Ricordare di dimenticare

La Scienza tra i meandri della mente umana per capire come funziona la memoria e l'assenza di essa

10 luglio 2007

Uno degli elementi fondamentali della nostra esistenza è sicuramente la ''memoria''. Con essa costruiamo l'edificio del nostro essere grazie ai mattoni dell'informazione che si trasformano in esperienza. Questa, a sua volta, si tramuterà nella nostra vita corrente: ci aiuterà a trovare le nostre risposte agli stimoli, a muoverci nello spazio, a riflettere temporalmente e a creare ipotesi virtuali necessarie per qualsiasi ragionamento.
Il funzionamento della memoria è sicuramente uno dei più affascinanti, misteriosi e complessi meccanismi esistenti in natura e lo studio di essi riserva continuamente sorprese illuminanti.
Alcune ricerche recenti hanno stabilito quali sono i passaggi fondamentali che avvengono nel nostro cervello nel momento dell'immagazzinamento delle informazioni e dove queste vengono raccolte, sviluppate e rielaborate. Si è infatti compreso che queste vengono immagazzinate in tre differenti ''depositi''. Questi depositi sono formati da: una ''memoria sensitiva'', che trattiene per pochi attimi le informazioni che provengono dagli organi di senso, scartandone successivamente la gran parte. Del rimanente solo una piccolissima quantità viene selezionato nell'area del linguaggio e a sua volta immagazzinato nella ''memoria primaria'', (memoria a breve termine), il ''container'' più limitato dell'encefalo. Questo è in grado di astrarre impressioni figurate, verbalizzare quanto appreso e associarlo con informazioni precedenti. Maggiori sono le possibili associazioni più è facile che quanto appreso sia ricordato per tempi più lunghi. Le informazioni sono trattenute nella memoria primaria per un periodo variabile tra pochi secondi e alcuni minuti. La trasmissione di un'informazione dalla memoria primaria alla ''memoria secondaria'' è uno dei processi più delicati dell'organizzazione dell'organismo.

A decidere quali nozioni devono essere ricordate e quale rimosse (dimenticate e/od obliate) è il ''sistema limbico'', ossia il complesso delle strutture che partecipano alla formazione degli istinti, delle emozioni e dei comportamenti. E' l'ippocampo (una formazione nervosa situata sopra il cervelletto) a gestire le emozioni. Oltre all'ippocampo, appartengono al sistema limbico la circonvoluzione che lo ricopre (circonvoluzione para-ippocampale),  la circonvoluzione del cingolo al di sopra del cosiddetto "corpo calloso" e il fornice. Tutte le componenti del sistema limbico (strettamente collegate all'ipotalamo che ha la funzione di regolare alcuni processi metabolici e altre attività autonome) regolano i comportamenti relativi ai ''bisogni primari'' per la sopravvivenza dell'individuo e della specie: temperatura corporea, i ritmi circadiani, il mangiare, il bere e il procurarsi cibo, le relazioni sessuali nonché, per una specie evoluta come l'uomo, l'interpretazione dei segnali provenienti dagli altri e dall'ambiente, quindi le nostre percezioni della realtà.
Poiché l'ippocampo si occupa di selezionare le informazioni da trasferire nella memoria secondaria, ne deriva che l'apprendimento e l'oblio sono due funzioni notevolmente influenzate dalle emozioni positive e negative. Per esempio se si prova avversione per una materia, la possibilità di apprenderla sarà inevitabilmente scarsa, al contrario un apprendimento di base positivo (come può esserlo un apprendimento giocoso) stimolerà il ritmo di trasferimento nella memoria secondaria dove verrà impressa in maniera nitida e duratura.

La presenza di questi tre differenti depositi di informazioni, strettamente correlati l'uno all'altro, ci fa comprendere, dunque, che nel nostro encefalo ogni informazione è ripartita e poi concertata in maniera complessa e articolata. Non esistono cioè delle zone dove vengono memorizzati singoli dati, come in un disco fisso di un computer. L'encefalo, in conclusione, non memorizza i dati come fossero una fotografia, ma attraverso associazioni, con un procedimento simile all'ologramma, ed è possibile, anche quando non tutti i dati vengono richiamati, ottenere comunque un'immagine intera, anche se sfocata.

Dopo questa breve ricognizione relativa ai passaggi essenziali affinché il fenomeno del ''ricordo'' possa manifestarsi, è bene riassumere anche quali sono i due meccanismi di immagazzinamento delle informazioni, uno per la ''memoria a breve termine'' (MBT) e uno per la ''memoria a lungo termine'' (MLT).
L'informazione che arriva alla MBT, se non è oggetto di attenzione, comincia subito a cancellarsi anche se, mediante una ripetizione, può essere restaurata. Il complesso dei dati presenti in ogni istante nella MBT viene detto ''cuscinetto di ripetizione'': l'informazione viene conservata nel ''cuscinetto'' finché non è trasferita nella memoria a lungo termine o finché non è rimpiazzata da una nuova.
La MLT invece, si considera essere virtualmente illimitata, ma la riattivazione di un'informazione può essere impedita dall'incompletezza delle associazioni necessarie alla sua identificazione: in questo caso si viene ad essere soggetti del fenomeno dell'oblio.
La rievocazione di un'informazione della MLT può mancare perché non ci sono sufficienti legami per metterli a fuoco. Questa teoria spiega anche perché taluni ricordi appaiono ''rimossi'': tali ricordi diventano inaccessibili perché la loro presenza sarebbe inaccettabile per il soggetto a causa dell'ansia o dei sentimenti di colpa che potrebbero attivare. Non sono perciò scomparsi, ma il subconscio evita che le associazioni necessarie si formino. Gli individui colpiti da amnesia non dimenticano tutto, solo degli elementi personali. Ciò avviene spesso per un trauma emotivo al quale l'amnesia permette di sfuggire. Spesso poi parte di tali ricordi riaffiora quando vengono evocati dalle giuste associazioni.

E proprio dall'oblio, dalla buia dimenticanza, dall'omissione del ricordo partiamo per parlare della  rivoluzionaria scoperta annunciata poche settimane fa da un gruppo di ricercatori americani. Gli scienziati di Harvard e della McGill University a Montréal, in Canada, hanno infatti sperimentato un farmaco che riesce a provocare una sorta di amnesia selettiva, bloccando i percorsi biochimici che fanno sì che il ricordo venga recuperato dalla mente. Per farla semplice: una pillola capace di ''cancellare'' i brutti ricordi e le esperienze traumatiche che continua a tornare in mente, dando il tormento.
Le due equipe di scienziati hanno utilizzato il ''propranololo'', un farmaco betabloccante (farmaci che inibire i recettori beta del sistema nervoso simpatico), accoppiandolo ad una terapia psichiatrica, per far sparire le memorie spiacevoli in pazienti che hanno subito un trauma. L'esperimento che ha coinvolto 19 volontari, vittime di violenza sessuale o di incidenti violenti, è stato descritto dal gruppo di ricercatori in una pubblicazione sul Journal of Psychiatric Research. A questi è stato chiesto di descrivere il momento in cui hanno subìto il trauma, oltre dieci anni prima. Alcuni hanno preso il farmaco, altri un placebo, e dopo una settimana di trattamento chi aveva assunto il medicinale ricordava l'evento con minore stress rispetto agli altri.
Somministrando il farmaco nel momento in cui il paziente stava ricordando il trauma i neuroscienziati sono riusciti ad affievolirlo e a cancellarne i lati spiacevoli, con risultati che aprono speranze per chi soffre di stress post-traumatico, di attacchi di ansia o panico legati ad un evento specifico scatenante.
I ricercatori hanno spiegato che i ricordi vengono inizialmente immagazzinati nel cervello in uno stato fluido, molto malleabile, per cristallizzarsi nel corso del tempo e solidificarsi all'interno della memoria. Il ''propranololo'' avrebbe pertanto la capacità di agire sui ricordi che sono immagazzinati nel cervello da tempo e quindi praticamente calcificati, rendendoli nuovamente fluidi e malleabili. Una volta mutato lo stato fisico di questi ricordi è più facile alterarli rendendone più labile la memoria e affievolendone le ricadute di carattere psicofisico. In sostanza il farmaco, in tempi brevi, avrebbe la capacità di impedire la solidificazione del ricordo nella mente.
''Abbiamo dato ai pazienti un farmaco che elimina la parte emotiva del ricordo nel momento in cui lo stavano recuperando'' ha spiegato al quotidiano britannico Daily Telegraph il dottor Karim Nader, della McGill University, che da anni lavora a queste ricerche. ''Ne ha lasciato intatta la parte conscia, in modo che potevano ricordare tutti i dettagli, ma senza esserne devastati psicologicamente''.

A supporto della ricerca un altro gruppo di scienziati, nel laboratorio guidato da Joseph LeDoux alla New York University, è riuscito invece a cancellare con successo un singolo pezzetto di memoria dal cervello delle cavie, lasciando intatto il resto. Nel lavoro, pubblicato recentemente su Nature Neuroscience, gli animali (dei ratti) erano stati addestrati per associare a due toni musicali un piccolo shock elettrico, in modo che appena sentivano il suono anticipavano la sensazione di dolore. Iniettando un farmaco specifico, UO126, gli animali ''dimenticavano'' di associare al suono l'idea del dolore, e quindi non avevano più paura, ma il resto dei loro ricordi era esattamente come prima.
Sembra possibile, dunque, che tra alcuni anni delle brutte esperienze non rimarranno nemmeno i brutti ricordi, liberando del tutto quelle persone tormentate da traumi passati che non si riescono a mettere a tacere.
Nonostante ciò, non mancano le polemiche per le possibili implicazioni di una tale manipolazione. E c'è chi sostiene che il metodo potrebbe portare a facili abusi e che prima di immettere sul mercato la pillola dell'amnesia si dovrebbero mettere a punto regole severe e ben precise per limitarne rigorosamente l'uso.

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10 luglio 2007

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