Saper dire "no" ai propri figli

La formazione del giudizio e il concetto di limite nella crescita del bambino. La rubrica del Dott. Fabio Settipani

19 settembre 2016
Saper dire no ai propri figli

Saper dire "no" ai propri figli
Dott. Fabio Settipani, Psicologo - Psicoterapeuta

Vi siete mai chiesti quanto possa essere salutare un verace e fermo "no" per i vostri figli? Anche per chi scrive, padre di una dolcissima bambina di quattro anni, non è semplice potere reggere ai suoi occhi ammalianti o al suo struggente (e seducente) pianto, allorquando insiste nel voler continuare a vedere all’infinito i suoi cartoni, dopo un mio autorevole "no". Eppure, so che in quel momento sto facendo la cosa giusta. Chissà quante volte un genitore si chiede se sia più utile "imporre" la propria decisione e far piangere il proprio figlio, piuttosto che tirarsi indietro e far prevalere le insistenze del bambino (ma anche dell’adolescente). Anche se non bisogna fare un discorso estremistico, nel senso che è anche giusto dare lo spazio ai propri figli di vincere qualche battaglia, al fine di dar loro l’opportunità di far prevalere le proprie idee e, di conseguenza, di alimentare la propria autostima, i genitori non devono certamente rinunciare al loro ruolo.

Nella mente del bambino, il "no" e più in generale la regola, o la legge che dir si voglia, rappresenta un vero e proprio confine. Ovvero, il bambino, tramite la legge sancita dal genitore, oltre a formarsi un sano senso del giudizio sui comportamenti giusti e sbagliati, impara a creare dentro di sé il concetto di limite, quest’ultimo di fondamentale importanza per la nascita del pensiero. Infatti, il pensiero nasce proprio dall’assenza, o se vogliamo, dalla frustrazione. Per comprendere meglio il concetto, facciamo un esempio. Immaginiamo che sia uscito l’ultimo modello di smart phone e che da oggi sia in commercio; mia figlia sente il bisogno di possederlo, con tutte le giustificazioni del caso. Se lo acquisto immediatamente, appago subito il bisogno/impulso di mia figlia, passando all’azione e sostituendo il bisogno con l’oggetto-telefonino. Se, invece, dico di "no", rinviando l’acquisto tra sei mesi, un anno, o non acquistando affatto l’oggetto richiesto, tramite tale frustrazione, metto un confine tra mia figlia e l’oggetto, "costringendola" a pensare lo smart phone, a rappresentarselo nella sua mente; con tale comportamento, aiuterò la mente di mia figlia ad attuare il passaggio dalla dimensione del bisogno a quella del desiderio.

Quindi, nella dimensione del bisogno ci sta l’istinto, la non procrastinazione degli impulsi, l’assenza di confini tra sé e le cose o gli altri, l’impossibilità di potersi pensare autonomi e separati dagli altri. Al contrario, nella dimensione del desiderio ci sta la possibilità di tollerare la frustrazione e fare di quest’ultima un vero tesoro per la nascita del pensiero di ciò che è distante da noi. In altre parole, soltanto con la distanza da una cosa o da una persona, siamo costretti a pensare ciò che impariamo gradualmente a desiderare e gradualmente andiamo costruendo quel contenitore dei pensieri che prende il nome di mente. Da quanto esposto, possiamo comprendere anche quanto sia importante abituare i figli fin da piccoli a sane frustrazioni, ad esempio, a dormire la notte nel proprio letto, così che, dalla frustrazione del genitore, i bambini possano imparare a pensare il genitore e farsene una rappresentazione interna. Attenzione: tutto ciò non esime il genitore dal garantire la sua presenza ai figli né lo giustifica dalle sue eccessive assenze, anzi, vuole invitarlo a riflettere sulla valenza del suo ruolo rispetto al delicatissimo processo di sviluppo dei figli.

- www.studiosettipani.it

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19 settembre 2016

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