Ustica, 27 giugno 1980: una strage ancora senza colpevoli

Tra speranza e polemiche inopportune, domani ricorre il trentennale della strage di Ustica

26 giugno 2010

Ha ancora gli occhi lucidi mentre mostra tra le mani le foto dei suoi cari. Le accarezza teneramente e un nodo alla gola fa uscire a stento le parole...
Sono passati 30 anni da quel terribile 27 giugno 1980, quando il mare li ha inghiottiti, ma Pasquale Diodato, un passato da muratore, giura che "è come il primo giorno". In quella che i giornali hanno battezzato come la 'strage di Ustica' lui ha perso tutto: la moglie Giovanna Lupo e i figli Antonella, Vincenzo e Giuseppe. Ora Pasquale ha 72 anni e una nuova famiglia, ma il tempo non cancella il dolore.
"Non è cambiato niente da allora - dice - Ho pensato a loro ogni giorno della mia vita, l'immagine del corpo straziato di Giuseppe è sempre davanti ai miei occhi. E' come un martello nella testa e nel cuore".

Nei giorni scorsi la Procura di Roma, titolare dell'inchiesta giudiziaria, ha chiesto con apposite rogatorie internazionali a Francia e Stati Uniti notizie sul traffico aereo militare nello spazio al largo di Ustica quella sera di 30 anni fa, quando un Dc9 dell'Itavia con 81 persone a bordo si inabissò. Parigi e Washington hanno detto di voler assicurare la piena collaborazione (LEGGI).
Dalla Francia però, dopo solo due giorni dalla richiesta della procura romana, i pareri di politici, esperti, studiosi e giornalisti rispetto all'ipotesi di una responsabilità francese nella disastro aereo di Ustica, si sono fatti contrastanti: da chi la esclude a priori fino a chi ritiene che quello di Parigi sia un "secondo muro di gomma".
"Non dispongo di informazioni a questo riguardo", si è limitato a dire Valery Giscard d'Estaing, all'epoca presidente della Repubblica della Francia. Non meno laconica la comunicazione dell'intelligence transalpina: "Non abbiamo nessun commento rispetto a questa questione". Sulla stessa linea il direttore del Centro francese di ricerche sull'intelligence (CF2R), Eric Denecè: "Non ne so nulla. Si tratta di una vicenda che non ha niente a che fare con i servizi segreti". Per Jean-Pierre Darnis, esperto in questioni di sicurezza e difesa, direttore del Master in Relazioni franco-italiane all'università di Nizza, "il no comment della Francia, il fatto che non si trovino interlocutori, non deve essere inteso come omertà francese. Ma solo come il fatto che nessuno oggi tra ministri e alti funzionari in carica è in grado di rispondere: la strage di Ustica è cosa vecchia, coperta da segreto di Stato". "Non rispondono perché non possono, nessuno ha la responsabilità per farlo", ha affermato ancora Darnis, aggiungendo: "Se per assurdo l'ipotesi del missile francese che per sbaglio ha colpito l'aereo italiano fosse vera, in nome dell'alleanza democratica tra Italia e Francia questa cosa coperta da segreto di Stato non trapelerà mai".
Per Fabio Liberti, ricercatore presso l'istituto francese di relazioni internazionali (Iris) e strategiche, "trincerarsi dietro al segreto di Stato è normale, in linea con la cultura francese, specie per quanto riguarda un'azione di guerra". Sempre secondo lo studioso, visto il miglioramento dei rapporti della Francia nei confronti della Libia "non c'è nessun interesse a far riemergere questo episodio". Diversa l'opinione di Antoine Basbous, direttore dell'osservatorio dei Paesi arabi: "Credo che tra Paesi democratici come l'Italia e la Francia, membri fondatori dell'Ue, alleati nella Nato, debba venir fuori la verità e credo che sia necessaria la trasparenza". Per la corrispondente a Roma del settimanale L'Express, Vanja Luksic, "il silenzio delle autorità francesi potrebbe avvalorare la tesi di una loro responsabilita". "E forse - aggiunge - quello che trent'anni fa doveva rimanere segreto oggi potrebbe venire fuori". Molto più duro il corrispondente del quotidiano Liberation, Eric Jozsef, secondo cui il silenzio francese è "un secondo muro di gomma". "La Francia ha approfittato dei ritardi italiani per non rispondere mai", ha affermato ancora il giornalista, secondo cui "l'ipotesi più verosimile è la colpevolezza francese. Non possiamo accettare di sentirci dire che i francesi non sanno nullla. Perchè questo è impossibile. La Francia non può continuare a tacere", conclude Joszef.

Intanto è polemica in Italia per le parole pronunciate ieri nel corso della trasmissione radiofonica 'Radio anch'io' dal sottosegretario Carlo Giovanardi che si è scontrato con il giudice Rosario Priore, che ha indagato a lungo sulla vicenda del Dc9. Al centro dello scontro la divergenza su missile o bomba come causa della caduta del Dc9 ed anche la validità assoluta dei verdetti della giustizia rispetto a vicende complesse come questa, che attraversano anche gli interessi nazionali e internazionali.
Il vero e proprio battibecco è nato quando è intervenuto in trasmissione Priore dopo che Giovanardi, più volte, aveva sottolineato che le sentenze hanno "spazzato via l'ipotesi del missile e della battaglia aerea. Sappiamo ormai con certezza che non c'erano aerei in prossimità del Dc9 e che le tracce accertate sui resti dell'aereo, come tutti possono vedere a Bologna, sono quelle di una bomba. C'é da chiedersi perché all'epoca non si indagò su questa ipotesi".
Priore ha lamentato che "si sollevano questioni e dubbi a cui più volte si è risposto" e si è rivolto insistentemente a Giovanardi per chiedergli se lui interviene a nome del governo perché se è così "é un problema: è il governo che dovrà sostenere le richieste di rogatorie rivolte agli Stati Uniti, alla Francia e alla Nato. Non chiuda gli occhi e mi dica se parla a nome del governo". Giovanardi ha replicato di parlare a nome dell'esecutivo e che "sentenze dei processi hanno spazzato via le ipotesi dell'inchiesta condotta da Priore. Non la pensavano così i pm".
Priore ha replicato: "erano ben diversi i giudizi dei pm di secondo e terzo grado. Dobbiamo dirlo una volta per tutte: la verità giudiziaria in Italia spesso è ben diversa da quella storica". "Fa impressione - ha replicato Giovanardi - sentire un magistrato criticare e invocare una verità diversa da quella delle aule dei tribunali. Comunque ci sono delle certezze che emergono. Non c'erano missili, non c'erano aerei, ci sono tracce di bomba. Semmai queste tracce sono simili a quelle della bomba che butto giù l'aereo della Pan Am a Lockerbie".
Si è parlato poi dei francesi e della responsabilità che a loro assegna l'ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga. "Sono sempre cose riferite. Ho sentito l'ex presidente Amato e lui non ne sa nulla. L'unica certezza - ha concluso - è che c'era una bomba". Priore ha replicato: "se lei rappresenta il governo questo è un problema".
Secondo Emanuele Fiano, responsabile sicurezza del Pd, le affermazioni di Giovanardi "circa l'inconsistenza delle prove dell'abbattimento del Dc9 della compagnia Itavia in una battaglia aerea e per contro la certezza che la tragedia sia stata provocata dallo scoppio di una bomba a bordo del veivolo non trovano riscontro nella verità processuale. Pertanto delle due l'una o il sottosegretario ha detto ufficialmente delle bugie e se ne deve scusare formalmente con i parenti delle vittime oppure il governo è a conoscenza di prove diverse da quelle possedute dai giudici di secondo e terzo grado e ha pertanto l'obbligo di legge di comunicarle alla magistratura". Fiano quindi ''chiede al governo di chiarire al più presto in Parlamento il senso delle dichiarazioni del sottosegretario''.

E di Ustica parla di nuovo Massimo Ciancimino - "Doveva essere una serata tranquilla, stavamo andando a giocare a carte ad un torneo di poker in un noto circolo dei potenti siciliani. Arrivati all'ingresso del circolo c'era un'auto blu che aspettava mio padre e Rosario Nicoletti, segretario della Dc siciliana. Erano stati convocati d'urgenza a casa del ministro della difesa Ruffini (Attilio ndr) per una riunione". Sono i ricordi della sera del 27 giugno 1980 di Massimo Ciancimino, il figlio di Vito, intervistato dall'emittente bolognese Radio Città del Capo - Popolare Netwok, che ha diffuso un sunto.
Ciancimino ai magistrati palermitani nel 2008 aveva raccontato di aver saputo dal padre che ad abbattere il DC9 Itavia sui cieli di Ustica era stato un aereo francese. I pm romani Erminio Amelio e Maria Monteleone che hanno riaperto l'inchiesta sulla strage di Ustica lo hanno convocato come teste.
"Ricordo il malessere di mio padre - ha continuato Ciancimino - nel non poter dire ad un caro amico quello che era successo. Era l'ingegnere Roberto Parisi della Icem, l'azienda che aveva in gestione l'illuminazione pubblica a Palermo. Parisi perse la moglie e la figlia Alessandra sull'aereo". Ma perchè il padre venne coinvolto? Ciancimino jr lo spiega così: "Posso dire che mi fu detto subito che era stato un aereo francese. C'era una volontà di controllo del territorio, in quel momento c'erano grandi obblighi da parte della politica siciliana collusa e controllata da Roma che imponeva le scelte di alcune aree da destinare agli alleati quindi anche per questo la scelta di coinvolgere mio padre, non solo per il suo rapporto con i cosiddetti corleonesi".

[Informazioni tratte da Adnkronos/Ing, La Siciliaweb.it, Ansa]

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26 giugno 2010

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