Cosa Nostra a Tavola

Una storia della mafia attraverso l'analisi delle consuetudini alimentari degli uomini d'onore

14 novembre 2016
Cosa Nostra a Tavola

È possibile scrivere una storia della mafia attraverso l'analisi delle consuetudini alimentari degli uomini d'onore?
di Ignazio De Francisci *

Scrivere una storia di Cosa Nostra attraverso l'analisi del cibo è probabilmente velleitario, però è possibile, e anche utile, tentare una analisi della tavola di Cosa Nostra per trarne interessanti conclusioni sulla natura stessa di tale organizzazione criminale.

Cosa Nostra nasce in Sicilia, nelle campagne siciliane, ed è lì che si forma la sua struttura di organizzazione segreta, gerarchicamente ordinata, capillarmente diffusa sul territorio.
Il DNA dell'uomo d'onore si forma in campagna, e così quello che mangia viene dalla campagna, dal mondo contadino siciliano. L'uomo d'onore è perfettamente mimetizzato nel mondo in cui vive; egli cioè non ostenta la sua appartenenza a Cosa Nostra, né rivela ad alcuno tale status, ad eccezione degli altri uomini d'onore ai quali viene ritualmente presentato da un terzo facente parte della organizzazione criminale. L'uomo d'onore, quindi, appartiene in tutto e per tutto al territorio nel quale vive e consuma le stesse vivande delle persone per bene; quello che cambia, in parte, è il modo di vivere il rapporto col cibo, in particolare le ritualità degli incontri conviviali tra appartenenti alla organizzazione.
Si è detto che Cosa Nostra nasce nelle campagne e segue l'austera dieta dei contadini siciliani. Molta verdura, ortaggi, tutti autoprodotti, poca carne, con preferenza per ovini e caprini che, in popolosi greggi, il mafioso spesso conduceva da una contrada all'altra. La pasta non manca mai, quasi sempre con pomodoro. Molto presenti le fave, diffusissime nell'isola, e anche i carciofi, quelli con le spine, arrostiti alla brace.

Gli incontri conviviali sono stati per Cosa Nostra una importante occasione di crescita, sono stati delle vere e proprie colazioni di lavoro, utilizzate per rinsaldare i vincoli tra diverse "famiglie", per organizzare nuove illecite attività, per preparare nuove strategie di attacco o per riflettere su attacchi ricevuti.
Le "mangiate" o "schiticchi" avvenivano in campagna, possibilmente nel baglio di qualche amico, a porte chiuse, con qualcuno prudentemente alla porta per controllare...
Lo "schiticchio" per sua natura era piuttosto impegnativo, sia per la durata, che per le cibarie che si dovevano mangiare e ancor di più lo era per chi lo organizzava e si faceva carico di trovare la materia prima, accendere la brace etc.
Famosi banchetti sono stati organizzati nei primi anni Ottanta alla tenuta Favarella di Michele Greco (all'epoca capo della Commissione provinciale di Cosa Nostra palermitana) e i partecipanti erano parecchie decine. Adesso, un simile avvenimento non è assolutamente concepibile. La nuova struttura di Cosa Nostra, tutta tesa ad evitare il ripetersi del cosiddetto pentitismo, mira a compartimentare la organizzazione, a ridurre le conoscenze tra uomini d'onore di base, limitando ai vertici assoluti i rapporti tra diverse famiglie o diverse province.

Riina Salvatore all'inizio del 1992 partecipa a un pranzo con le famiglie mafiose di Marsala e Mazara del Vallo per organizzare la reazione contro la cosiddetta "Stidda" marsalese guidata da Carlo Zichittella e Leonardo Canino; un collaboratore che è tra i commensali ci racconta di un Riina come sempre parco, misurato, equilibrato nelle parole, affatto amante della buona tavola. C'è anche qualcuno che si precipita a sbucciargli la frutta.
I risultati di quel pranzo saranno condensati in una decina di omicidi, alcuni commessi con fucile mitragliatore, usato in pieno giorno nel centro di Marsala; la "Stidda" marsalese militarmente sconfitta si arruolò sotto le bandiere, invero oggi lacere per le tante battaglie condotte, ma sempre gloriose, del "pentitismo" gestito dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo, con Paolo Borsellino indimenticata guida.

E ancora, dalle indagini antimafia in provincia di Trapani è stata posta in luce la "pecora bollita", antica pietanza in auge presso i pastori che con precise ritualità la consumavano. Dalle dichiarazioni dei collaboratori di Giustizia emerge spesso questa cerimonia della pecora bollita, piatto dalla lunga preparazione, fatto apposta per socializzare, per prolungati incontri in aperta campagna attorno al fuoco, con una capace pentola che conteneva i pezzi della pecora. La preparazione è lunga perché prevede che l'acqua di cottura della pecora, adeguatamente aromatizzata, venga cambiata tre volte; la terza verrà utilizzata per la cottura della minestra che precederà a tavola la pecora lessa.
È un piatto profondamente contadino, del contadino-pastore che caratterizza questa parte di Sicilia e che però è il nucleo originario di Cosa Nostra. Mangiare la pecora bollita è come mangiare uno degli elementi fondanti di Cosa Nostra e serve a capire le logiche della organizzazione criminale, spietata e dura come la vita del pastore siciliano, anarchico per vocazione, contro ogni forma di legge per istinto naturale, pronto alle più inaudite violenze con un fatalistico senso della vita, che in parte, appartiene ad ogni siciliano.

La carcerazione (evento traumatico sempre possibile, ma non probabile, nella mentalità degli uomini d'onore fino a qualche anno addietro) fa cambiare prospettiva al rapporto dell'uomo d'onore col cibo; il mafioso infatti esce dal proprio ambiente, viene ufficialmente qualificato come appartenente alla organizzazione e, pur permanendo la sua assoluta negazione di qualsiasi responsabilità personale, "deve" recitare una parte, dimostrando coi fatti, col suo comportamento, di essere quello che tutti sanno, ma che nessuno dice. E allora, anche il cibo entra in questa commedia.
Il mafioso non mangia nulla di quello che passa l'Amministrazione (e qui è tutto il suo disprezzo per tutto ciò che viene dallo Stato), ma unicamente quello che gli porta la moglie o la famiglia. Queste derrate (ovviamente nei limiti del regolamento del singolo Istituto penitenziario) sono però talmente abbondanti che sono numerosi i detenuti che ne beneficiano. E così il mafioso acquisisce meriti e consensi.
Il cibo così distribuito, in passato decisamente lussuoso, oggi un po' meno, altro non è se non ostentazione di ricchezza e strumento per acquisire potere. Il mafioso detenuto elargisce gran parte di quello che riceve, fa mangiare ai compagni di cella o di reparto cibi prelibati e, si sa, quando c'è miseria (e in carcere ve ne è, di quella vera) non si va tanto per il sottile circa la provenienza di quel che si mangia. Hanno raccontato, alcuni collaboratori di Giustizia della provincia di Trapani che, alla fine degli anni Ottanta, molti uomini d'onore delle famiglie di Marsala e Mazara del Vallo si trovavano insieme nel carcere di Marsala; ebbene, in quell'Istituto era presente un intero frigorifero destinato alla conservazione del pesce che i mafiosi ricevevano in gran copia dall'esterno. Sempre questi collaboratori hanno precisato che in quel frigorifero c'era il meglio del pescato nel canale di Sicilia (e forse in mare tunisino...).

L'applicazione del regime ex art. 41 bis del regolamento penitenziario ha limitato questo improprio uso del cibo come strumento di potere, ma purtroppo sono molti i mafiosi che sfuggono all'applicazione del citato articolo.
E ancora nel carcere dell'Ucciardone di anni addietro si organizzavano schiticchi in occasione delle Feste e l'essere ammessi in certe celle era segno di potere come pure l'esserne esclusi poteva significare che si era stati "posati" cioè emarginati dalla organizzazione. In tal caso la vita dei "posati" valeva pressoché nulla. Non sono pochi i soggetti che, colto un segnale di tal genere, meditavano il gran salto nelle file dei collaboratori e a volte questo riusciva. Altre volte però il mafioso veniva "filato" che in gergo significa più o meno ingannato. Il "filamento" (sulle tecniche del quale si potrebbe scrivere un libro) consisteva nel far credere all'uomo d'onore in procinto di essere ucciso che verso di lui si nutriva la massima stima e così lo si invitava nella cella dei capi per pranzare. Se il soggetto cadeva nel tranello, andava, mangiava, si convinceva che verso di lui non vi era nulla di ostile e così abbassava la guardia (non si comportava più da "guardigno" cioè sospettoso) e lo si uccideva facilmente in carcere o fuori. In questo caso il banchetto serviva per "filarsi" qualcuno ed eliminarlo. Nello stesso tempo, rifiutare l'invito significava far capire che si aveva capito. E il discorso si complicava, per tutti.
Insomma il cibo è una componente importante nella storia di Cosa Nostra e vi sono molti altri spunti da approfondire, a cominciare da quello, ovvio, su che cosa mangia l'antimafia. Ma questa è tutta un'altra storia.

* Ignazio De Francisci, siciliano, oggi Procuratore generale di Bologna, è stato Procuratore Capo della Repubblica di Agrigento e pm nel pool Antimafia di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino

Fonte: Slow Food

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14 novembre 2016

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