Uno Stato che si definisca tale non può aver paura della verità

Il Procuratore Antimafia, Piero Grasso: "Le tensioni politiche alimentano il rischio di attentati"

03 agosto 2010

I rischi di attentati da parte della mafia, come quelli di Firenze, di Capaci e di via d'Amelio, "ci sono sempre, soprattutto in momenti di tensioni politiche". Questa la risposta data dal Procuratore Nazionale Antimafia, Piero Grasso, ad un giornalista che gli chiedeva se può tornare una strategia della tensione della mafia, durante un dibattito a Cortina d'Ampezzo, tenutosi l'altro ieri sera. "Non dimentichiamo - ha ricordato Grasso - che nel '92 gli attentati sono avvenuti a ridosso di tangentopoli. Può esserci qualcuno che vuole approfittare del momento politico per dare uno scossone. Ho sempre interpretato queste cose - ha sottolineato Grasso - come una voglia di conservare più che destabilizzare il sistema".
In merito a possibili attentati della mafia Grasso ha risposto di "non avere la palla di cristallo". "Spero che non sia così, che si rendano conto che nel momento in cui riaprono una stagione del genere di stragi, di attacco alle istituzioni, sarà ancora peggiore la repressione dello Stato. Lo Stato, le forze di polizia e la magistratura non hanno mai cessato al momento la repressione e continuano a fare opere di bonifica".

Durante il dibattito, nel quale il procuratore ha fatto il punto sulla lotta alla mafia, Grasso ha ribadito l'importanza delle intercettazioni nell'azione degli inquirenti contro la criminalità organizzata. Per combattere la mafia e le organizzazioni segrete c'é necessità non solo delle intercettazioni telefoniche ma anche di quelle ambientali, oltre ai collaboratori di giustizia, ha ribadito Grasso, che ha parlato di "internazionale mafiosa" con il collega statunitense Richard Martin, procuratore dell'indagine 'Pizza connection'. "Abbiamo fatto la diagnosi, abbiamo la ricetta e ora dobbiamo trovare le medicine" ha spiegato Grasso, che ha evidenziato che per sconfiggere le organizzazioni segrete "occorrono le intercettazioni. Non tanto quelle telefoniche, ma ambientali che si collocano nei posti dove si riuniscono i capi. Senza le intercettazioni ambientali non possiamo sapere certe cose. Occorrono poi più collaboratori di giustizia". Grasso ha quindi ricordato che le organizzazioni segrete "non sono solo militari, fatte da criminali: abbiamo scoperto, per esempio, che il capo mandamento di Brancaccio era un medico, primario in ospedale. All'interno della mafia ci sono persone riservate che fanno gli interessi di Cosa Nostra. Finché non scopriamo la relazione di queste persone insospettabili non avremo mai una vittoria completa sulla mafia".
Il Procuratore Nazionale Antimafia ha poi osservato che c'é "una rincorsa continua tra i mezzi a disposizione dello Stato e della criminalità organizzata. Provenzano aveva dato suggerimenti e precauzioni per evitare di essere intercettati e per non essere individuati. E' una continua lotta. Se ci tolgono questi strumenti - ha aggiunto Grasso - diventa difficile". Grasso ha aggiunto che la lotta alla mafia non può essere fatta più in ambito regionale ma "nazionale" e che quello mafioso non è un problema del Sud ma di tutto il Paese.

Il Procuratore ha parlato inoltre di come la mafia sia stata colpita duramente fino ad ora, e della grande capacità di questa nel rigenerarsi, motivo per il quale non è possibile abbassare la guardia o, peggio ancora, dormire sugli allori. "Non considero Matteo Messina Denaro attuale capo di cosa nostra", ha detto Grasso, ricordando che Cosa Nostra è un'organizzazione mafiosa "che vede nella commissione provinciale di Palermo l'organismo direttivo". Con l'arresto di Lo Piccolo, Provenzano e Riina, ha spiegato il procuratore, "non esiste più un vertice. C'è stato un tentativo dei 'reggenti' di costituire una sorte di commissione formale di quella che c'è in carcere ma è stata neutralizzata. Il fatto che ci sia un elemento di spicco - ho proseguito Grasso - latitante non significa attribuire a quest'ultimo un ruolo di capo dell'organizzazione. Tranne che lo abbiamo attribuito e noi non ne sappiamo nulla". "Messina Denaro è l'ultimo latitante di spicco rimasto ancora in libertà, ha partecipato e deliberato la strategia stragista del '92-'93, è la persona più importante di Cosa nostra. Detto questo mi fermo" ha concluso.

Il procuratore è poi tornato sull'importanza delle intercettazioni nell'azione degli inquirenti contro la criminalità organizzata. Oltre al ruolo fondamentale dei collaboratori di giustizia. Grasso ha fatto quindi l'esempio più discusso, quello di Gaspare Spatuzza: "Non è vero che non è stato creduto dai magistrati".
"E' un falso giornalistico e mediatico che Spatuzza non sia stato creduto", ha aggiunto. "Dopo tanti anni, una persona che si sente macerata nella coscienza da un serie di verità di cui è portatore, ha voluto parlare. Sono stato il primo ad ascoltarlo – ha ricordato Grasso – mi ha detto: 'Non posso più sopportare che ci siano tanti innocenti condannati e colpevoli che sono rimasti a piede libero, nemmeno sfiorati dalle indagini". Grasso ha ricordato che Spatuzza è sempre "stato fermato dalla famiglia, per preservarla da possibili ritorsioni, perché continuavano a vivere a Brancaccio. Finalmente ha trovato il coraggio di dire 'Anche se la famiglia non mi segue non mi interessa niente. Abbandono mia moglie e mio figlio e voglio dire la verità'". Il procuratore antimafia ha spiegato che Spatuzza ha fornito elementi di riscontro "talmente concreti da non poter dubitare che non siano attendibili". Grasso ha ricordato che Spatuzza gli aveva riferito che quando rubò l’auto che poi usò per la strage di via D’Amelio aveva un problema ai freni, e per questo la portò dal meccanico. "Riscontrammo, nella perizia sull’auto - ha raccontato Grasso - che i ferodi erano nuovi. Solo lui lo sapeva e per questo è credibile. Inoltre Spatuzza ha riferito una frase che gli aveva riferito Giuseppe Graviano: l’unico che può smentire è solo quello che gliela ha detta".

Il procuratore antimafia ha infine fatto con forza appello alla trasparenza: "Uno Stato che si definisca tale non può aver paura della verità. Accertata con le regole". Grasso poi si è chiesto: "Può uno Stato sopportare i misteri e i segreti? Penso di no [...] Io sono sempre alla ricerca della verità; lo farò con tutte le mie forze - ha concluso - finchè ne avrò".

Alle parole del Procuratore Nazionale Antimafia, si aggiunge l'allarme di Fabio Granata, vicepresidente della commissione parlamentare Antimafia e deputato finiano di Futuro e Libertà per l'Italia, secondo il quale "nonostante la condivisione teorica al codice etico promosso dalla commissione Antimafia, sia tra le candidature che tra gli eletti ci sono infiltrazioni e zone d'ombra". "Nonostante la carente collaborazione delle Prefetture, stiamo ricomponendo - ha detto Granata - il quadro e riferiremo alle Camere. La politica rompa ogni ambiguità nella lotta alla mafia". "Alcuni partiti e alcuni candidati alla presidenza delle Regioni - conclude Granata - non hanno vigilato come era richiesto e doveroso".

[Informazioni tratte da Ansa, Adnkronos/Ing, Repubblica.it, Corriere.it]

 

 

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03 agosto 2010

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