Volontari a pagamento

La crescente ''ossessione'' dei giovani nei confronti del futuro cambia il volto dell'impegno sociale

15 dicembre 2005

Il mondo del lavoro sembra tendere sempre di più nel versante del sociale. C'è chi, addirittura sostiene che è proprio il ''sociale'' la parola chiave per l'occupazione dell'immediato futuro, e di questo i giovani sembrano esserne consapevoli, o comunque vedono in ciò una buona possibilità per inserirsi domani nel mondo del lavoro.
Il concetto di ''lavorare per il sociale'' fino a qualche anno fa era associato al concetto di ''volontariato'', un impiego che serviva più per una crescita formativa personale all'interno di una società dedita alla socialità, una specie di virtuoso circuito del dare che veniva contraccambiato dall'essersi resi utili. In poche parole chi decideva di fare volontariato non pensava minimamente a guadagnare in termini economici.
Oggi, il problema della disoccupazione e l'incertezza di una futura buona occupazione, che serva a trasformare il giovane in potenziale ''segmento famiglia'' della società, vede una sorta di adeguamento anche nel volontariato, ossia il volontariato viene visto e utilizzato come possibilità lavorativa remunerata e che possa ''traghettare'' verso la sponda dell'occupazione.
Ciò non vuol dire che i ''giovanidoggi'' difettano in solidarietà, sensibilità o generosità; i tantissimi giovani impegnati nel volontariato ne hanno in abbondanza, ma i ''tempichecambiano'' hanno deciso il cambiamento dell'impegno nel sociale.
L'esperienza del volontariato per i ventenni di oggi passa spesso dalle porte delle scuole, del servizio civile o da quelle delle università (che organizzano tirocini e li valutano come crediti formativi), per poi diventare possibile occasione di lavoro.

La problematicità che sembra caratterizzare oggi il rapporto tra giovani e volontariato sembra legata alla possibilità di riprodurre nel tempo una serie di attività essenziali per l'integrazione e il benessere della società. Come dire: anche il volontariato subisce i colpi del precariato.
Nei giovani rimane il desiderio di rendersi utili e di aiutare chi ha bisogno, rimane la voglia di mettersi alla prova, di socializzare con altri coetanei, ma la visione di medio lungo termine lascia il posto a quella transitoria e si impoverisce l'obiettivo di militanza sociale. Ossia se tale impegno non può dare garanzie, chiamiamole concrete, per il futuro allora tanto vale fare l'esperienza come tale, una breve parentesi nel periodo nel quale uno se la possa permettere.
E' l'ossessione del futuro che hanno i giovani, quindi, che impoverisce l'impegno nel sociale, non certo la mancanza di volontà. Tale possibilità la si può avere pienamente fino alla scuola media superiore, poi all'università si deve pensare ad altro e se si vuole pensare al ''sociale'' lo si fa pensando al lavoro, perché non ci si può permettere di avere tempo libero. Allora il volontariato diventa per molti la possibilità di creare competenze e rapporti spendibili a livello professionale, e di conseguenza l'elemento della gratuità assoluta si deve abbandonare, all'interno di un discorso molto complesso in cui si combinano servizio e interesse personale.

E se andiamo ad osservare quante sono state negli ultimi tre anni le richieste di partecipazione al Servizio Civile Nazionale dei giovani italiani, ci si può rendere conto di quanta voglia esiste di giocarsi la carte del ''nuovo volontariato''.
Dal 2001 (anno in cui il servizio civile nazionale è stato istituito) a oggi i ragazzi, tra i 18 e i 26 anni, impegnati come volontari in questa esperienza sono passati da 181 a quasi 45.000. E seppure dal primo gennaio di quest'anno, con la sospensione della leva obbligatoria, è venuta meno la parte di servizio civile ''coatto'' per gli obiettori di coscienza, il numero dei giovani impegnati in questa attività non sembra comunque destinato a diminuire. Anzi, ci sarà ancora più spazio per i volontari, considerato che sempre dal 2005 il limite di età per le richieste è stato alzato a 28 anni.
A confermare questa ''favorevole tendenza'' verso il ''lavoro sociale'' è il settimo rapporto della Cnesc (Conferenza nazionale enti servizio civile) sul servizio civile in Italia - che sarà presentata oggi, 15 dicembre, a Roma alla presenza del ministro Giovanardi -. Dalle cifre del rapporto anticipate da ''la Repubblica'', il consenso dei giovani è davvero impressionante: si parla di 10.000 giovani che nel 2004 hanno svolto il servizio, presso gli Enti della Cnesc. 10 milioni e seicentomila le ore impiegate, 80 milioni di euro il valore dei servizi erogati, 6mila persone coinvolte nelle attività di gestione, supporto e coordinamento dei volontari, costi indiretti per gli enti a circa 15 milioni di euro, costi diretti pari a circa 5,5 milioni di euro.

L'intento del rapporto però non è solo quello di dare numeri, ma in particolare vuole analizzare la valutazione che i ragazzi hanno dato del servizio civile, i giudizi sull'esperienza vissuta e gli effetti che ha prodotto non solo a livello umano, ma anche professionale e occupazionale. In tal senso l'indagine realizzata nei mesi scorsi dall'Istituto per la Ricerca Sociale (IRS) di Milano ha riguardato 320 giovani, in gran parte ragazze (il 95%), che nel 2002 hanno effettuato il servizio civile volontario presso gli enti aderenti alla Cnesc (Acli, Aism, Anpas, ArciServizioCivile, Caritas Italiana, Cenasca-Cisl, Cesc, Cnca, Misericordie d'Italia, Italia Nostra, Federsolidarietà/Cci, Focsiv, Legacoop). Dai dati emerge un quadro estremamente positivo che vede i ragazzi molto soddisfatti dell'esperienza. Insomma, il servizio civile piace ai giovani, li gratifica, li fa sentire attivi nella società e gli dà una speranza di lavoro.

Purtroppo tale vivace realtà per certi versi mette in allarmante. Il presidente della Cnesc, Fausto Casini, ha spiegato infatti che l'aumento delle richieste per il servizio civile non sono solo quelle dei ragazzi, ma anche quella degli enti, e a questo aumento vertiginoso di richieste non si vorrebbe passasse una visione utilitaristica da parte delle pubbliche amministrazioni, interessate a entrare nel sistema e forse a sfruttare l'impegno dei giovani per coprire le mancanze del welfare. Ciò nonostante però i fondi stanziati non aumentano, anzi. E gli investimenti strutturali rimangono a carico degli enti: ''Quest'anno - ha dichiarato Casini a Repubblica -, il fondo sarà ridotto di circa 6 milioni di euro e i problemi cominceranno quando dal 2006 si dovranno accantonare i contributi per i volontari''.

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15 dicembre 2005

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