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Una molteplicità di intelligenze

Le otto intelligenze di Howard Gardner

29 dicembre 2005

All'idea dell'esistenza di un'unica intelligenza definibile in termini di ''QI'' è meglio sostituire quella di otto, o forse anche nove, tipi diversi di intelligenza: intelligenza musicale, spaziale, cinestesica...

In qualità di psicologo, fui sorpreso dall'enorme successo di pubblico riscosso dal libro ''The Bell Curve'', scritto dal compianto psicologo della Harvard University Richard J. Herrnstein e dal politologo Charles Murray. La maggior parte delle idee espresse nel libro era nota non solo agli esperti di scienze sociali, ma anche al grande pubblico e, del resto, lo psicopedagogista Arthur R. Jensen dell'Università della California a Berkeley e lo stesso Herrnstein avevano prodotto scritti divulgativi sugli stessi argomenti alla fine degli anni sessanta e all'inizio degli anni settanta. Forse, mi dissi, ogni quarto di secolo una nuova generazione di americani desidera sentirsi raccontare l'«ortodossia psicologica» a proposito dell'intelligenza, e cioè che esiste un'unità intelligenza generale, spesso chiamata ''g'', che si rispecchia in un quoziente di intelligenza individuale o QI. Questo modo di vedere è in contrasto con quello che io ho sviluppato negli ultimi decenni e cioè che l'intelligenza umana abbraccia un insieme di competenze molto più ampio e universale. Fino a oggi sono arrivato a contare otto tipi di intelligenza, ma potrebbero essercene di più. Tra di essi si trovano sia quelle abilità che sono tradizionalmente considerate intelligenze, come le abilità linguistiche e logico-matematiche, sia altre capacità, come quelle musicali e spaziali, che vengono di solito considerate diversamente. Questi tipi di intelligenza possono costituire la base su cui fondare metodologie didattiche più efficaci.

Definire la potenza cerebrale
La teoria ortodossa di una sola intelligenza - che, sia pur errata, è oggi ampiamente accettata e diffusa - nacque negli anni Venti per opera di alcuni ricercatori che ne misero a punto i concetti fondamentali. La teoria afferma che gli individui nascono con una certa intelligenza o intelligenza potenziale, che questa intelligenza è difficile da modificare e che gli psicologi possono stabilire il QI di un individuo attraverso prove a risposta breve e, forse, attraverso altre misure più «pure», come il tempo necessario a reagire a una successione di impulsi luminosi o la presenza di una particolare combinazione di onde cerebrali. L'idea era appena stata proposta che subito iniziarono le critiche. Dal mondo esterno alla psicologia, commentatori come il giornalista Walter Lipmann misero sotto accusa i criteri usati per misurare l'intelligenza, sostenendo che quest'ultima è più complessa e flessibile di quanto ipotizzato dagli psicometrìsti. All'interno della psicologia, gli studiosi contestarono la nozione di un'unica intelligenza sovraordinata, opponendovi, sulla base delle loro analisi, quella di intelligenza come insieme di parecchi fattori. Negli anni Trenta, Louis L. Thurstone dell'Università di Chicago sostenne che aveva più senso pensare a sette «vettori della mente» ampiamente indipendenti. Negli anni sessanta Joy P. Guilford, della University of Southernkalifornia, elencò 120 fattori, portati poi a 150. Godfrey Thomson, dell'Università di Edimburgo, negli anni quaranta parlò di un gran numero di facoltà debolmente collegate tra loro. Ai giorni nostri Robert J. Stemberg, della Yale University, ha proposto una teoria triarchica dell'intelligenza, i cui componenti sarebbero la tradizionale abilità di calcolo, la sensibilità ai fattori contestuali e la reattività al nuovo. Sorprendentemente, sia i commentatori favorevoli sia i detrattori dell'idea di una singola intelligenza condividono una convinzione: che la natura dell'intelligenza sia da determinare attraverso i test e l'analisi dei dati così raccolti. Forse, secondo i difensori dell'ortodossia come Herrnstein e Murray, i risultati ottenuti in una grande varietà di test porteranno a individuare un forte fattore generale dell'intelligenza; in effetti, i dati sono a favore di tale «convergenza positiva», ossia di un'alta correlazione tra i test. Forse, ribattono i pluralisti come Thurstone e Stemberg, il giusto insieme di test dimostrerà che la mente è formata da un certo numero di fattori relativamente indipendenti e che l'abilità in una certa area non è predittiva dell'abilità in un'altra. Ma dove sta scritto che l'intelligenza deve essere determinata sulla base di test? Eravamo incapaci di dare giudizi sull'intelligenza prima che Sir Francis Galton e Alfred Binet, un secolo fa, formulassero il primo insieme di quesiti psicometríci? Se le decine di test per il QI in uso nel mondo dovessero improvvisamente scomparire, non saremmo più in grado di valutare l'intelligenza?

Contro l'ortodossia
Circa vent'anni fa mi sono posto questi fondamentali quesiti e ho intrapreso un cammino diverso nell'indagine dell'intelligenza. Stavo conducendo una ricerca principalmente su due gruppi: bambini dotati in una o più forme di arte e adulti colpiti da ictus che avevano compromesso capacità specifiche, lasciandone intatte altre. Vedevo ogni giorno soggetti con profili intellettivi molto diversificati, ed ero impressionato dal fatto che, nella varietà del genere umano, un punto di forza o un deficit potessero tranquillamente coesistere con particolari profili di abilità e disabilità. In base a tali dati arrivai a un punto fermo: è più giusto pensare che gli esseri umani possiedano un certo numero di facoltà relativamente indipendenti piuttosto che una certa quantità di potenza intellettuale, o QI, che possa essere semplicemente incanalata in questa o in quella direzione. Decisi di cercare una definizione migliore di intelligenza umana e arrivai a definirla come «un potenziale psicobiologico per risolvere problemi o per dar forma a prodotti che abbiano valore in almeno un contesto culturale». Ponendo l'accento sulla costruzione di prodotti e di valori cultuali, mi allontanai così dall'impostazione tipica della psicometria, come quella adottata da Herrmstein, da Murray e dai loro predecessori. Per passare dall'intuizione a una definizione di un insieme di intelligenze elaborai criteri che ciascuna delle presunte intelligenze deve soddisfare. I criteri sono stati ricavati da diverse fonti: Psicologia: l'esistenza di un percorso di sviluppo di una capacità che gli individui, siano essi normali o dotati, seguono dall'infanzia all'età adulta; l'esistenza (o la mancanza) di correlazioni tra certe capacità. Casistica di apprendimento: l'osservazione di esseri umani non comuni, come bambini prodigio, geni, o di chi ha problemi di apprendimento. Antropologia: la registrazione di come nelle diverse culture si sviluppino, vengano ignorate o apprezzate diverse abilità. Studi culturali: l'esistenza di sistemi di simboli che codificano certi tipi di significato, per esempio il linguaggio, l'aritmetica, le mappe. Scienze biologiche: prove che una capacità abbia una sua storia evolutiva e sia rappresentata in certe strutture neuronali. Per esempio, varie aree dell'emisfero sinistro sono responsabili del controllo motorio del corpo, del calcolo e dell'abilità linguistica; l'emisfero destro ospita le capacità spaziali e musicali, compresa la discriminazione dell'altezza di un suono.

Le otto intelligenze
Armato di questi criteri, presi in considerazione svariate capacità, da quelle basate sui sensi a quelle che coinvolgono attività di progettazione, l'umore e persino la sessualità. Quando un'abilità rispondeva a tutti o alla maggior parte dei criteri diventava plausibile come intelligenza. Nel 1983 arrivai alla conclusione che sette abilità soddisfacevano abbastanza bene ai criteri: quelle linguistica, logico-matematica, musicale, spaziale, cinestesica (come quella di atleti, danzatori e altre persone che compiono esercizi fisici), interpersonale (l'abilità di interpretare gli umori, le motivazioni e gli stati mentali degli altri), e intrapersonale (l'abilità di far emergere i propri sentimenti e di basarsi su di essi per indirizzare il comportamento). Le ultime due si considerano di solito insieme e stanno alla base dell'intelligenza emozionale (anche se nella mia versione si fondano più sulla conoscenza e la comprensione che sui sentimenti). In genere le misurazioni standard dell'intelligenza sondano soprattutto l'intelligenza logica e quella linguistica; alcune prendono in esame l'intelligenza spaziale. Gli altri quattro tipi di intelligenza sono quasi ignorati. Nel 1995, sulla base di nuovi dati che rispondevano ai criteri, ho introdotto un'ottava intelligenza, quella del naturalista, che permette il riconoscimento e la categorizzazione di oggetti naturali. Ne sono esempi Charles Darwin, John James Audubon e Rachel Carson. Attualmente sto prendendo in considerazione la possibilità di una nona intelligenza, l'intelligenza esistenziale, che controlla la tendenza umana a elevarsi e a riflettere sulle questioni fondamentali che riguardano l'esistenza, la vita, la morte, la finitezza. Pensatori religiosi come il Dalai Lama e filosofi come Sören A. Kierkegaard rappresentano questo tipo di abilità. Il fatto che l'intelligenza esistenziale vada o meno ad aggiungersi alle altre dipende da quante prove convincenti si accumuleranno sul suo fondamento neuronale. La teoria delle intelligenze multiple (o teoria IM, come si comincia a chiamarla) comporta, due asserzioni forti: per prima cosa, che tutti gli uomini possiedono queste intelligenze; anzi, da un punto di vista cognitivo, esse si possono considerare collettivamente una definizione di Homo sapiens; in secondo luogo, che siamo l'uno diverso dall'altro e abbiamo personalità e temperamenti unici perché sono diversi i profili delle intelligenze. Non esistono due individui, neppure gemelli o cloni, che abbiano esattamente la stessa combinazione di profili, con le stesse potenzialità e debolezze. Anche nel caso di una medesima eredità generica, gli individui compiono esperienze diverse e tendono a distinguere i loro profili. In .psicologia la teoria delle intelligenze multiple ha suscitato un acceso dibattito. Molti ricercatori si ribellano all'idea di abbandonare i test tradizionali e di adottare un insieme di criteri insoliti e poco adatti a essere trattati in termini quantitativi. Molti oppongono anche resistenza all'uso della parola «intelligenza» per descrivere alcune abilità, preferendo definire «talenti» l'intelligenza musicale o cinestesica. Una definizione così ristretta, tuttavia, svaluta tali capacità; ne risulta che i direttori d'orchestra o i ballerini hanno talento ma non sono intelligenti. Per quanto mi riguarda, chiamiamo pure tali abilità talento, purché definiamo allo stesso modo anche il ragionamento logico e l'abilità linguistica. Alcuni hanno messo in dubbio che l'IM sia una teoria empirica. La critica non. coglie nel segno: la mia teoria è totalmente fondata su prove empiriche. Il numero delle intelligenze, la loro delineazione, i loro sottocomponenti sono tutti suscettibili di modifiche alla luce di nuovi risultati. L'esistenza dell'intelligenza naturalistica poté essere asserita solo dopo che era stato empiricamente provato che parti del lobo temporale sono preposte al riconoscimento degli oggetti naturali, mentre altre sono dedicate agli oggetti prodotti dall'uomo. (La dimostrazione del fondamento neuronale di tale intelligenza viene in gran parte dalla letteratura clinica, che riporta casi di individui i quali, in seguito a lesioni cerebrali, hanno perso la capacità di identificare le cose viventi, mentre hanno mantenuto quella di denominare le cose inanimate. Le ricerche sperimentali di Antonio R. Damasio dell'Università dello Iowa, di Elizabetn Warrington del gruppo di ricerca sulla demenza del National Hospital di Londra e di altri confermano il fenomeno.) Molte prove dell'esistenza di intelligenze individuali sono venute dalla ricerca, svolta nello scorso decennio, sull'intelligenza emozionale e sullo sviluppo di una ''teoria della mente'' nei bambini; ci si è resi conto che gli esseri umani sono intenzionali e agiscono intenzionalmente. L'interessante scoperta di Frances H. Rauscher dell'Università dei Wisconsin a Oshkosh e dei suoi colleghi dell'«effetto Mozart» (cioè che esperienze musicali precoci possono sviluppare le capacità spaziali) fa crescere, inoltre, la probabilità che l'intelligenza spaziale e quella musicale si basino su abilità comuni. Vale la pena di notare che il passaggio all'idea di una molteplicità di intelligenze è perfettamente coerente con le tendenze in atto in altre scienze. La neurologia riconosce la natura modulare del cervello; la psicologia evolutiva si basa sull'idea che capacità diverse si siano evolute in ambienti specifici con scopi specifici e l'intelligenza artificiale si occupa sempre più di sistemi esperti anziché di meccanismi generali di risoluzione dei problemi. In ambito scientifico i sostenitori di un unico QI, o intelligenza generale, tendono a essere sempre più isolati e a essere seguiti solo da quanti, come Herrnstein e Murray, hanno un interesse ideologico da difendere. Se alcuni psicologi si sono mostrati scettici, gli educatori di tutto il mondo hanno abbracciato la teoria delle intelligenze multiple. La teoria IM non solo si accorda con la loro intuizione che i bambini sono intelligenti in modi diversi, ma dà anche la possibilità di raggiungere in modo più efficace un maggior numero di studenti tenendo conto degli stili di apprendimento preferiti nei programmi, nell'insegnamento e nella valutazione. È sorta un'industria virtuale per creare scuole, classi, programmi, testi, sistemi informatici IM. La maggior parte di questo lavoro è ben indirizzata e si è dimostrata molto efficace nel motivare gli studenti e nel creare un coinvolgimento intellettuale. Ci sono però stati fraintendimenti: per esempio, ritenere che ogni materia dovrebbe essere insegnata in sette o otto modi diversi o che lo scopo della scuola sia identificare le intelligenze degli studenti, magari somministrando loro otto tipi diversi di nuovi test standard. Ho cominciato a protestare contro questo modo di pensare e di procedere, che ritengo inopportuno. La mia conclusione è che la teoria IM vada considerata uno strumento e non un obiettivo educativo. Gli educatori,insieme con la comunità a cui appartengono, devono determinare gli obiettivi che vogliono raggiungere. Una volta articolati tali obiettivi, si può ricorrere alla Teoria IM come a un potente supporto. Io credo che la scuola debba impegnarsi a sviluppare individui di un certo tipo: dotati di senso civico, sensibili alle arti, competenti nelle varie discipline. Le scuole dovrebbero affrontare materie di importanza fondamentale con sufficiente profondità in modo che gli studenti arrivino ad averne una comprensione globale. I sistemi di progettazione dei programmi e di valutazione basati sulla teoria IM, come il Progetto Spectrum alla Eliot-Pearson Preschool della Tufts Universiry, si sono rivelati uno strumento di notevole utilità per aiutare la scuola a raggiungere tali obiettivi.

Il futuro dell'IM
Gli esperti dibattono variamente sull'intelligenza da oltre un secolo, chiedendosi anche se ce ne sia una o più di una, e solo un indovino particolarmente audace potrebbe azzardare una previsione sulla scomparsa di questi dibattiti. (In realtà, se il passato è destinato ciclicamente a ripetersi, nuovi Herrnstein e Murray scriveranno il loro ''The Bell Curve'' attorno al 2020.) Nella mia qualità di persona che viene più strettamente associata alla teoria delle intelligenze multiple, esprimo tre desideri per il lavoro futuro in questo campo. Il primo è quello di una teoria dell'intelligenza più ampia, ma non all'infinito. E tempo che la nozione di intelligenza venga ampliata fino a comprendere le capacità di calcolo, quelle relative alla musica, alla comunicazione personale e alla capacità di decifrare il mondo naturale. È importante, però, che non si facciano confluire nell'intelligenza altre capacità come la creatività, la saggezza o la moralità. Sostengo anche che non si dovrebbe ampliare la nozione di intelligenza tanto da farle oltrepassare il confine tra descrizione e prescrizione: la nozione di intelligenza emozionale mi trova d'accordo quando ti fa riferimento alla capacità di tener conto di informazioni provenienti dalla propria o dall'altrui vita emozionale. Se estendiamo il termine fino a fargli comprendere tipologie di persone che intendiamo sviluppare, passiamo a un sistema di valori, e questo non dovrebbe far parte della nozione di intelligenza. Sono
d'accordo con Daniel Goleman, psicologo e giornalista del «New York Times» quando, nel suo recente best-seller ''Intelligenza emotiva'' (Rizzoli, Milano, 1996), sottolinea l'importanza dell'empatia come parte dell'intelligenza emozionale. Ma egli insiste anche sul fatto che gli individui si prendano cura l'uno dell'altro. II fatto di possedere la capacità di rendersi conto delle sofferenze degli altri non è sullo stesso piano del decidere di andar loro in aiuto. Un sadico, anzi, potrebbe usare la sua conoscenza della psiche altrui per infliggere sofferenza. II mio secondo desiderio è che si passi dall'uso impersonale di. strumenti standardizzati a risposta breve a quello di dimostrazioni prese dalla vira reale o di simulazioni virtuali. In certi periodi storici è stato forse necessario valutare gli individui attraverso prove di scarso interesse intrinseco (per esempio, ripetere una serie di numeri al contrario) ma che si ritenevano correlate con abilità o attitudini importanti. Oggi, però, con l'avvento del computer e delle tecnologie virtuali è possibile osservare direttamente le prestazioni degli individui per controllare la loro capacità di argomentare, di discutere, di osservare dati, di criticare esperimenti, di eseguire lavori artistici e così via. Dovremmo esercitare il più possibile gli studenti direttamente in queste attività e stabilire come arrivino a dare prestazioni di valore in condizioni realistiche. Non ci dovrebbe più essere bisogno di ricorrere a strumenti posticci il cui legame con la vita reale è, quando va bene, labile. II mio terzo desiderio è che la teoria delle intelligenze multiple venga usata per una pedagogia e per una valutazione più efficaci. Ho poca simpatia per tentativi educativi che si propongono semplicemente di «allenare» le intelligenze o di usarle in modi banali. Per me le potenzialità educative della teoria delle intelligenze multiple emergono quando queste capacità sono usate per aiutare gli studenti a organizzare consequenzialmente i materiali disciplinari. Spiego come la cosa possa funzionare nel mio prossimo libro ''A Well-Discíplined Mind''. Mi soffermo su tre grandi argomenti: la teoria dell'evoluzione (come esempio di verità scientifica), la musica di Mozart (come esempio di bellezza artistica) e l'Olocausto (come esempio di immoralità nella storia recente). Per ciascun caso; mostro come si possa presentare l'argomento agli studenti partendo da una varietà di spunti che rimandano a diverse intelligenze, come si possa rendere più familiare l'argomento attraverso l'uso di analogie e metafore attinenti a diversi domini e come si possano cogliere le idee centrali dell'argomento non usando un unico linguaggio simbolico ma attraverso una pluralità di linguaggi o rappresentazioni complementari. Con questo tipo di approccio, per esempio, il soggetto che comprende la teoria dell'evoluzione può rappresentarsela in modi diversi: nei termini di una narrazione storica, di un sillogismo logico, come valutazione quantitativa dell'entità e della dispersione delle popolazioni in differenti nicchie, come un diagramma della definizione delle specie, come partecipazione emotiva alla lotta tra individui (o popolazioni o geni) e così via. Chi si rappresenta l'evoluzione in un solo modo, usando un unico linguaggio modello, ha in realtà solo una debole padronanza dei principali concetti della teoria. Interrogarsi su chi sia intelligente è stato per un certo periodo importante nella nostra società e diventerà probabilmente un quesito cruciale e controverso in futuro. Per troppo tempo ci si è accontentati di lasciare l'intelligenza nelle mani degli psicometrìsti. Spesso questi costruttori di test hanno un'idea ristretta, troppo scolastica dell'intelletto. Si basano su un insieme di strumenti che valorizzano solo certe capacità e trascurano quelle che non si prestano a una formulazione e verifica rapide. E chi ha un obiettivo politico si avvicina spesso pericolosamente al territorio dell'eugenetica. La teoria IM rappresenta un tentativo di dare all'idea di intelligenza una base scientifica più ampia e offre agli educatori un insieme di strumenti che permettano a un maggior numero di individui di padroneggiare in modo efficace argomenti sostanziali. Se applicata in modo corretto, la teoria può anche aiutare ciascuno a esplicare il proprio potenziale umano sul luogo di lavoro, durante lo svago e al servizio del mondo.

Criteri per un'intelligenza
1. Potenziale isolamento per danno cerebrale. Per esempio le abilità linguistiche possono essere compromesse o rimanere intatte in seguito a traumi.
2. Esistenza di bambini prodigio, geni e altri individui eccezionali. Tali individui permettono di osservare l'intelligenza in una situazione di relativo isolamento.
3. Presenza di un'operazione o di un insieme di operazioni distintive. L'intelligenza musicale, per esempio, consiste nella sensibilità di una persona alla melodia, all'armonia, al ritmo, al timbro e alla struttura musicale.
4. Possibilità di identificare un percorso di sviluppo in una prestazione esperta individuale, di natura specificata. Si esaminano le abilità, per esempio, di un atleta esperto, di un commerciante o di un naturalista esperto e i passi compiuti per raggiungere quella abilità.
5. Possibilità di una storia evolutiva plausibile. Si possono esaminare forme di intelligenza spaziale nei mammiferi o di intelligenza musicale negli uccelli.
6. Esistenza di dati dì sostegno dalla psicologia sperimentale. I ricercatori hanno elaborato alcuni compiti per rilevare quali abilità sono correlate tra di loro e quali sono indipendenti.
7. Esistenza di dati di sostegno dalla psicometria. Le batterie di test rivelano quali ,compiti rispecchiano uno stesso fattore soggiacente e quali no.
8. Possibilità di codifica in un sistema simbolico. Codici come la lingua, l'aritmetica, le mappe e le espressioni logiche, tra gli altri, individuano componenti importanti delle rispettive intelligenze.

Un campione di individui rappresentativi delle intelligenze
Per ciascuna intelligenza sono stati scelti alcuni esempi a puro scopo illustrativo, che non vogliono, pertanto, essere esaustivi; una persona, infatti, può eccellere in diversi campi. Si noti che intere culture possono incoraggiare lo sviluppo di un'intelligenza o dell'altra: i Puluwar delle isole Caroline, nel Pacifico meridionale, coltivano l'intelligenza spaziale e sono navigatori eccellenti; i bambini dei Manus della Nuova Guinea raggiungono nell'uso della canoa e nel nuoto un'abilità che supera di gran lunga quella della maggior parte dei bambini occidentali abituati ad andare per mare.

1. LINGUISTICA Padronanza e amore per il linguaggio e le parole uniti al desiderio di indagarli. Poeti, scrittori, linguisti: T. S. Eliot, Noam Chomsky, W. H. Auden.

2. LOGICO-MATEMATICA Confrontare e valutare oggetti e astrazioni, scoprine le relazioni tra di loro s i principi a essi sottesi. Matematici, scienziati, filosofi: Stanislaw Ulam, Alfred North Whitehead, Henri Poincaré, Albert Einstein, Marie Curie.

3. MUSICALE Competenza non solo nel comporre ed eseguire, ma anche nell'ascoltare e distinguere brani musicali in relazione all'altezza, al ritmo e al timbro. Può essere legata ad altre intelligenze come quella linguistica, spaziale o cinestesica. Compositori, direttori, musicisti, critici musicali: Ludwig van Beethoven, Wolfgang Amadeus Mozart, Leonard Bernstein, Midori, John Coltrane.

4. SPAZIALE Abilità di percepire con precisione il mondo visivo, di trasformare e modificare le percezioni e di ricreare esperienze visive anche in assenza di stimoli fisici. Architetti, scultori, cartografi, navigatori, giocatori di scacchi: Michelangelo, Frank Lloyd Wright, Garry Kasparov, Louise Nevelson, Helen Frankenthaler.

5. CINESTESICA Controllare e armonizzare i movimenti del corpo e manipolare con destrezza gli oggetti. Danzatori, atleti, attori: Marcel Marceau, Martha Graham, Michael Jordan.

6. e 7. INTELLIGENZE PERSONALI Determinare stati d'animo, sentimenti e altri stati mentali propri (intelligenza intrapersonale) o altrui (intelligenza interpersonale) e usare le informazioni come guida del comportamento. Psichiatri, politici, capi religiosi, antropologi: Sigmund Freud, Mahatma Gandhi, Eleanor Roosevelt.

8. NATURALISTICA Riconoscere e classificare gli oggetti naturali. Biologi, naturalisti: Rachel Carson, John James Audubon.

9. ESISTENZIALE (possibile intelligenza) Cogliere e riflettere sulle questioni fondamentali dell'esistenza. Si richiedono, tuttavia, ulteriori verifiche per accertare se si tratti di un'intelligenza. Capi spirituali, filosofi e pensatori: Jean Paul Sartre, Soren A. Kierkegaard.


Profilo dell'autore
HOWARD GARDNER è un «harvardiano» puro: ad Harvard è entrato come studente nel 1961 e vi ha conseguito il Ph.D. prima e la specializzazione poi. Oggi vi insegna scienze dell'educazione ed è condirettore del Project Zero, che coordina ricerche sui problemi della cognizione e della creatività. esperto pianista, ha condotto ricerche di neurologia studiando le conseguenze di ictus cerebrali su musicisti e artisti in genere. È autore di numerose pubblicazioni sulla teoria delle intelligenze multiple, fra cui ''La nuova scienza della mente'' (Feltrinelli, 1988), ''Formae mentis'' (Feltrinelli, 1991), ''Educare al comprendere'' (Feltrinelli, 1993).

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29 dicembre 2005
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