Una genesi per lo spazio

27 settembre 2005

di John Dos Passos

L'aspetto più meraviglioso dei voli spaziali è forse la rapidità quasi incredibile del loro processo. Sono passati appena otto anni da quando il programma Apollo ottenne su richiesta del presidente Kennedy l'autorizzazione del Congresso degli Stati Uniti. Le ripercussioni dell'impresa vittoriosa dello Sputnik nel 1957 servirono ad imprimere uno slancio eccezionale alla missilistica degli Stati Uniti ed è nel suo ambito che si è sviluppato il grandioso programma della NASA.
Il presidente Kennedy chiamò il 1970 l'anno dello sbarco sulla Luna, ma nessuno degli esperti aveva la più pallida idea di come realizzare un simile passo non esisteva nessun veicolo spaziale abbastanza grande. E come sarebbero sopravvissuti gli uomini a bordo di un tale veicolo, dopo che fosse stato inventato? Come avrebbero potuto far ritorno sulla Terra? Molto tempo fu sprecato a calcolare i rischi dell'atterraggio di un razzo intero di tutte le sue componenti in qualche località soffice della superficie lunare.
Poi, gradualmente, a furia di disegni a caso su una lavagna, prese corpo l'idea di un veicolo lunare che avrebbe permesso lo sbarco ricongiungendosi quindi con l'astronave in orbita. Pura congettura. Anzitutto bisognava sperimentare la possibilità dell'appuntamento in orbita e del relativo aggancio nello spazio fra due veicoli. Ogni successivo programma portato a termine poggiava sul precedente. Gli esperimenti del programma Vanguard, i sondaggi degli Explorer, le missioni orbitali con uomini a bordo dei programmi Mercury e Gemini diedero le risposte a centinaia di domande. In un'astronave si poteva produrre un ambiente artificiale in cui gli uomini avrebbero potuto vivere e agire. Malgrado l'ingombro delle tute spaziali gli astronauti poterono portare a termine le complicatissime manovre del programma Gemini-Agena. La guida elettronica dei veicoli spaziali poté essere perfezionata al limite dell'immaginabile. L'equipaggio delle astronavi poteva restare in contatto con le stazioni a terra da qualsiasi distanza e far ritorno senza rischi.
Quando i tecnici riesaminarono i risultati conseguiti dal volo di Apollo 8 nel dicembre 1969 scoprirono che il complesso razzi-astronave aveva raggiunto un'efficienza del 99,9999 per cento. Su circa 5 milioni di parti separate c'erano solamente 5 piccole disfunzioni. Questa inattesa perfezione accelerò enormemente tutto il programma. Le missioni dell'Apollo 9 e dell'Apollo 10 seguirono in rapida successione, a mo' di ripetizioni, per meglio esperimentare la capacità degli uomini e delle macchine a compiere il passo supremo della discesa sulla faccia inospitale della Luna. Come era stato possibile arrivarvi tanto presto?
Trovare uomini disposti a tentare l'avventura dello spazio non ha presentato nessun problema. Molti si offrirono volontari fra i piloti collaudatori e gli ufficiali dell'aviazione e della marina. Si trattava solo di selezionare gli uomini fisicamente e psicologicamente più adatti e di dar loro l'opportuno addestramento. L'astronauta finì per diventare un uomo per molti versi speciale. Giusto per tenersi su il morale, l'equipaggio di Apollo 10 chiese che gli fosse permesso di fare volo acrobatico a volontà nella settimana prima del lancio. Un esercizio per abituare lo stomaco. Per la produzione del materiale adatto ad un'impresa che nessuno aveva quasi osato pensare fino allora, i progettisti poterono servirsi dell'esperienza del coordinamento industriale che era già stato alla base della vittoria nella seconda guerra mondiale. Decine di comitati passarono al vaglio decine di problemi, ma non si trattava di comitati ordinari: gli scienziati che li componevano erano animati tutti da un vivo entusiasmo competitivo. Nella corsa alla Luna gli inventori americani erano tenuti desti dalla necessità di misurarsi - questa volta, fortunatamente, in termini pacifici - con il complesso industriale e culturale agli ordini del Cremlino. La scienza è uno sport, è una disciplina... Ingegneri, ricercatori specializzati nei metalli rari, programmatori, saldatori, le cucitrici addette alle tute spaziali, i fattorini degli uffici si sentirono tutti presi dall'idea di una gara per la conquista della Luna. Nel quadro di un'avventura simile la gente è portata a dare sempre qualcosa di più di quanto non ci si aspetti.
Con la successione dei lanci la tensione si è fatta sempre maggiore. Tutto quello che è avvenuto prima appare come una serie di prove pratiche. Durante tutta la lunga e angosciosa fase del conto alla rovescia, milioni e milioni di occhi ansiosi seguiranno la bianca matita scintillante avvolta nel suo tenue pennacchio di vapore sulla pista di lancio, migliaia di miglia più lontano. «Due minuti, trentasei secondi... tutto funziona bene». Le orecchie pulsano in anticipo, i cuori battono all'impazzata: supponete che qualcosa non debba funzionare. «Trenta secondi». L'accensione. Fiamme rosse e gialle. La gigantesca matita bianca si alza lentamente dalla sua ombra di fumo scuro. Un rombo immane riempie il cielo. Più veloce, più alto. Il razzo fiammeggiante piega nelle nuvole. Voci roche e frenetiche fanno eco al ruggito dei motori dei razzi salvo a tacere quando alla radio si odono le voci tranquille, da tutti i giorni, dell'equipaggio spaziale. Milioni di spettatori televisivi sono uniti in quel momento in una sola preghiera per gli uomini chiusi in quel proiettile d'oro. In ognuno di loro il bisogno di sapere, lo spirito d'avventura soffocato dalla routine giornaliera, riluce per un momento come il motore del razzo nella fiammata del lancio.

17 luglio 1969

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27 settembre 2005

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