CINA SpA - La superpotenza che sta sfidando il mondo

Metti Mao a vendere la zuppa... Il libro di Ted Fishman, edito da Nuovi Mondi Media

21 giugno 2005


Pubblichiamo di seguito alcuni estratti dal libro ''CINA SpA - La superpotenza che sta sfidando il mondo'', di Ted Fishman, ed. Nuovi Mondi Media, e tratti dal sito www.cacaonline.it.
[Il libro può essere acquistato online nel sito www.commercioetico.it]

Ormai la Cina è ovunque. La sua reputazione di principale centro di lavorazione di prodotti industriali di fascia bassa è universale quanto quella del denaro. In Cina si cuciono più abiti, si producono più scarpe e si assemblano più giocattoli che in ogni altra parte del mondo.
Il giocatore più alto dell'NBA, Yao Ming, è cinese.
E prima di passare al testo vi diamo alcune cifre decisamente significative:
Sono più i cinesi che parlano inglese come seconda lingua delle persone che parlano inglese negli Usa.
La popolazione dell'Unione Europea ammonta complessivamente a 458 milioni di persone. In Cina solo i lavoratori sono quasi 750 milioni.
In Cina 320 milioni di persone, più l'intera popolazione degli Stati Uniti, hanno meno di 14 anni.
I lavoratori del settore tessile negli Usa guadagnano l'ora 7,6 euro, 6 euro circa in Italia, 1.31 euro in El Salvador. In Cina circa 54 centesimi.
E ora, buona lettura...

IL COLONNELLO MAO

La nuova vita dei ristoranti cinesi sta comportando anche una trasformazione sconvolgente della figura di Mao Tse Tung, che sta assumendo sempre più un ruolo da colonnello Sanders (l'inventore, e oggi icona, della catena Kentucky Fried Chicken, NdT).
Entrate in un ristorante qualsiasi di Hunan e incrocerete lo sguardo di Mao. I capitalisti di vecchia data sono soliti fare una lista delle cifre legate alla politica come se fossero imbonitori. Le auto americane di lusso si chiamano Lincoln, che diventa anche il nome dei centri che erogano prestiti giornalieri. La monarchia inglese fa da testimonial a ombrelli e confetture. Essere leader di una democrazia occidentale significa anche essere coinvolti nella protezione del commercio.
Mao deve la propria celebrità al fatto di aver lottato contro i servi del capitalismo relegandoli nell'ombra, ed è' questo il ruolo che lo caratterizza ancora nei ritratti esposti nei luoghi pubblici. Per esempio la grandezza d'animo di Mao domina, naturalmente, piazza Tiananmen di Pechino. E le statue monumentali che lo immortalano, come quella che c'è a Chengdu, capoluogo del Sichuan, a volte sorvegliano ancora le piazze pubbliche. Nessuno confonde Mao con le riforme legate al commercio o al libero scambio: nessuno pensa davvero che Mao avrebbe sottoscritto il patto segreto dei contadini di Xiaogang.
Nei ricordi dei cinesi che hanno 45 anni o più, Mao resta una presenza irremovibile. Oggi i più giovani spesso si lamentano per il fatto che la generazione precedente è stata forgiata da anni di regime maoista, durante il quale la volontà dispotica, violenta e imprevedibile del leader e del suo governo resero le persone diffidenti e ossessionate dal garantirsi l'auto-conservazione. Una generalizzazione indubbiamente ricca di eccezioni, ma ciononostante divenuta ormai diffusa. I giovani dirigenti non vogliono assumere gli ultraquarantenni perché considerano paranoica la vecchia generazione. Si tratta di uno dei nuovi e deprimenti ritorni in auge dei cosiddetti ''Quattro Vecchi'', uno dei concetti che fecero da propulsori alla Rivoluzione Culturale e che esortava il popolo a disfarsi ''delle vecchie idee'', ''della vecchia cultura'', ''delle vecchie tradizioni'' e ''delle vecchie abitudini''.

A dispetto dei costi morali del dominio di Mao, egli è ancora l'icona più conosciuta della nazione. Quale personaggio è dunque più indicato di lui per vendere la zuppa? Il ristorante Giardino Hunan di Shanghai è un grande e vivace museo dedicato a Mao. In fondo c'è un ritratto del leader che si accende gioiosamente una sigaretta, mentre un altro eterna la sua immagine da giovane, quando ostentava un aspetto da divo del cinema. E' sdraiato e scherza, oppure sta assaporando un piacere più intimo.
Per i ristoratori le immagini mandano un messaggio diverso: ''provate i cibi preferiti di Mao''. Nei ristoranti di Hunan il maiale grasso condito con sugo di carne è un vero e proprio must. Mao lo adorava.
In altri locali le statue del leader salutano i clienti all'ingresso, proprio come fanno i colonnelli in fibra di vetro della Kentucky Fried Chicken. E in altri viene rappresentato con lo stile di Andy Warhol, coi colori della pop art e a dimensioni ben maggiori di quelle reali.
Man mano che passa il tempo Mao viene raffigurato in modi via via più arditi, che allontanano sempre più la sua immagine dall'individuo in carne e ossa e dal contesto storico in cui è vissuto. Proprio come nel caso dei Cesari e del Caesars Palace di Las Vegas.
I clienti trovano strano il fatto che il peggior nemico del capitalismo ora faccia da testimonial ai ristoratori privati? Niente affatto: Mao era originario di Hunan e sono orgogliosi di lui.
E cosa pensano dei modi più idioti in cui viene rappresentato? Semplicemente che i proprietari stanno cercando di fare l'interesse del locale. Mao non significa nulla per i mercati, se si eccettuano quelli in cui la sua immagine viene venduta. Dopotutto, in Cina gli affari sono affari.

KITSCH COMUNISTA
Foto tratta dal sito www. fotored. itIl cambiamento di significato dell'immagine di Mao fa sorgere una domanda: dov'è finito il passato più radicale della Cina? In un mondo di commissioni d'inchiesta e commemorazioni di olocausti ci si potrebbe aspettare che gli anni più duri del regime comunista venissero ispezionati minuziosamente.
Le memorie degli scrittori cinesi in esilio hanno dato vita a una delle opere letterarie più commoventi della fine del XX secolo. Alcune storie, se raccontate con sufficiente delicatezza, sanno cogliere nel segno. Il romanzo ''Vivere'' (1994) di Yu Hua (in Italia pubblicato dalla ''Donzelli Editore'') racconta la storia, violenta ma molto commovente, di un giocatore d'azzardo ricco e alcolizzato che perde tutto prima della rivoluzione e viene poi travolto dai cambiamenti determinati dalla guerra e dagli anni della ''costruzione della nuova società'' anni di costruzione della società. L'adattamento cinematografico del libro (di Zhang Yimou), anch'esso del 1994, in Cina è ancora vietato dalla censura.
Insistendo un po', lasciando passare un po' di tempo, offrendo loro the e birra, gli anziani finiscono per raccontare le lotte che hanno sostenuto durante il XX secolo. Inoltre sono contenti che ci sia qualcuno disposto ad ascoltarli. Se cominciano a parlare e si avvicinano gli amici, questi ultimi annuiscono riconoscendo nel destino dell'altro anche il proprio, riconoscendo gli slogan che hanno scandito la loro vita, gli amici che hanno amato e perso e il fervore di un tempo. Spesso rimpiangono ciò che non c'è più, quel tempo in cui fare gli spazzini e costruire aggeggi era conveniente quanto fare i medici e gli insegnanti, se non di più. Quando la proprietà significava così poco che quasi non si commettevano reati e se si perdeva una cosa c'era qualcuno che veniva a restituirla. Le storie e le emozioni vengono fuori come fiumi in piena, spesso perché finora nessuno è mai stato ad ascoltarle, oppure perché sono talmente condivise e comprensibili che non c'è bisogno di raccontarle a coloro che sono sopravvissuti al peggio.

Gli studenti universitari spesso conoscono la storia della loro famiglia soltanto per sommi capi, a volte per caso e a volte per scelta. L'avvenimento più sorprendente legato alla trasformazione della Cina da uno stato di lavoratori a uno stato che lavora è il fatto che in questo passaggio ha seppellito i rancori e le efferate ostilità che diversamente avrebbero potuto logorare la nazione. In ogni città e in ogni villaggio i lavoratori vengono ogni giorno a contatto con le stesse persone che trattarono brutalmente o umiliarono le loro famiglie, oppure coi figli di costoro. Ma l'aspetto più importante è che i cinesi guardano al futuro, a ciò che la nazione può essere e a come possono cavalcare l'onda della prosperità nascente. Buono o cattivo, il passato era ideologico, folle e improduttivo. Adesso si va avanti e si spera.
Forse il partito comunista vuole gettare i propri fallimenti nella pattumiera della storia, ma in realtà essi finiscono nel cesto delle cose da vendere. C'è un'intera industria che si occupa dello smercio dei cimeli del vecchio regime. Negozi negli hotel raffinati, mercatini d'antiquariato e trappole all'aperto per turisti pullulano di tutte quelle rovine. Molte sono vere, come le grandi cataste che ammucchiavano centinaia di copie del Libretto Rosso, il volume che i cinesi partorirono e che utilizzarono come strumento di auto-analisi alla ricerca del modo migliore di servire Mao e la rivoluzione.
Questi libri sono ovunque: nei mercati ce ne sono così tanti che ci si potrebbero usare per costruire palazzi. E Libretto Rossodietro ognuno si cela qualche individuo o istituzione che ha deciso di disfarsene, rivendendoli a un prezzo molto inferiore a quello che hanno attualmente nel mercato dell'usato: dieci o 20 centesimi di dollaro. Non sorprendentemente, queste montagne di libri spesso arrivano dalle campagne, raccolte dai contadini migranti che tessono reti tra i villaggi per trovare briciole del passato della Cina da rivendere in città.
Altrettanto numerose sono le migliaia di fumetti pedagogici, che, in ragione della loro infinita varietà, risultano assai più interessanti dei volumi di Mao gettati via. I piccoli giornalini, fatti di poche pagine sottili e non più grandi di una ricevuta, non reggono il confronto con le storie audaci dei fumetti che si ispirano ai Manga, corposi e nuovi, che vengono venduti nelle edicole. I vecchi volumi emanano un tale fetore di muffa che pochi clienti osano sfogliarli. Hanno un certo fascino soprattutto per gli stranieri, che hanno imparato a comprendere il valore degli oggetti popolari usati e a scovare in quell'accozzaglia le cose migliori.
Se però ne aprite uno qualsiasi, contiene una lezione originale. Uno parla del ragazzino francese che lasciò il proprio segno nella Comune di Parigi combattendo i controrivoluzionari, mentre un altro racconta di un contadino cinese bravo a fare i richiami per gli uccelli. Dopo che la sua famiglia viene distrutta dai proprietari terrieri malvagi e dagli imperialisti giapponesi, si unisce ai comunisti che lottano per la loro patria e usa i richiami per segnalare alle truppe i movimenti dei nemici. In un altro ancora, pubblicato nel 1973, quinto anno della Rivoluzione Culturale, i bambini possono leggere la storia della cosiddetta ''Orfana della Neve'', una bambina bloccata in un cumulo di neve che viene salvata da un miliziano dell'Armata Rossa durante la guerra contro i nazionalisti. La ragazzina cresce in una comune e diventa dottoressa. Quando la sua vita si incrocia nuovamente, per caso, con quella del soldato, che è diventato vecchio e cieco, tocca a lei salvarlo.
I fumetti più numerosi, cioè quelli di cui ci si vuole disfare più in fretta, sono quelli della Piccola Guardia Rossa, che raccontano di bambini che lottano contro i proprietari terrieri, gli intellettuali e altri nemici della rivoluzione. Forse i bambini non potevano giocare a essere Superman nella Cina del passato, ma potevano fare i rivoluzionari radicali. I fumetti indicavano loro la strada da seguire, e adesso sono praticamente spazzatura.

I poster propagandistici sono un altro pezzo forte del mercato. C'è un appetito internazionale in costante aumento per i poster cinesi a tema politico e i venditori di oggetti strani ne hanno un sacco. Gran parte dei cinesi non li compra ancora, ma gli stranieri avanzano tra le pile esaminando ogni operaio metallurgico sorridente, uomo o donna, ogni contadino in marcia e ogni nobile ritratto di Mao, cercando di scovare l'immagine che riunisce in modo più incongruente radicalismo, sentimento, arte e cattivo gusto.
Cercano anche di distinguere i poster veri dalle riproduzioni. Mentre i cinesi ripuliscono i vecchi attici e i ricordi, le fabbriche del posto sono impegnate a produrre copie. Ogni venditore sa che nel maggio del 2001 una famosa casa d'aste (Sotheby's) ha venduto un poster vecchio di 30 anni con la scritta "Yankee Go Home" per 575 dollari. E' successo a un'asta che metteva in vendita 150 oggetti da collezione della rivoluzione culturale.
Oggi i mercati sono invasi da falsi cimeli maoisti: più sono strampalati e meglio è. Immaginate tutti i gadget di Mr. Peanut, di Elvis e di Marilyn che avete visto e mettete su di essi l'icona di Mao. Busti di ceramica, statuette, piatti, tazze e scatole arrivano a ondate sul mercato, a seconda di ciò che i commercianti pensano di riuscire a vendere meglio. Camminate nello stesso mercato a distanza di un mese e troverete sui banchi nuovi tipi di articoli filo-maoisti. Se un medaglione di ceramica grande qualche centimetro va forte, il mese dopo lo troverete in tutte le dimensioni possibili.
Gli oggetti maoisti autentici sono piuttosto richiesti a livello locale e i collezionisti possono riuscire ad accaparrarsi montagne di cose. Melissa Schrift, antropologa della Marquette University di Milwaukee, nel 2001 ha pubblicato una ricerca relativa alla storia del distintivo di Mao.
Negli anni '60 portare gioielli o aggiungere un tocco alla moda di altro tipo agli abiti violava tabù politici molto rigidi. Il distintivo di Mao era un'eccezione. Prodotto in miliardi di esemplari, in circa 10.000 varianti diverse, finì per gravare tanto pesantemente sull'economia cinese che il partito tentò di bloccarne il commercio. Quando furono avviate le riforme economiche di Deng Xiaoping, i distintivi di Mao vennero raccolti e fusi per recuperare il metallo di cui erano fatti.
Ora che la Cina è più ricca giovani e vecchi hanno nostalgia dei distintivi. Nel marzo del 2000 il People's Daily pubblicò la storia di un contadino che aveva una collezione di 30.000 distintivi di Mao. L'assortimento rappresentava un omaggio al leader. ''Credo che i giovani cinesi che collezionano i vecchi distintivi apprezzino in qualche modo il kitsch'', afferma la Schrift. ''Come occidentali pensiamo di avere qualche tipo di monopolio sugli atteggiamenti buffi legati agli aspetti popolari della cultura. Per i collezionisti meno giovani raccogliere simboli del regime di Mao ha una finalità catartica: è il loro modo per affrontare qualcosa di incredibilmente traumatico che riguarda il passato, ma che il governo preferirebbe dimenticare. Passerà molto, moltissimo tempo prima che in Cina venga aperto un museo sulla ''Rivoluzione Culturale''.

Nel frattempo i cinesi d'oltremare da anni stanno riconcettualizzando Mao. Shanghai Tang, lo stilista di Hong Kong, vende raffinate versioni in seta delle divise maoiste, spesso di colori sgargianti, e orologi il cui quadrante è occupato da Mao che saluta. A metà degli anni '90 la designer newyorchese Vivienne Tam si affermò anche grazie alle T-shirt su cui era stampata un'immagine di Mao coi codini da scolaretta. Nel mercato cinese, naturalmente, non sarebbe permesso nulla di tutto ciò, ma anche i collezionisti giovani, influenzati dal gusto generalizzato per l'ironia e l'accaparramento, comprano i distintivi di Mao. La Schrift osserva che molti cinesi più attempati sono offesi da questo tipo di collezionismo e spesso comprano gli oggetti maoisti come forma d'investimento. Naturalmente sono però anche i cinesi più anziani ad aver dato vita alla marea rossa di oggetti legati alla rivoluzione che ha invaso i negozi.Mao visto da Andy Warhol
Nel processo di mercificazione del presidente Mao si può riconoscere l'attuale ambizione della Cina di allontanarsi dal XX secolo. Non solo quella di recuperare il tempo perduto, ma anche quella di evitare le domande scomode delle recriminazioni che scaturirebbero da un bilancio attento. Al contrario, la storia è stata convertita in merce, e una volta venduta aiuta a far tornare i conti.
Se la Cina riuscirà a resistere altri 20 o 30 anni senza che i fantasmi della metà del XX secolo tornino a tormentarla, il paese riuscirà a esorcizzare uno dei lasciti potenzialmente più esplosivi della storia recente.
Potrebbe esserci reazione migliore? I rancori del passato oggi rappresentano la forza destabilizzante più potente del mondo moderno e la Cina è decisissima a non lasciarli prevalere.
Per ora la soluzione è rappresentata dal commercio, e il presidente Mao deve vendere la zuppa.

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21 giugno 2005

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