Il Vino nella Storia e nella Letteratura

Nella storia del vino la possibilità di confrontarsi con la storia dell'uomo

07 giugno 2016
Il Vino nella Storia e nella Letteratura

Parlare del vino significa confrontarsi con la storia dell'uomo, affrontare i limiti dell'esistenza per capire che da sempre è insita nella natura umana la tensione ad una trascendenza non religiosa, ma tutta carnale e tragicamente terrena, la tensione ad un superamento (anche se temporaneo) delle tristezze e ristrettezze della nostra vita.
Il vino ha costituito e costituisce, sin dalla più remota antichità il mezzo principe di questa momentanea liberazione dai vincoli terreni; pensiamo ad esempio ad Alceo (VII sec. a.C.) che scrive: ''...il figlio di Zeus e Semele diede agli uomini il vino per dimenticare i dolori'' (framm. 96 D).
Lo stesso Platone, noto per la rigidezza dei suoi costumi, consigliava ai vecchi di bere vino: ''ma quando un uomo entra nel suo quarantesimo anno... può invocare gli altri dei, e in particolare invitare Dioniso a partecipare al sacro rito dei vecchi, e anche alla loro allegrezza… il vino, il rimedio contro i malumori della vecchiaia''.
E d'altronde, secondo la Bibbia è stato Dio stesso a fare dono all'uomo del vino: ''bevi il tuo vino con cuore lieto'' (viene detto in Qoelet, cap.9), e altrove l'uomo intona il suo canto per ringraziarlo di questo: ''Signore mio Dio, quanto sei grande!... Fai crescere il fieno per gli armenti e l'erba al servizio dell'uomo perché tragga alimento dalla terra, il vino che allieta il cuore dell'uomo'' (Salmi, 104)

E' difficile immaginare l'effetto che dovette fare la scoperta delle virtù ristoratrici e confortatrici del vino, sull'animo degli uomini antichi: in un mondo dove l'esistenza era difficile e breve, sempre sottoposta ad una lotta continua con una natura ostile, il vino dovette sembrare davvero un dono degli dei, il naturale accompagnamento di uno degli altri pochi piaceri concessi: il mangiare.
''Arida per la calura è la pelle. Allora tu il rezzo cerca di sotto un dirupo, e reca del vino di Biblo, pane che crocchi, e di capre che più non allevino il latte; carne di manza che ancora non figlia, pasciuta nel bosco, e di capretti il latte; e bevici sopra del vino fulvido, all'ombra corcato, di cibo ben sazio, a tuo agio''. (Esiodo, Opere e giorni vv. 588-593)
Oltre a ciò, il vino è spesso una delle poche fonti di piacere rimaste ai mortali, e diviene un dolce farmaco per la tristezza dell'anima, capace di rendere meno grama la vita: ''allora tu laggiù consolerai col vino e il canto il male, e con i dolci colloqui la tristezza che ti sciupa'' (Orazio, epodo XIII)

''Orsù con la coppa passa tra i banchi della nave veloce, togli i tappi agli orci capaci, e spilla il vino rosso fino alla feccia: ché non potremo stare all'asciutto durante questa veglia di guardia''. (Archiloco, framm. 5aD.).

Nella letteratura, l'allegria che dona il vino è un vero topos, così come lo é la sua capacità di rendere più leggero il peso della vita: ''Per annegare il rancore e cullare l'indolenza di tutti i vecchi maledetti che muoiono in silenzio Dio, nel rimorso, aveva creato il sonno; l'Uomo vi aggiunse il Vino, sacro figlio del Sole!''. (Baudelaire, da "Le vin des chiffoniers")
Infine, nell'antichità si scoprirono le sue virtù taumaturgiche: per lungo tempo il vino fu il solo tipo di disinfettante usato per le ferite e Ippocrate lo considerava elemento essenziale di ogni terapia. Insomma, nell'immaginario popolare era il corrispondente della nostra odierna mela scacciamedici.

Probabilmente il primo paese dove questa gustosa bevanda è stata saggiata è stata l'Asia minore. Una conferma di tale supposizione ci viene dal racconto biblico, che fa di Noé il primo vignaiolo; guarda caso la sua arca rimase ''alla fonda'' sul monte Ararat, localizzato nell'odierna Turchia.
''Ora Noé, coltivatore della terra, cominciò a piantare una vigna. Avendo bevuto il vino, si ubriacò e giacque scoperto all'interno della sua tenda'', si legge nel capitolo 9 del libro della Genesi.
La tesi pare confermata da una leggenda persiana, secondo la quale il vino fu scoperto proprio in Persia, alla corte del mitico re Jamsheed: si narra infatti che questi facesse conservare in vasi grappoli d'uva per essere poi mangiati fuori stagione. Poiché in uno di questi vasi l'uva produceva schiuma ed emanava uno strano odore, si pensò che fosse veleno, ma un'infelice concubina del re che tentò di darsi la morte con questo presunto veleno, scoprì invece che questo produceva una insospettata allegria ed era fonte di sonno ristoratore.

Se è vero che "in vino veritas", Ulisse aveva ben donde di preoccuparsi per gli effetti del vino, poiché correva il rischio di svelare qualcuna delle sue magistrali truffe (in cui tanta parte aveva avuto spesso lo stesso vino, basti pensare al tiro giocato a Polifemo).
Tuttavia, i biasimi al vino restano sparute eccezioni: molto più spesso il divino succo della vite viene visto tramite della poesia più sublime o capace di donare magici poteri immaginativi.
''perché so di Dioniso signore / intonare il bel canto, il ditirambo, / quando il vino mi ha folgorato la mente'' (Archiloco, framm.120W)

''Il vino sa rivestire la più sordida stamberga di un lusso miracoloso, e fa sorgere più d'un portico favoloso nell'oro del suo vapore rosso, come un sole che tramonta in un cielo nuvoloso'' scrive Baudelaire ne "Le poison".

A conferma dell'amore che gli antichi nutrivano per questa bevanda, basti pensare al fatto che molti si dichiaravano certi fosse stata la sua scoperta a rendere l'uomo un essere evoluto, capace di rapporti sociali. (''i popoli del Mediterraneo cominciarono a emergere dalla barbarie quando impararono a coltivare l'olivo e la vite'', dice Tucidite).
Il vino, insomma, è da sempre stato considerato un bene prezioso, al punto che presso certi popoli soltanto i nobili (e i ricchi) avevano il privilegio di gustarlo: una conferma di questa sua importanza "materiale" c'è anche uno dei più antichi documenti conosciuti: il codice di Hammurabi (la prima raccolta organica di leggi compilata dall'uomo), redatto in Mesopotamia tra il 1792 e il 1750 a.C., in cui si trovano precise disposizioni sul commercio e la vendita del vino. Tale era il valore riconosciutogli, che il vino costituiva l'elemento fondamentale nelle cerimonie in onore degli dei o di luoghi ritenuti loro dimora.
''O fonte di Bandusia che brilli piu' del vetro e meriti il dolce vino e le corone...'' (Orazio, odi 3,13)

Distillato del sole, frutto gioioso della terra profonda, il vino rende lieve e felice la dura vita del contadino: ''Io stesso, nella stagione più propizia, pianterò tenere viti... E la speranza non mi deluda ma mi offra sempre grandi quantità di grano e mosto generoso nel tino colmo'' (Tibullo, elegie 1,1).
Per questo sono ricorrenti le preghiere agli dei perché proteggano i preziosi grappoli; nel romano Lustrum ambarvale si invoca Marte con questa formula: ''Deh, tu i frumenti ed i frutti, i vigneti ed i virgulti fu che crescano e vengano su bene''.
Considerato un amico che risolleva dagli affanni, il vino è in grado di rendere meno ostile l'avversa natura e rasserenare la visione della vita: ''scaccia il freddo ammucchiando gran fuoco e mescendo senza risparmio vino dolce, le tempie cingendo di soffice lana'' (Alceo, framm. 73D); il medesimo passo è ripreso da Orazio nell'ode 1,9 e così modificato: ''sciogli il rigore del freddo / ponendo con larghezza legna sul fuoco / e generosamente versa, o Talioco, / dall'anfora sabina vino di quattro anni ... / Quel che avverrà domani, non volerlo sapere, / e ognuno di quei giorni che ti darò la sorte, mettilo in conto tra i profitti''.
Al tempo stesso, sotto l'effetto del vino aumenta l'umana disposizione alla riflessione esistenziale, e finalmente liberi dai vincoli psicologici che la società pone al nostro pensiero, possiamo contemplare con occhi nuovi il mondo intorno, seguendo almeno per qualche attimo le orme di Faust, presi dalla baudeleriana "Anima del vino", consacrati alla Vertigine.

Davvero, potremmo ridire del vino quello che Walter Benjamin scrisse a proposito dell'hascish (non a caso, considerato degno compagno del vino anche da Baudelaire), ossia che esso: ''...Ha il potere di convincere la natura a concederci, meno egoisticamente, quello spreco della nostra esistenza che contrassegna l'amore. Se infatti quando siamo innamorati la natura si lascia sfuggire tra le dita la nostra esistenza, come monete d'oro che essa non può trattenere e a cui rinuncia per ottenere in cambio ciò che è appena nato, ora, senza poter sperare o potersi aspettare qualcosa, essa ci butta con piena forza nelle braccia dell'esserci''.

La nascita del vino
Risalire precisamente alla data di nascita del vino è praticamente impossibile in quanto la storia delle bevande fermentate ha inizio in tempi che non hanno lasciato dietro di loro documenti o tracce sicure e valide. I primi documenti che attestano la presenza del vino in quanto tale risalgono alla fine del IV millennio a.C. nella città di Sumer nella Mesopotamia meridionale. Sono stati appunto i Sumeri a fornire le prime tracce dell'esistenza della bevanda.
Il vino viene nominato per la prima volta tra i simboli cuneiformi che componevano l'"Epopea di Gilgamesh", opera letteraria narrante le vicende di Gilgamesh di Uruk, primo eroe della letteratura scritta del Terzo Millennio avanti Cristo.
Del vino si può avere una visione più precisa se andando avanti nel tempo, e precisamente tra il X e VIII secolo a.C., ci si sofferma ad analizzare le parole di due personaggi, due grandi poeti o meglio ancora i primi due grandi poeti: Omero ed Esiodo di Ascra. Grazie ad Omero si riescono ad avere importanti informazioni riguardanti l'utilizzo e l'importanza del vino nell'Antica Grecia per quanto scritto tra le pagine dell'Odissea. Si può, infatti, con certezza risalire alle abitudini alimentari dei greci di quell'epoca.
Avevano una precisa divisione dei pasti durante tutto l'arco della giornata, precisamente sappiamo che i pasti durante tutto il giorno erano tre: l'ariston, consumato di primo mattino dove erano presenti sulla tavola pane e vino. ''Eumeo servendo sul tagliere le carni arrosto avanzate dalla sera, si affrettò ad ammucchiare nelle ceste il pane di frumento ed a mescere nella coppa un vino profumato di miele''. (Odissea XVI, 48-50).
Gli altri due pasti il deiphon e il dorpon corrispondono a pranzo e cena e come ovvio era in questi due pasti che avveniva il principale consumo della bevanda.

La presenza del vino nelle mense della Grecia Antica era simbolo di prestigio sociale, siccome la produzione e la lavorazione del prodotto richiedeva terreni e materiali di costo elevato. Si può parlare, dunque, della Grecia Antica come la prima vera grande terra del vino. Successivamente la bevanda venne esportata, grazie alle successive colonizzazioni anche verso il Mar Nero, l'Anatolia, le coste Africane e nelle terre occidentali raggiungibili per mare dal territorio greco.
Quando Omero racconta delle città d'origine dei capi degli Achei e ne descrive gli svariati pregi, non trascura tra questi la presenza di viti rigogliose: ''Arne dai molti grappoli d'uva... Istiea ricca di vigne... Epidauro ricca di vigneti...''.
I viticoltori greci non adottavano forme di coltivazione a pergola, come facevano invece gli egizi o come venne poi fatto in Italia. In Grecia le viti erano lasciate libere di scorrere sul suolo, protetto con materiali vari (rami o stuoie) per evitare il contatto diretto del frutto con il terreno. Questo sistema era sicuramente meno costoso dal punto di vista economico, ma richiedeva un numero elevato di unità lavorative per la lavorazione del suolo. La vendemmia solitamente avveniva nella metà di settembre. Riempite le ceste di uva, questa veniva portata alla pigiatura, eseguita in conche di legno d'acacia stagionato o in muratura leggermente inclinate per favorire la colatura del mosto. Una parte del mosto veniva consumata subito, dopo aver subito leggere aggiunte d'aceto, mentre la quasi totalità di questo era destinato alla vinificazione. Il mosto veniva inviato alle cantine dove avveniva la fermentazione in grandi vasi terra cotta (3,5 metri di altezza e un'apertura di un metro), detti pithoi. Per ridurre la traspirazione, i pithoi venivano interrati profondamente e cosparsi esternamente di resina e pece. Questa tecnica conferiva al vino un aroma particolare, che si riscontra tuttora nel vino resinato greco. Dopo sei mesi di permanenza nei pithoi, si procedeva alla filtrazione ed al travaso del vino in otri o anfore di terracotta appuntite per permettere la decantazione di eventuale deposito e successivamente commercializzato.

Altra terra che un tempo disponeva di ottime potenzialità per la coltivazione della vite e per la vinificazione è sicuramente la Palestina, grazie alla vicinanza con il Vicino Oriente, dove ha avuto origine questa pratica, come testimoniano ritrovamenti di attrezzature (torchi, tini,...) nel corso di scavi archeologici. Le notizie si possono avere leggendo i testi biblici. Lo sviluppo della pratica della vinificazione in Palestina continuò senza problemi fin verso la metà del 600 epoca della conquista musulmana.

Quando Roma può finalmente vantarsi del nome di ''capitale del mondo'', la viticoltura aveva già alle sue spalle una lunga storia. Durante il regno di Augusto tuttavia, questa pianta e questa bevanda poterono godere di maggiori cure e di maggior diffusione e prestigio. In Italia nuove tecniche e nuovi vitigni vennero importati, soprattutto dalla Grecia.
Con l'intento di incentivare la rinascita di un ceto medio di agricoltore, grazie alla stabilità della situazione politica, vennero assegnate delle terre ai soldati veterani che durante il lungo periodo di guerra erano stati lontani dalle campagne. Viticoltura ed enologia rappresentano due aspetti importanti per la vita economica e sociale di questo periodo. Grandi nomi latini si avvicendano e si confrontano nella composizione di trattati di agricoltura, da Catone a Varrone per giungere, nell'epoca più fiorente dell'impero a Virgilio ed a Lucio Moderato Columella. Osservazioni sui metodi di produzione del vino si affiancano alle istruzioni tecniche per la coltivazione della vita. Columella sottolinea, sostenuto da calcoli precisi e dettagliati, i vantaggi economici che può offrire un vigneto ''per chiunque sappia unire la diligenza alla scienza''. Distingue fra uve da tavola e uve da vino e nella sua distinzione divide gerarchicamente queste ultime in tre gruppi, a seconda del vino che se ne ottiene. Nel suo trattato "De Re Rustica", Columella suggeriva per ogni vitigno il terreno più adatto e consigliava di impiantare varietà diverse e di tenerle separate al fine di ottenere un vino più pregiato. Secondo gli scritti di Columella la vendemmia si effettuava del mese di agosto fino a novembre, con la piena maturazione delle uve. Il controllo della maturità si basava sul gusto degli acini, sulla struttura dei grappoli e soprattutto dal colore scuro dei vinaccioli. Le uve erano pigiate nel calcatorium ed erano torchiate nel turcularium, quindi il mosto veniva raccolto e trasferito per la fermentazione nei dolia. Insomma il vino rappresenta da sempre non solo una bevanda piacevole al palato ma anche il simbolo di una civiltà e di uno stato sociale.
Ancora oggi bere e pasteggiare con una pregiata bottiglia di vino vuol dire appartenere ad una classe sociale elevata e... avere buon gusto!

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07 giugno 2016

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