Secondo il pentito Lombardo era in possesso di un'auto particolare: una Lancia evoluzione, a trazione integrale, di colore blu. Voleva rubarla ma il boss lo fermò dicendogli che era di un "amico".
Ma per la Procura "le dichiarazioni di Avola non sono state finora positivamente riscontrate". Da accertamenti alla casa automobilistica è emerso che due sole auto Lancia Delta evoluzione sono state immatricolate a Catania, entrambe dopo l'arresto di Avola. Per questo la Procura ha avanzato richiesta di archiviazione del fascicolo che è stato respinto dal Gip che ha disposto l'interrogatorio di altri pentiti. I collaboratori di giustizia, sentiti dalla Dda, però "non sono in possesso di notizie idonee a riscontrare le dichiarazioni di Maurizio Avola".

Ovviamente, in tutta questa baraonda bisogna considerare anche i risvolti politci. Italia dei Valori parla di "inaccettabile sostegno del Partito democratico al governo Lombardo". Il Pd, i cui parlamentari all'Ars andranno in "ritiro" in un antico baglio alle porte di Palermo per una full immersion di tre giorni sui temi della politica, torna dunque al centro della polemica per l'appoggio al governatore, indagato per concorso esterno in associazione mafiosa pur non avendo mai ricevuto l'avviso di garanzia.
Ai continui inviti a "staccare la spina" con l'Mpa, risponde il capogruppo all'Ars, Antonello Cracolici, ribadendo che il Pd è pronto ad abbandonare la coalizione se Lombardo risultasse coinvolto in vicende di mafia. "Se Cuffaro e i suoi uomini non sono più al governo della Regione - dice Cracolici - e se il Pdl più forte d'Italia si è sgretolato è il risultato del lavoro politico e parlamentare fatto dal Pd siciliano". Gli fa eco Anna Finocchiaro, presidente dei senatori del Pd: "Qualora Lombardo risultasse colpevole dei reati per cui è indagato il Pd dovrebbe uscire dalla maggioranza, non si può fare altrimenti, l'ho detto dal primo momento".

Il boss Di Dio: "Il governatore è munnizza" - "Ho rischiato di dare la vita e la galera per lui" è "venuto da me di notte, è stato due ore e mezza" ma "ora neanche se viene il Padre eterno lo aiuto". Così il presunto boss di Ramacca, Rosario Di Dio, parla a un amico dei suoi presunti contatti con il presidente della Regione Siciliana, Raffaele Lombardo, in un'intercettazione compiuta da carabinieri Ros nell'inchiesta Iblis.
Allo sfogo del presunto capo di Cosa nostra del paese etneo i magistrati della Dda non hanno trovato riscontri, e per questo il fascicolo in cui sono indagati il governatore e suo fratello Angelo Lombardo, deputato nazionale del Mpa, come ha spiegato il procuratore capo Vincenzo D'Agata resta aperto anche se "non si ritiene, allo stato, esistere la idoneità per adottare alcuna iniziativa processuale nei suoi confronti".
L'atto non è inserito nell'ordinanza eseguita l'altro ieri, ma nella richiesta della Dda della Procura di Catania al Gip Luigi Lombardo. Secondo la ricostruzione dell'accusa, Di Dio sostiene di avere incontrato Angelo e Raffaele Lombardo, che sono indagati da diversi mesi per concorso esterno all'associazione mafiosa, nella sua abitazione, mentre era sorvegliato speciale, facendo così rischiare di farlo arrestare, la notte antecedente le votazioni per "le prime elezioni regionali che ci sono state".
Le "lamentele" ascoltate dal Ros, si riferirebbero al mancato ricevimento di alcuni favori dai fratelli Lombardo, dai quali non ottiene invece alcuna contropartita. Come quando gli chiedono di risolvere un problema con il consorzio di bonifica con il figlio di Di Dio per una 'sanatoria' con pagamenti a rate di un grosso debito per la fornitura d'acqua. Ma i politici lo ignorano completamente e neppure lo ricevono.
"Questo bastardo - esplode Di Dio la sera del 19 dicembre del 2009 mentre davanti la Tv vede Lombardo - è un pezzo di m..., è munnizza, un gesuita è un gran cornuto che ci cercava quando non era nessuno", e arrabbiato aggiunge: "Sono dovuto andare al voto ma la mia famiglia voti al presidente non gliene ha dati". "Ma perchè non gli fanno una mozione di sfiducia e lo mandano a casa?". Di Dio si lascia andare a una previsione: "Questo dura cinque anni, te lo dico io....".

Sono diverse le lamentele di esponenti della cosca, che emergono dalle intercettazioni. Come quella del rappresentante provinciale di Cosa nostra, Enzo Aiello, che al geologo Giovanni Barbagallo dice che "un messaggio a Raffaele Lombardo gli si deve fare arrivare...". "Non solo - aggiunge - non scordatevelo, gli ho dato i soldi nostri! Del Pigno... glieli ho dati a lui per la campagna elettorale...". Dalle indagini è emerso che probabilmente il boss si riferisse alla realizzazione di un centro commerciale nel rione Pigno di Catania. Lo stesso Aiello si lamenta per la decisione di Raffaele Lombardo di mettere dei magistrati nel suo governo: "Questo è un cornuto che non ce n'è! C..., come gli ha messo due della Dda nella giunta regionale?". Secondo il presunto boss "se ti conservi la vipera nella tasca, prima o poi ti morde!". "Ma scusa - dice rivolgendosi a un suo affiliato - ma allora questi voti perchè glieli abbiamo dati?".
Aiello, in altre circostanze, citando l'atteggiamento di chiusura adottato da Raffaele Lombardo, ai suoi sodali spiega che occorre puntare sempre sulla Regione perchè, spiega, "è lì che a noi ci interessa..." visto che "i soldi non arrivano dai vari ministeri ma dalla Regione...". E per questo chiede a Barbagallo chi sono le persone che si possono contattare e il geologo fa i nomi di tre esponenti allora all'Udc: Salvatore Cuffaro, Fausto Fagone e Pippo Gianni.
Il geometra Barbagallo, nell'ambito dell'interrogatorio di garanzia, ha confermato ai giudici di conoscere il boss Enzo Aiello e di sapere che in passato aveva avuto problemi con la giustizia, ma che pensava avesse cambiato vita. Sulle frequentazioni nella sua abitazione di campagna, dove secondo l'accusa si sarebbero tenuti anche incontri con esponenti mafiosi, il geometra ha spiegato che la sua era "come la casa del sindaco" dove entrava tanta gente. Barbagallo ha sostenuto che tutti i suoi interessamenti per imprese e società erano soltanto professionali.

Fausto Fagone: "Conoscevo Di Dio. Gestiva un'area di servizio" - "Conoscevo Rosario Di Dio come gestore di un'aria di servizio, dove mi rifornivo di carburante e con il quale a volte mi fermavo a parlare" ha affermato il deputato regionale del Partito Italia domani, Fausto Fagone, arrestato da carabinieri del Ros per concorso esterno in associazione mafiosa nell'ambito dell'inchiesta Iblis, nell'interrogatorio di garanzia al Gip Luigi Barone. Erano presenti, oltre ai legali dell'indagato, anche i magistrati della Dda di Catania, Giuseppe Gennaro, Antonino Fanara, e Iole Boscarino.
"Fausto Fagone ha risposto alle domande dei magistrati per chiarire, punto per punto, la sua posizione che lo vede accusato di concorso esterno - ha precisato l'avvocato Giuseppe Marletta -Il mio assistito, che ha voluto rispondere ai magistrati, rifiutando di avvalersi, come altri, della facoltà di non rispondere ha ribadito la sua assoluta estraneità ai fatti e ha spiegato nei dettagli dove e perchè ha incontrato qualche volta il titolare del rifornimento di benzina situato proprio nella strada statale sotto il paese di Palagonia". "Restiamo fiduciosi - ha concluso il penalista - nell'operato della magistratura, certi che si possa chiarire anche nei dettagli l'estraneità dell'onorevole con le frequentazioni contestate".

Il pentito Sturiale racconta il presunto pestaggio di Angelo Lombardo - La presunta aggressione del deputato nazionale del Mpa Angelo Lombardo, fratello del presidente della Regione Siciliana Raffaele, è ricostruita dalla Procura di Catania nella richiesta dell'ordinanza Iblis. L'episodio è descritto dal collaboratore di giustizia Eugenio Sturiale, un affiliato alla 'famiglia' Santapaola transitato nel clan Cappello e infine approdato nella cosca Laudani.
Il pentito ha raccontato di avere appreso da Carmelo Santocono, uomo di fiducia del boss Aldo Ercolano, nipote e alter ego del capomafia Benedetto Santapaola, che Angelo Lombardo era stato "sonoramente bastonato subito dopo le elezioni regionali del 2008" per "non avere tenuto fede all'impegno assunto" nonostante avesse "ricevuto dalla cosca l'appoggio richiesto".
Sturiale ha aggiunto che il parlamentare dopo essere stato bastonato "era stato masculu" (era stato 'maschio', per dire chè si era comportato da vero uomo, ndr), perchè non aveva presentato denuncia. Carabinieri del Ros hanno accertato che Angelo Lombardo nel periodo indicato dal pentito è stato ricoverato per tre giorni nell'ospedale Cannizzaro di Catania e che tra gli esami prescritti dal medico c'era anche una radiografia alla spalla destra.
Intanto dall'inchiesta della Dda della Procura di Catania e dalle intercettazioni compiute da carabinieri del Ros emergono nuovi particolari. Non c'erano soltanto imprenditori, amministratori e politici ma anche alcuni esponenti della mafia che avrebbero partecipato a una festa per Angelo Lombardo organizzata il 4 maggio del 2008 dal geologo Giovanni Barbagallo, 61 anni, tra gli arrestati dell'operazione Iblis perchè ritenuto un 'colletto bianco' vicino a boss di Cosa nostra. L'incontro si tenne nella campagna di contrada Margherito di Ramacca di proprietà di Barbagallo. Da una registrazione ambientale si deducono le presenze alla festa, tra gli altri, di Alfio Stiro, accusato dal pentito Ignazio Barbagallo di appartenere alla cosca Santapaola. Ma i militari dell'Arma ascoltano alcuni giorni dopo anche il presunto reggente di Cosa nostra nella provincia di Catania, Enzo Aiello, che rivela di essere andato all'incontro ma di essersi subito allontanato alla vista del parlamentare, che non sapeva fosse presente.

[Informazioni tratte da Ansa, Adnkronos/Ing, La Siciliaweb.it]

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05 novembre 2010
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