Una nuova condanna per Totò Cuffaro

I pm di Palermo chiedono per l'ex governatore "dieci anni per concorso esterno in associazione mafiosa"

04 febbraio 2011

"La Procura non ha nessun intento ingiustamente persecutorio nei confronti di Cuffaro". Ieri, davanti al giudice per le udienze preliminari di Palermo, Vittorio Anania, il pm Nino Di Matteo, pubblica accusa al processo per concorso in associazione mafiosa in cui è imputato l'ex governatore siciliano, ha presentato così le sue repliche. L'udienza di ieri, infatti, è stata dedicata ai pm che hanno sintetizzato le argomentazioni accusatorie a carico dell'imputato per cui hanno chiesto una condanna a 10 anni. Cuffaro, che sconta 7 anni per favoreggiamento alla mafia nel carcere di Rebibbia - il verdetto è diventato definitivo nelle scorse settimane -, ha rinunciato a presenziare all'udienza.

"La difesa ci ha dipinto Cuffaro come un ingenuo in balia delle millanterie di questo o quel mafioso, come una persona costretta a subire amicizie che non cercava", ha detto il pm contestando le tesi dei legali dell'ex governatore siciliano. "Cuffaro - ha proseguito Di Matteo - non era un involontario recettore di notizie segrete di riservatissime indagini antimafia che divulgava solo per evitare pregiudizi a se stesso".
Nel suo intervento il magistrato ha poi preso in esame la carriera politica e le condotte di Cuffaro dal 2001, anno in cui l'imputato si candidò alla presidenza della Regione, sfruttando, secondo l'accusa, l'appoggio elettorale di Cosa nostra. Un aiuto, quello dato dai clan in cambio del quale, poi, l'ex senatore fu "costretto a pagare cambiali a Cosa nostra".
Di Matteo si è soffermato a lungo sulla possibilità di configurare il reato di concorso in associazione mafiosa, nonostante la condanna per favoreggiamento aggravato. Il magistrato ha così citato gli altri protagonisti della vicenda: da Michele Aiello a Mimmo Miceli, da Giorgio Riolo al pentito Francesco Campanella. "Formavano un sistema di relazioni strettamente connesso e collegato a Cuffaro. Tutti gli altri - ha sottolineato Di Matteo - sono stati condannati per concorso esterno o per associazione mafiosa, come Aiello e Campanella, e con sentenze definitive".
Il pm ha poi ricordato le dichiarazioni del pentito Giuffrè che ha parlato di un accordo di tutta Cosa nostra per sostenere elettoralmente Cuffaro. Progetto voluto dal boss Bernardo Provenzano in persona. Rilevanti per l'accusa anche le parole dei pentiti agrigentini come Maurizio Di Gati, che ha raccontato che in Cosa Nostra era notorio l'accordo tra l'ala provenzaniana di Cosa nostra e Cuffaro. La mafia si sarebbe impegnata a votare l'imputato e lui, una volta eletto, avrebbe garantito finanziamenti di progetti, assunzioni. E poi ci sono i documenti consegnati da Massimo Ciancimino, il figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo Vito. Il teste della trattativa, di cui il pm ha ribadito l'attendibilità, ha dato ai magistrati un pizzino dattiloscritto del 2001 del padrino di Corleone, indirizzato a don Vito, in cui si faceva riferimento a un presunto interessamento del "nuovo pres. e del sen.", che secondo l'accusa sarebbero l'allora presidente Cuffaro e il senatore del Pdl Dell'Utri, a un provvedimento di amnistia per detenuti di cui avrebbe potuto beneficiare pure l'ex sindaco mafioso.
Insomma, secondo Nino Di Matteo Totò Cuffaro, nel corso della sua lunga carriera politica, ha favorito Cosa nostra con l'intenzione di aiutare l'intera organizzazione mafiosa. Per questo va condannato anche per concorso esterno in associazione mafiosa.

La sentenza è attesa per la prossima udienza, il 16 febbraio, quando il gup Anania deciderà anche sulla richiesta di "ne bis in idem" presentata dalla difesa che sostiene che Cuffaro non può essere processato due volte per lo stesso reato.

[Informazioni tratte da Ansa, Lasiciliaweb.it, Repubblica/Palermo.it]

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04 febbraio 2011

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