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Una trattativa o qualcosa del genere...

Il presidente della Commissione Antimafia Beppe Pisanu: "Ci fu una specie di trattativa fra mafia e stato"

01 luglio 2010

Ha parlato di ipotesi ragionevole il presidente della Commissione Antimafia Beppe Pisanu affrontando il tema di una presunta trattativa tra mafia e Stato.
"E' ragionevole ipotizzare che nella stagione dei grandi delitti e delle stragi si sia verificata una convergenza di interessi tra cosa nostra, altre organizzazioni criminali, logge massoniche segrete, pezzi deviati delle istituzioni, mondo degli affari e della politica. Questa attitudine a entrare in combinazioni diverse è nella storia della mafia e, soprattutto è nella natura stessa della borghesia mafiosa". Questa l'analisi sviluppata da Pisanu, nella sua relazione sulle convergenze e i rapporti fra mafia e le istituzioni nella stagione 1992-93, illustrata ieri davanti all'organismo bilaterale di inchiesta.
Sotto "inaudite ostentazioni di forza" - secondo la ricostruzione di Pisanu - ci fu "qualcosa del genere" a una trattativa fra esponenti governativi e rappresentanti di Cosa nostra. Stragi e intrecci a parte, Pisanu precisa, sul finire della sua presentazione, che la mafia "ha forse rinunziato all’idea di confrontarsi da pari a pari con lo Stato, ma non ha certo rinunziato alla politica". "Al contrario - ha affermato Pisanu - con l’espandersi del suo potere economico ha sentito sempre più il bisogno di proteggere i suoi affari e i suoi uomini. Specialmente con gli strumenti della politica comunale, regionale, nazionale ed europea". "Bloccato il braccio militare, ha certamente curato le sue relazioni, i suoi affari, il suo potere - ha spiegato Pisanu -. Ma dagli anni 90 ad oggi ha perduto quasi tutti i suoi maggiori esponenti, mentre in Sicilia è cresciuta grandemente un'opposizione sociale alla mafia che ha i suoi eroi e i suoi obiettivi civili e procede decisamente accanto alla magistratura e alle forze dell'ordine".
"La spaventosa sequenza del 1992-93 ubbidì ad una strategia di stampo mafioso e terroristico - ha scritto ancora il presidente della commissione Antimafia nella relazione - ma produsse effetti divergenti: perché‚ se da un lato determinò un tale smarrimento politico-istituzionale da far temere al presidente del Consiglio in carica l’imminenza di un colpo di stato; dall’altro lato determinò un tale innalzamento delle misure repressive da indurre Cosa nostra a rivedere le proprie scelte e, alla fine, a prendere la via, finora senza ritorno, dell’inabissamento".

Pisanu ha ricostruito nel dettaglio i vari passaggi degli "omicidi eccellenti" e delle stragi a partire da quella mancata dell'Addaura, citando che ormai vi sono notizie "abbastanza chiare" su due trattative: quella tra Mori e Ciancimino "che forse fu la deviazione di un'audace attività investigativa" e quella tra Bellini-Gioè-Brusca-Riina, dalla quale nacque l'idea di aggredire il patrimonio artistico dello Stato.
Pisanu ha osservato che l'elemento probabilmente sottostante al confronto mafia-stato era quello di costringere all'abolizione del 41 bis e a "ridimensionare tutte le attività di prevenzione e repressione". Per avallare la sua tesi, il presidente ha citato una "singolare corrispondenza di date che si verifica, a partire dal maggio del 93, tra le stragi sul territorio continentale e la scadenza di tre blocchi di 41 bis emessi nell'anno precedente".
Citando Giovanni Falcone, Pisanu ha sostenuto poi che "non esistono 'terzi livelli' di alcun genere capaci di influenzare o addirittura determinare gli indirizzi di Cosa Nostra", e quindi "ipotizzare l'esistenza di centrali del crimine, burattinai e grandi vecchi che dall'alto dettano l'agenda o tirano le fila della mafia, significa peccare di rozzezza intellettuale". Ma dalla storia di quegli anni e dalle esperienze di personaggi politici e giudiziari di prim'ordine, se emerge "l'estraneità del governo alla trattativa" con la mafia, "non si può escludere che qualcosa del genere ci fu". "Sulla strage di via D'Amelio e sugli sviluppi successivi - ha ipotizzato Pisanu - la trattativa ebbe un impatto rilevante".

"Anche la semplice narrazione dei fatti induce a ritenere che vi furono interventi esterni alla mafia nella programmazione ed esecuzione delle stragi - si legge ancora nella relazione -. Fin dall'agosto del '93 un rapporto della Dia aveva intravisto e descritto un'aggregazione di tipo orizzontale, in cui rientravano, oltre alla mafia, talune logge massoniche di Palermo e Trapani, gruppi eversivi di destra, funzionari infedeli dello Stato e amministratori corrotti. Sulla stessa linea, pur restringendo il campo, il procuratore di Caltanissetta Lari ha sostenuto recentemente che Cosa Nostra non è stata eterodiretta da entità altre, ma che al tavolo delle decisioni si siano trovati, accanto ai mafiosi, soggetti deviati dell'apparato istituzionale che hanno tradito lo Stato con lo scopo di destabilizzare il Paese mettendo a disposizione un know-how strategico e militare". A luglio lo stesso procuratore - ha spiegato ancora Pisanu - aveva anticipato che, dopo le dichiarazioni di Gaspare Spatuzza, "le investigazioni hanno lasciato la pista puramente mafiosa e puntano a scoprire un patto fra i boss di Cosa Nostra e servizi segreti". "Probabilmente - ha concluso l'ex ministro dell'Interno - Provenzano fu insieme a Ciancimino tra i protagonisti di trattative del genere, mentre Riina ne fu, almeno in parte, la posta. Trattative complesse e a tutt'oggi oscure, nelle quali entrarono a vario titolo, per convergenza di interessi, soggetti diversi, ma tutti dotati di un concreto potere contrattuale da mettere sul piatto. Altrimenti Cosa Nostra li avrebbe rifiutati".
Proprio nel capitolo dedicato alla strage di via D'Amelio, Pisanu ha scritto che "le prime indagini avrebbero subito rilevanti forzature anche ad opera di funzionari della polizia legati ai servizi segreti. Ora è legittimo chiedersi se tali forzature nacquero dall'ansia degli investigatori di dare una risposta appagante all'opinione pubblica sconvolta o se invece nacquero da un deliberato proposito di depistaggio. Sulla scena, comunque, riappaiono le ombre dei servizi segreti. Prima fra tutte, quella del dottor Lorenzo Narracci a quanto pare indagato a Caltanissetta". Sempre riferendosi all'ex funzionario del Sisde e collaboratore di Bruno Contrada e tuttora in servizio all'Aisi (Agenzia informazioni e sicurezza interna), Pisanu ha scritto ancora: "Spatuzza lo ha vagamente riconosciuto in fotografia come persona esterna a Cosa Nostra; mentre Massimo Ciancimino, testimone piuttosto discusso, lo ha indicato come accompagnatore del misterioso signor Franco o Carlo", che secondo il figlio dell'ex sindaco di Palermo avrebbe seguito il padre nel corso della "trattativa". La Procura di Caltanissetta non commenta la notizia dell'iscrizione di Narracci nel registro degli indagati, ma fonti giudiziarie citate dall'agenzia Ansa la confermano. L'indiscrezione era stata anticipata il 27 maggio da alcuni organi di stampa che tuttavia non avevano fatto il nome di Narracci.

"Indagheremo le relazioni tra mafia e politica - ha terminato Pisanu - ma con un’avvertenza per me decisiva" perché "di fronte ad eventi terribili si giustappongono senza mai fondersi tre verità, quella giudiziaria, quella politica e quella storica, che si basano su metodi di ricerca e su fonti diverse con la conseguenza di dare luogo a risultati parziali e insoddisfacenti" cosa che è "nella maggioranza dei casi inevitabile". Quindi "la verità politica interessa tutti noi per cercare di spiegare ai nostri elettori quale pericolo ha corso la democrazia in quel biennio e come si è riuscito ad evitarli”.

Le parole di Pisanu sono state poi commentate dal procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso: "Le teorie sono belle ma, nei processi, abbiamo bisogno delle prove giudiziarie. Le prove costruite su tante fonti non hanno mai consentito di costruire la prova penale individualizzante in grado di accertare responsabilità".
L'ex ministro Pisanu ha replicato di aver "chiarito, fin dalle prime battute della mia relazione, che di fronte a vicende drammatiche e complesse come quelle dei grandi delitti e delle stragi di mafia del 1992-'93, ci sono tre verità diverse, difficili da contemperare: quella giudiziaria, quella politica e quella storica. Come è facile capire, la mia relazione è soltanto politica e non ha la benché minima pretesa di stabilire verità giudiziarie".

Sulle stragi la Commissione accerti anche le più amare verità - "L'apertura in Commissione Antimafia di una seria attività d'indagine è un fatto positivo, anche se si sarebbe potuto partire molto prima. Ora non bisogna perdere altro tempo, anche Pisanu ammette che intorno al periodo delle stragi si saldarono interessi diversi e convergenti: della mafia, di alcuni apparati dello Stato, di elementi della politica e dell'economia. Alcuni di questi attori sono già noti, altri sono emersi in indagini recenti, ma altri sono ancora da definire ed individuare". Lo ha dichiarato il senatore del Pd Giuseppe Lumia, componente della Commissione antimafia.
"Il compito della nostra attività - aggiunge Lumia - è ricostruire bene, partendo dal 1987, le evoluzioni di questi rapporti: capire come la politica e la mafia abbiano riscritto un patto dopo l'indebolimento di quello dell'area andreottiana, cosa sia successo dopo, chi ha fatto nuovi patti e perchè. Dobbiamo anche capire se e perchè apparati dello Stato, in particolare dei Servizi Segreti, abbiano contribuito alla realizzazione delle stragi e abbiano trattato con la mafia".
Per l’esponente del Pd "dobbiamo essere pronti ad accertare le più amare e terribili verità. Bisogna togliere i segreti di Stato e accedere direttamente, grazie ai poteri d’inchiesta che ha la Commissione, alle fonti documentali che ancora non sono emerse. È necessario, inoltre, ascoltare tutti quei soggetti che nei servizi, negli apparati, nella politica, nelle istituzioni scelsero il silenzio o addirittura collusero con Cosa nostra".

[Informazioni tratte da Adnkronos/Ing, Ansa, AGI, Corriere.it]

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01 luglio 2010
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