Cos'è che non va nell'export siciliano? L'approccio borbonico!

Il brand "Sicilia" va a gonfie vele, ma c’è ancora qualche problema (tutto interno) che impedisce il grande boom

03 ottobre 2017
Cos'è che non va nell'export siciliano? L'approccio borbonico!

È vero, è verissimo, il brand Sicilia nell’agroalimentare e nell’enogastronomia, di per sé, costituisce un importante valore aggiunto sui mercati mondiali. Il marchio Sicilia attrae e buyers internazionali sono sempre interessati ad esportare le unicità che solo in questo fazzoletto di terra triangolare, posto al centro del Mediterraneo, hanno possibilità di esistere.
Purtroppo però, l’export della Sicilia continua a doversi scontrare con problemi strutturali che impediscono un definitivo boom internazionale. Ad esempio, nei primi sei mesi del 2017, secondo l'Istat, l'export della Sicilia è aumentato del 30,3 per cento rispetto allo stesso periodo dell'anno prima, dopo il tonfo del 17,3 per cento archiviato nel 2016.
Bene allora, no? No, se notiamo che a trainare la crescita, come segnala Unioncamere, sono i prodotti petroliferi, che volano con un aumento di oltre il 40 per cento, mentre il segno più all'agricoltura si ferma sotto il tre per cento.

Secondo Rossano Zappalà, responsabile marketing dell'azienda di famiglia lattiero-casearia che condivide con i due fratelli, a pesare sul commercio estero siciliano è quello che chiama, senza giri di parole, "un approccio borbonico". Osservazione da prendere in considerazione visto che viene dal rappresentante di un’azienda che vanta un fatturato di circa 55 milioni all'anno, il 10 per cento del quale realizzato con l'estero. Il marchio Zappalà, infatti, si è saputo fare strada e oggi vende in 24 Paesi: "Su 100 pizze sfornate a Tokyo - spiega Rossano Zappalà - 30 sono fatte con la nostra mozzarella". Ma, a frenare l'export in Sicilia - sottolinea - è la scarsa attitudine a fare squadra. "Abbiamo tentato - racconta - di mettere insieme il nostro database clienti con altre aziende siciliane, dell'olio e di altri prodotti. Ma c'è molta gelosia, non c'è l'intenzione di condividere le informazioni. Nessuno ha dato i nominativi dei propri clienti".

Non aiutano neanche le altalenanti politiche pubbliche. La spesa regionale a sostegno dell'internazionalizzazione delle imprese è passata dai 17,5 milioni di euro nel 2015, anno in cui la Regione è stata quella che ha più investito in questa direzione, a zero nel 2016 - a eccezione di un milione e mezzo destinato ai consorzi - anche se quest'anno si registra una ripresa. Fiere, workshop, missioni all'estero, corsi di formazione: neanche un euro.
"Quando c'era la possibilità - racconta Salvatore Peluso, presidente del Consorzio del cioccolato di Modica, prodotto sul quale l'export pesa per circa il 10% - ci aggregavamo alla Regione su fiere, workshop e altre iniziative. Ma se vengono tagliate le risorse, i piccoli imprenditori non si possono permettere di andare alle fiere internazionali. Non abbiamo potuto incrementare i volumi però siamo riusciti a mantenerli, corteggiando il cliente con altri sistemi".

Gli imprenditori dell’agroalimentare, però, non si arrendono principalmente perché hanno fiducia nei propri prodotti, e sono molti a non farsi scoraggiare da cosa - o chi - rema loro contro. Carmelo Arestia, titolare di Agromonte, azienda del pomodoro ciliegino, è uno di questi. La sua azienda è passata in due anni dal 10 al 40 per cento di export, e lo scorso giugno ha incassato al Summer Fancy Food Show 2017 di New York, la principale fiera americana di settore, il premio per i prodotti alimentari più innovativi nell'ambito degli Italian Food Awards. "L'estero è il futuro - spiega -. Noi facciamo prodotti di alta qualità, a un prezzo un po' più caro, e cerchiamo un consumatore di livello medio-alto". La mancanza di aiuti non li ha fermati: "Abbiamo fatto da noi".

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03 ottobre 2017

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