Ridi che ti passa

Ti senti male fisicamente e le cosa non ti vanno tanto bene? Sempre meglio pensare al positivo

07 novembre 2016
Ridi che ti passa

Che noi occidentali utilizziamo poco le potenzialità che stanno conservate nel nostro cervello è un fatto assodato. Potremmo fare molte più cose se sapessimo dare maggior credito alla nostra concentrazione e alle nostra capacità cerebrali ma, purtroppo, siamo incapaci di affidarci alla nostra "testa".
Eppure oggi anche la ricerca scientifica più vicina a noi è capace di provarci che l'utilizzo del pensiero potrebbe venire in nostro aiuto in maniera incredibile, pure in quegli ambiti per i quali si sono esclusivamente utilizzati agenti esterni a noi: pensiamo ai medicinali per sconfiggere il dolore.
Sì, perché il dolore si può combattere con la concentrazione e con il "pensiero positivo", e non facciamo riferimenti a tecniche new age che si rifanno a concetti esoterici come vibrazioni o energie, ma ad uno studio scientifico presentato negli anni scorsi dai ricercatori della Stanford University, in California, e dall'azienda del settore Omneuron.
Insomma, come dire: il dolore continua a rimanere oggetto di studio e avvolto nel mistero, ma la sofferenza fisica si combatte scientificamente anche con il pensiero.

Lo studio fatto dagli scienziati di Palo Alto è l'ennesima ricerca scientifica che avvalora una verità popolare e condivisa, e che gli indiani hanno imparato a conoscere mooolto tempo fa. Ma gli esperti dell'università americana hanno scoperto qualcosa di più: al di là degli effetti benefici del "pensiero positivo" esiste infatti un collegamento scientifico e profondo. Si tratta di una tecnica di visualizzazione di una parte del cervello che aiuta a ridurre di molto il dolore, attraverso l'utilizzo di macchinari ad hoc.
Per semplificare: in sostanza i ricercatori hanno chiesto a un campione di persone di provare a controllare la regione del cervello deputata a regolare la sofferenza fisica e, mettendo a confronto otto individui con buone condizioni di salute e otto sofferenti, hanno osservato in tempo reale le reazioni all'interno del sistema cerebrale. L'osservazione ha portato alla constatazione di un'effettiva possibilità di azione su quella zona.
Lo studio è stato pubblicato alla fine del dicembre scorso sulla rivista scientifica Proceedings of the National Academy of Sciences. Gli scienziati l'hanno battezzata "neuroimaging therapy" e la consigliano soprattutto a chi soffre di stati dolorosi cronici.
E non finisce qui. Un altro studio di un gruppo di psicologi americani pubblicato sulla rivista Nature, per esempio, ci dice che: "Aspettarsi sempre il peggio dalle situazioni non serve a preservarci dalla delusione, neanche quando i fatti confermano le previsioni nefaste". Come dire, un disincanto di partenza non ci aiuta minimamente ad attenuare la cocente sensazione data dalla delusione.
Quindi: "E' meglio essere ottimisti e avere torto piuttosto che pessimisti e avere ragione", proprio come diceva Albert Einstein.

Ma andiamo allo studio. Gli scienziati hanno sottoposto 80 studenti a due sessioni di esami: la prima facile per tutti, la seconda più complicata per qualcuno e più semplice per altri. Così hanno dimostrato che "gli studenti convinti di aver sbagliato la seconda prova erano psicologicamente in uno stato di preoccupazione e prostrazione, nonostante avessero la consapevolezza di aver affrontato un test più complesso di cui non conoscevano ancora l'esito finale".
Il risultato, dicono i ricercatori, conferma che le reazioni delle persone agli sbagli o alle delusioni si riferiscono principalmente alle aspettative generali della vita. "Chi pensa di aver commesso un errore si sente peggio, indipendentemente dal risultato finale, di chi si prefigura più rosee aspettative", spiegano Margaret Marshall e Jonathon Brown, autori dello studio che mette al bando i cosiddetti "pensieri bui", frutto di una visione negativa della vita. In poche parole, la filosofia del "meglio essere pronti al peggio", così, se l'esito è negativo il trauma è sostenibile, è una filosofia farlocca che non funziona per niente.
"Purtroppo - affermano i ricercatori - non è facile correggere questo temperamento pessimista. Alla cui origine c'è una forte insicurezza e una scarsa stima di sé, che diventano tratti predominanti del carattere e condizionano i comportamenti. Al contrario degli ottimisti, questi soggetti non sanno essere costanti nel perseguire gli obiettivi, al di là degli ostacoli incontrati e degli errori commessi, e sono incapaci di puntare alle speranze di successo, tesi come sono a focalizzare le energie sulla paura del fallimento. Un timore paralizzante, con ripercussioni evidenti (e scientificamente dimostrate) sul benessere del corpo, oltre che della mente".

Con questi due esempi si può attestare come la scienza da qualche tempo si dedica con attenzione allo studio della felicità e del ''pensiero positivo'' come elisir di sana e lunga vita.
Meditare e concentrarsi su stessi non è più solo patrimonio delle affascinanti popolazioni dell'Oriente: anche la Scienza Occidentale con gli occhiali e il camice bianco  ha messo in luce la stretta correlazione tra ottimismo e salute. Vedere rosa, infatti, esorcizza il rischio di ammalarsi e cadere in depressione, e lo stesso sistema immunitario ne esce rinforzato.
Ma la cosa più importante è che ottimisti si diventa, il che vuol pure dire: dal pessimismo si può "guarire".
In che modo? Innanzitutto smettendo di autoaccusarsi. Poi cercando di spiegarsi gli eventi in modo temporaneo, senza darsi una risposta (negativa, ovviamente) che andrebbe ad investire tutti i campi dell'esperienza, con effetti devastanti: l'eventuale insuccesso va circoscritto, senza farne una rappresentazione dell'intero proprio essere. E ancora, mettendo in discussione la tendenza a vedere sempre il bicchiere mezzo vuoto e imparando dagli errori. Infine, mantenendo costante il dialogo con se stessi e sforzandosi di pensare positivo.
Gli scienziati sono certi che così sarà meno difficile vincere e, soprattutto, più facile accettare una sconfitta.

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07 novembre 2016

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