Cibo e Memoria

Dalla madeleine di Proust al ragù della nonna: alla ricerca del tempo perduto... a tavola

31 maggio 2016
Cibo e Memoria

[...] Già da molti anni di Combray tutto ciò che non era il teatro o il dramma del coricarmi non esisteva più per me, quando in una giornata d'inverno, rientrando a casa, mia madre, vedendomi infreddolito, mi propose di prendere, contrariamente alla mia abitudine, un po' di tè. Rifiutai dapprima, e poi, non so perché, mutai d'avviso. Ella mandò a prendere una di quelle focacce pienotte e corte chiamate «maddalenine», che paiono aver avuto come stampo la valva scanalata d'una conchiglia.
Ed ecco, macchinalmente, oppresso dalla giornata grigia e dalla previsione d'un triste domani, portai alle labbra un cucchiaino di tè, in cui avevo inzuppato un pezzo di «maddalena». Ma, nel momento stesso che quel sorso misto a briciole di focaccia toccò il mio palato, trasalii, attento a quanto avveniva in me di straordinario. Un piacere delizioso m'aveva invaso, isolato, senza nozione della sua causa.  M'aveva reso indifferenti le vicissitudini della vita, le sue calamità, la sua brevità illusoria, nel modo stesso che agisce l'amore, colmandomi d'un'essenza preziosa: o meglio quest'essenza non era in me. era me stesso. Avevo cessato di sentirmi mediocre, contingente, mortale. Donde m'era potuta venire quella gioia violenta? Sentivo ch'era legata al sapore del tè e della focaccia, ma la sorpassava incommensurabilmente, non doveva essere della stessa natura. Donde veniva? Che significava? Dove afferrarla? 
Bevo un secondo sorso in cui non trovo nulla di più che nel primo, un terzo dal quale ricevo meno che dal secondo. E' tempo ch'io mi fermi, la virtù della bevanda sembra diminuire. E chiaro che la verità che cerco non è in essa, ma in me. Essa l'ha risvegliata, ma non la conosce, e non può che ripetere indefinitamente, con forza sempre minore, quella stessa testimonianza che io sono incapace d'interpretare e che voglio almeno poterle donare di nuovo e ritrovare a mia disposizione intatta, fra poco, per una spiegazione decisiva. Depongo la tazza e mi rivolgo al mio animo. Tocca a esso trovare la verità. Ma come? Grave incertezza, ogni qualvolta l'animo nostro si sente sorpassato da sé medesimo; quando lui, il ricercatore, è al tempo stesso anche il paese tenebroso dove deve cercare e dove tutto il suo bagaglio non gli servirà a nulla. Cercare? non soltanto: creare.  Si trova di fronte a qualcosa che ancora non è, e che esso solo può rendere reale, poi far entrare nella sua luce.
 [...]

[...] E ad un tratto il ricordo m'è apparso. Quel sapore era quello del pezzetto di «maddalena» che la domenica mattina a Combray (giacché quel giorno non uscivo prima della messa ), quando andavo a salutarla nella sua camera, la zia Léonie mi offriva dopo averlo bagnato nel suo infuso di tè o di tiglio.
La vista della focaccia, prima d'assaggiarla, non m'aveva ricordato niente; forse perché, avendone viste spesso, senza mangiarle, sui vassoi dei pasticcieri, la loro immagine aveva lasciato quei giorni di Combray per unirsi ad altri giorni più recenti; forse perché di quei ricordi così a lungo abbandonati fuori della memoria, niente sopravviveva, tutto s'era disgregato; le forme - anche quella della conchiglietta di pasta - così grassamente sensuale sotto la sua veste a pieghe severa e devota - erano abolite, o, sonnacchiose, avevano perduto la forza d'espansione che avrebbe loro permesso di raggiungere la coscienza.
[...] E, appena ebbi riconosciuto il sapore del pezzetto di "maddalena" inzuppato nel tiglio che mi dava la zia (pur ignorando sempre e dovendo rimandare a molto più tardi la scoperta della ragione per cui questo ricordo mi rendesse così felice), subito la vecchia casa grigia sulla strada, nella quale era la sua stanza, si adattò come uno scenario di teatro al piccolo padiglione sul giardino, dietro di essa, costruito per i miei genitori (il lato tronco che solo avevo riveduto fin allora); e con la casa la città, la piazza dove mi mandavano prima di colazione, le vie dove andavo in escursione dalla mattina alla sera e con tutti i tempi, le passeggiate che si facevano se il tempo era bello. E come in quel gioco in cui i Giapponesi si divertono a immergere in una scodella di porcellana piena d'acqua dei pezzetti di carta fin allora indistinti, che, appena immersi, si distendono, prendono contorno, si colorano, si differenziano, diventano fiori, case, figure umane consistenti e riconoscibili, così ora tutti i fiori del nostro giardino e quelli del parco di Swann, e le ninfee della Vivonne e la buona gente del villaggio e le loro casette e la chiesa e tutta Combray e i suoi dintorni, tutto quello che vien prendendo forma e solidità, è sorto, città e giardini, dalla mia tazza di tè [...]

Marcel Proust, "Dalla parte di Swann"

Il cibo della mamma o della nonna è sempre il più buono. Il sapore, l'atmosfera della cucina dove si è cresciuti, i profumi dei piatti dell'infanzia e dell'adolescenza sembrano non abbandonarci mai, accompagnandoci per tutta la vita...
Non si tratta di un semplice luogo comune, ma a confermarlo sono ben 7 esperti su dieci (74%), secondo i quali il cibo rappresenta una vera e propria 'macchina del tempo'. Un'indagine del Mauri Lab, osservatorio/laboratorio internazionale, creato dall'omonima azienda italiana di formaggi presente in ogni parte del Mondo, pubblicata su www.wellnesscucina.it spiega che alcuni cibi sono associati automaticamente e in modo inconscio a uno dei genitori, basta solo nominare determinati piatti, infatti, per riportare alla mente la figura di un parente o di un momento felice del passato.

Per un esperto su due (53%) ogni pietanza può corrispondere ad un legame affettivo, così come rappresenta, per il 59%, un'esperienza che ci accompagna per tutta vita. Senza considerare il fatto, dice il 63%, che il cibo ha il potere di riportare alla mente la terra d'origine o un periodo della propria vita. Un effetto ancora più forte se non ci si limita a mangiarlo, ma lo si prepara anche: ai fornelli il legame inconscio con un ricordo del passato diventa ancora più forte (64%).
Preparare alcuni piatti quindi può risultare un'esperienza terapeutica, in quanto attraverso alcuni sapori o profumi si può integrare o far rivivere quei legami affettivi utili per combattere la solitudine così come l'ansia e lo stress. Al punto che oggi, parafrasando il titolo di un film di Fellini, gli esperti iniziano a parlare di 'Amarfood' (Amarcord+food), ovvero la possibilità di affrontare 'i mali della vita moderna', attraverso l'emozione generata dalla preparazione o dall'assaggio di alcuni piatti o ingredienti.
Ecco perché la cucina diventa sempre più Wellness, una sorta di beauty farm in grado di regalare benessere. Questo è quanto emerge da uno studio promosso dal Mauri Lab, attraverso 90 interviste a psicologi, psicopedagogisti, aromaterapeuti, antropologi alimentari, esperti di nutrizione e la realizzazione di 5 focus group (a cui hanno preso parte 100 donne e uomini di età compresa tra i 18 e i 55 anni di età), sull'evocazione e i ricordi provocati in loro da determinati piatti.

Mettersi ai fornelli o semplicemente assaggiare un piatto del nostro passato? Per gli esperti è il modo più efficace per rivivere un momento o un rapporto particolarmente felice. 'Alla Ricerca del tempo perduto', una delle opere letterarie più importanti del Novecento, guarda caso inizia con Proust che mangia una madeleine ricordando la propria infanzia. Non si tratta semplicemente di un espediente letterario, come confermano sei esperti su dieci (61%) secondo i quali "quando si prepara o si assaggia qualcosa non si cerca solo di soddisfare l'appetito, ma dal cibo vogliamo anche qualcos'altro ovvero che nutra la nostra voglia di emozioni".
Ma quali sono le ragioni per le quali un semplice piatto può riportare in modo così forte al passato? Dai risultati, quella più forte è legata alla 'multisensorialità del cibo', cioè la capacità di quest'ultimo di stimolare i sensi, coinvolgendoli su più piani (tra cui quello inconscio), e quindi in grado di attivare ricordi e associazioni (52%). E se alla semplice 'degustazione' di un piatto si unisce anche la sua preparazione, l'effetto ne è amplificato in modo esponenziale, anche grazie alla gestualità e la ritualità della preparazione, gli odori e i rumori che immediatamente portano alla mente i ricordi di persone e situazioni a cui quella preparazione viene associata (64%). Un aspetto sempre più importante in una società dove ci sono quasi 2 milioni di single che vivono da soli, oltre 600 mila studenti fuori sede e manager e imprenditori che affrontano una media di 21 trasferte lavorative l'anno.

Ecco perché secondo gli esperti la cucina o alcuni cibi possono aiutare a combattere le problematiche legate alla solitudine (51%) e a quel senso di mancanza che colpisce chi è costretto a stare per lunghi periodi lontano da casa (47%). Non solo, la preparazione e alcune pietanze possono aiutare a contrastare quel senso d'ansia che ormai accompagna la vita di tutti i giorni (43%). In che modo? Semplice, nei momenti in cui si avverte la 'sofferenza', mettersi in cucina e preparare quei piatti legati ai ricordi e alla sensazione dell'infanzia, può permettere di 'rivivere' le emozioni positive del passato (49%). Ma tutto ciò affermano gli esperti può aiutare anche nei momenti di crisi con il partner (42%) in quanto attraverso il cibo si possono creare dei 'momenti affettivi' in grado di unire la coppia (51%). [Adnkronos]

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31 maggio 2016

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