Sulla mostra "Emilio Vedova. Opere di collezione"...

Il critico Piero Montata ha visitato per noi la significativa mostra di Palazzo Branciforte, a Palermo

13 febbraio 2017
Sulla mostra Emilio Vedova. Opere di collezione...

Fino al 23 aprile si potrà visitare a Palazzo Branciforte di Palermo la mostra "Emilio Vedova. Opere di collezione", a cura di Francesco Gallo Mazzeo e promossa dalla Fondazione per l’Arte e la Cultura Lauro Chiazzese con il sostegno della Fondazione Sicilia.
Attraverso 20 lavori realizzati dall’artista tra il 1945 e 1988, l’esposizione rilegge, un segmento temporale ampio, che articola nel tempo la straordinaria esperienza di Emilio Vedova, partecipe di fatti storici e sociali, fonte di cambiamenti culturali fondamentali per il Paese, orientandone fortemente le influenze culturali.
Ha visto per noi la mostra il poeta e critico dell’arte Piero Montana...

Emilio Vedova. Opere di collezione
Action painting, art brut, informel nella pittura dell’artista veneziano.

La pittura di Vedova, che nel passato è sempre stata una punta avanzata, ci appare, come si evince dalla bellissima mostra palermitana "Emilio Vedova. Opere di collezione 1945-1988", una luminosa difesa di valori storici contro un’ondata conservatrice che li vorrebbe, oggi, distrutti.
Vedova è il solo artista italiano, che ha sempre mantenuto una posizione d’avanguardia. Partigiano dopo l’8 settembre del ’43, era uscito dalla guerra, come egli stesso scrive nei suoi diari, "in malo modo, depresso anche moralmente".
"Troppo presto avevo visto il riaffacciarsi dell’opportunismo e delle ambiguità dello ieri. Le cose per me non erano finite... Decidemmo di incontrarci in più pittori, ne nacque il Fronte Nuovo delle Arti (1° ottobre 1946)... che doveva segnare definitivamente la fine delle pratiche novecentiste e l’inaugurazione di una nuova stagione per l’arte italiana".
La pittura di Vedova è tutta da "leggere" in questa sua rivolta contro il Novecento che aveva propugnato nell’arte "il ritorno all’ordine" dopo le sperimentazioni avanguardistiche soprattutto futuriste. Giulio Carlo Argan, Maurizio Calvesi, Achille Bonito Oliva parlandoci di Vedova non hanno - è la nostra personale proposta critica - sufficientemente chiarito questo punto di rottura. Non c’è in Vedova ritorno al Futurismo ma una reazione viscerale alla pittura "magica" del Novecento, che aveva fissato, immobilizzato figure ed oggetti in un incantesimo statuario, classicheggiante.

Dire di Vedova nel mondo dell’arte significa parlare di energia, perseveranza, intensità che nulla hanno a che fare però col dinamismo, la velocità delle macchine, dei motori, la frenesia del mondo meccanizzato. Temperamento inquieto il pittore veneziano si richiamò alle suggestioni, al fascino in lui esercitati dal Barocco.
"L’analogia tra la realtà che ha mosso il barocco e la nostra realtà è dovuta... a inquietudini complesse che spingono l’uomo verso situazioni di rottura... Negli anni formativi, non mi mossi mai a cercare modelli negli edifici palladiani, ma spesso fui attirato dalle linee di lancio del gotico. In spazi commisti di gotico e di barocco... cercai spesso i miei modelli. Preferivo però il barocco per la sua instabilità, per il suo insito "tutto è permesso". Nel gotico, alla radice, c’è un romantico misticismo aprioristico, un "dirigismo" obbligato verso l’idealistico. Nel barocco, no: tutto è veramente relativo, tutto è possibile. Soprattutto la luce, l’elemento più dinamico, vi si muove meglio. Irrazionale, la luce perviene da tutte le parti dello spazio barocco, non solo dall’alto e sull’obliquo come nel gotico, né da direzioni obbligate e nette come nel classico. Il lancio del gotico presuppone e fa sentire una spinta verso l’alto, verso un "sublime", mentre le linee di spinta del barocco sono più libere, direi più esistenziali: sono più vicine all’esperienza esistenziale dell’uomo moderno... Il barocco è l’arte più vicina alla mia sensibilità, al mondo contemporaneo".

Come si può notare, nel parlarci di sé, della sua sensibilità, della sua pittura Vedova si rifà non al mondo dinamico e rumoroso dei futuristi ma all’arte del secolo XVII e dei primi decenni del millesettecento e tuttavia aggiunge il pittore veneziano: "Oggi dobbiamo fare non pittura "alla maniera di", ma pittura che parli dei nostri giorni, della nostra violenza, della nostra pena di vivere: di questi elementi forti e aggressivi". Perciò la sua pittura non poteva non essere irruenta, ovvero dominata da una foga che confinava spesso con l’arbitrario e con il casuale, una pittura espressionista per l’impeto risoluto di dar forma a un urgere molteplice di sentimenti, idee, stati d’anima. Ma "... da che cosa vogliamo liberarci? Che cos’è questa agitazione, questo gridare nel deserto, se non questa nostra infinita malinconia nel vedere che tutto si trascina nelle convenzioni degli ordini costituiti? ... Se la mia storia è davvero una storia fatta di indagini e di domande, io la giustifico anche nelle sue ricerche paradossali perché ogni ansia, le mie stesse inquiete ribellioni, nascono da una esigenza sincera".

Le crisi e le proteste di Vedova, la sua partecipazione al "Fronte nuovo delle arti", le sue esperienze di action painting, dell’art brut e dell’informel, sono continui controlli della propria sincerità, sondaggi della propria esperienza interiore; come le sue proteste non scadono mai a manifesti politici.
Un entusiasmo appassionato e violento ha condotto Vedova attraverso le sue diverse esperienze stilistiche: mentre da una parte accettava la geometria di un linguaggio post cubista, dall’altra ricercava lo stimolo intenso dell’agitazione e dell’angoscia proprio dell’Espressionismo raggiungendo ben presto nelle sue opere una forma di espressione astratta. Come molti altri suoi contemporanei Vedova si ispirò alla realtà, ma la sua maniera di espressione non è stata affatto "realistica" in quanto egli non accettò la visione "neorealistica", come venne predicata dal comunismo, che sacrificò la libertà dell’espressione artistica alle esigenze propagandistiche.
Vedova non ha accettato questa falsa "visione", ma ha continuato imperterrito nelle sue forme espressive lungo la strada della sincerità, andando incontro però alle incomprensioni del vasto pubblico.
Nel 1954 il nostro artista ha scritto: "Al di là del vano dibattersi delle estetiche post-impressioniste, post-cubiste, post-espressionistiche, e del permanere ostinato di residuati incantesimi di certe "metafisiche", al di là dell’accademismo astrattista, oltre ogni apriorismo di vecchio ordine costitutivo, oltre ogni presunzione di affrettati nuovi-ordini: Tutto va messo in causa. Nuovi gesti, nuovi segni, nuove immagini, in relazione con nuove perentorie esigenze espressive. Non mania iconoclasta anarcoide, non equivoco commentario d’illustrativismo scientifico, ma urto di verità, catartico rovescio per un aprirsi di una nuova coscienza".

Senza aggiungere altro, queste cose dette da Vedova nei suoi scritti bastano per un approccio alla sua pittura che ora a Palermo nella sala della Cavallerizza di Palazzo Branciforte abbiamo l’opportunità di conoscere meglio attraverso 20 lavori realizzati in un ampio arco temporale che va dal 1945 al 1988.

Piero Montana

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13 febbraio 2017

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