Un viaggio chiamato amore

Placido alla regia del carteggio fra Dino Campana e Sibilla Aleramo

16 settembre 2002


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Un viaggio chiamato amore
di Michele Placido




Michele Placido torna dietro la macchina da presa e mette in scena la vicenda umana e sentimentale di Sibilla Aleramo (Laura Morante). Vicenda ripercorsa attraverso le corrispondenze con il poeta Dino Campana (Stefano Accorsi).

Un amore intenso nato nel segno della scrittura: dopo un iniziale scambio di lettere i due decidono di incontrarsi, quando Sibilla si mette in viaggio per raggiungerlo in un piccolo paese della campagna toscana sa già quello che accadrà. E infatti lo scambio epistolare, più o meno ‘formale’ aveva già gettato le basi per un incontro destinato ad essere il più importante della vita, per entrambi. Dino l'allerta: tutti lo considerano un pazzo, un selvaggio, ma Sibilla, donna anticonvenzionale e sensibile, non si lascia spaventare dalle apparenze, anzi si abbandona all'avventura con passione e trasporto.

Nonostante le differenze, lui è un uomo fragile e al tempo stesso impetuoso, che vive isolato dalla vita dei caffè, dall'entourage culturale dell'epoca, lei è la scrittice ‘femminista’, musa dei circoli letterari fiorentini con alle spalle una vita difficile, un matrimonio riparatore a sedici anni e l'abbandono del figlio, nonostante le differenze una cosa li unisce: entrambi coltivano un'idea assoluta dell'amore.

Un film che è anche una sfida tutta letteraria, Un viaggio chiamato amore s'ispira infatti all'omonimo epistolario, ripubblicato recentemente da Feltrinelli, una sfida tradurre per immagini il convulso susseguirsi di passioni e sentimenti, paure, tenerezze, invocazioni, tradimenti, ricongiungimenti, ma anche botte e minacce, miseria e malattia: tutto sotto "un cielo fatto solo d'amore".


Anno
2002 
Regia Michele Placido
Attori Laura Morante, Stefano Accorsi
Durata 96'
Genere Drammatico
Produzione Cattleya - Rai Cinema
Distribuzione 01 Distribution

La recensione
Ogni pagina di questo carteggio è la tappa di un viaggio, esaltante e senza soste, che ha inizio sotto il sole infuocato dell'agosto 1916, fra la ''vera montagna dei solitari'' e la ''pura bellezza dei grandi boschi'' e prosegue serenamente negli ''ultimi splendori della bella stagione'' a Faenza e Marradi, fino a quando il ''vento iemale'' non li trascina in paesi sperduti dell'Appennino, dove il freddo morde ancor più che nelle soffitte dei Lungarni e nelle ville sulle colline di Firenze che li accoglieranno.

Il percorso si fa tortuoso - come le vicende alle quali si assiste -, segnato da un continuo andirivieni fra Pisa, Livorno, Firenze, Sorrento. È ormai il 1917: sullo sfondo l'anno più duro della guerra, in primo piano due amanti e il loro disperato tentativo di trovarsi e abbandonarsi, affidato ormai soltanto alle lettere che si incrociano fra la Toscana e il Piemonte. Poi, nel gennaio del 1918, davanti al cancello del manicomio di San Salvi, il viaggio si interrompe.

I Canti orfici, unica e grandissima opera di Campana, lo manterrà vivo oltre la morte, avvenuta dopo un internamento di quattordici anni. L'Aleramo, che trasformò la sua lunga vita in letteratura, mai riuscì a raccontare la sua storia con Dino. Ne affidò la memoria a queste lettere, consentendone la pubblicazione nel 1958, a due anni dalla morte.

Accorsi e Campana
Il ''giovane attore'' più gettonato del nostro cinema e non solo, è alle prese con il ruolo forse più difficile, quello appunto del poeta ''maledetto'' Dino Campana: ''L'ho scoperto affrontando il film, leggendo i Canti e le lettere. Ma ho deciso di non affrontare un poeta, tanto meno una pazzo, perché mi sembravano due filtri molto meccanici e riduttivi. Alla fine la scelta che abbiamo fatto con Michele è stata quella di non svelare del tutto l'enigma di quest'uomo, non una scelta principalmente biografica, ma emotiva''.

Fonte: Primissima.it

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16 settembre 2002

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