Quando Camilleri incontrò Robert Capa

Nella lunga vita del "papà" del commissario Montalbano, il ricordo dell'incontro che ebbe ad Agrigento con il fotoreporter

18 luglio 2016
Quando Camilleri incontrò Robert Capa

Tra i tanti ricordi della lunga vita di Andrea Camilleri, celebre papà del Commissario Montalbano, c'è anche l'incontro con il grande fotografo Robert Capa, rievocato in 'Una corsa verso la libertà', uno scritto contenuto nel libro di Gaetano Savatteri 'La volata di Calò' (Sellerio), che l'Adnkronos ha ricordato in occasione del compleanno del papà di Montalbano.

Nel 1938 Robert Capa era già definito "il migliore fotoreporter di guerra del mondo", ma a Camilleri ragazzino, quel soldato americano che tentava di fotografare il tempio della Concordia di Agrigento appare come un "perfetto sconosciuto", che però destava meraviglia per quella sua ricerca di una angolatura. Ma soprattutto per quel suo usare la "macchina come una mitragliatrice" mentre "a terra ma con la pancia all'aria" fotografava il duello nel cielo tra un aereo tedesco e uno americano.

Siamo nel luglio 1943, gli americani sono sbarcati in Sicilia e un non ancora diciottenne Camilleri vede la prima jeep americana arrivare a Serradifalco, dov'era sfollato con la famiglia, con a bordo un generale "che, poco dopo, seppi essere il mitico Patton", racconta lo scrittore. "Due ore dopo scesi in paese e mi presentai al comando americano per avere il permesso di raggiungere Porto Empedocle dove era rimasto mio padre e del quale non avevamo più notizie da almeno quindici giorni". Ottenuto il permesso, torna dalla parente che lo ospita e le chiede: "'Ce l'hai una bicicletta?'. 'Ne ho due'. Una la presi io e l'altra mio cugino Alfredo. Erano di una marca che non avevo mai sentito nominare, ma mi diedero a prima vista un'impressione di solidità, davano sicuro affidamento". Erano biciclette "fabbricate proprio a Serradifalco dalla ditta fondata da Calogero Montante", apprenderà 63 anni dopo Camilleri.

Alla fine di "un viaggio allucinante", attraverso "paesaggi di morte", percorso in buona parte da solo dopo che il cugino lo abbandona, lo scrittore arriva in paese dove viene a sapere che il padre è salvo. Dopo una notte su una branda militare, "appena aperti gli occhi, mi vennero a mente i templi di Agrigento. Ero sicuro che i bombardamenti li avevano danneggiati. Volevo vederli, controllare di persona. Inforcai la bicicletta e cominciai a pedalare".
"Nella luce abbagliante di quella mattina di luglio, il tempio m'apparve intatto - scrive Camilleri - Nello spiazzo antistante c'era un soldato americano che stava fotografando il tempio. O almeno tentava. Perché inquadrava, scuoteva la testa, si spostava di qualche passo a sinistra, scuoteva nuovamente la testa, si spostava a destra. A un tratto si mise a correre, si fermò, cercò un'altra angolazione. Neppure questa volta si mostrò contento. Io lo guardavo meravigliato. Il tempio quello era, bastava fotografarlo e via. Che cercava? Doveva essere un siciliano, lo si capiva dai tratti, forse voleva portare un ricordo ai suoi familiari in America".

"In quel momento - prosegue il racconto di Camilleri - fummo assordati da un rumore di aerei e di spari. In cielo, ma a bassissima quota, si stava svolgendo un duello tra un aereo tedesco e uno americano. Mi gettai a terra. Anche il soldato si gettò a terra, ma, al contrario di me, a pancia all'aria. Scattava fotografie una appresso all'altra senza la minima indecisione, la macchina tra le sue mani era un'arma, una mitragliatrice. Poi i due aerei scomparvero. Ci rialzammo, gli dissi qualcosa in dialetto. Non capì. Io non parlo inglese, ma qualche parola la capisco. Mi spiegò che era un fotografo di guerra. Mi scrisse su un pezzetto di carta il suo nome: Robert Capa. Per me, allora, un perfetto sconosciuto. Ci salutammo. Ripresi la bicicletta, tanto la strada ora era tutta in discesa".

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18 luglio 2016

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