Sulla mostra "La forza delle cose" a Villa Zito, a Palermo

Piero Montana ci illustra la mostra su Guttuso allestita a Palermo, un’esposizione che fa luce sull’essenza pittorica del Maestro bagherese

10 gennaio 2017
Sulla mostra La forza delle cose a Villa Zito, a Palermo

LA FORZA DELLE COSE
Il realismo guttusiano tra corposità materica e figurazione illustrativa

L’esposizione - bellissima - di 47 nature morte di Renato Guttuso nella mostra "La forza delle cose" (Villa Zito, Palermo) ci offre l’occasione per dare una nuova valutazione sull’arte del Maestro bagherese, che nella pittura di oggetti, cose trova per l’appunto, a nostro giudizio, la sua più felice espressione. Su Guttuso, sul suo realismo sociale, sul suo impegno politico si è, crediamo, scritto abbastanza. È ora di focalizzare l’attenzione sull’essenza della sua pittura, al di là da temi prettamente illustrativi di una figurazione realista alquanto sopravvalutata. È ora di avere questo coraggio. È ora di dire tutta la verità su quanto pensiamo veramente dell’arte di Guttuso. La mostra "La forza delle cose" ci dà l’opportunità per voltare pagina, per parlare finalmente di pittura, colore, materia coagulata, stratificata, sedimentata sulle sue tele. Questa pittura guttusiana mostra allora un senso d’appartenenza alla terra, da cui sono estratti i colori. È l’attaccamento alla terra, a questo regno della realtà che porta Guttuso a non sconfinare mai dai suoi limiti oggettivi, contingenti in una sorta di dimensione metafisica. Quanto sono lontane ad esempio le nature morte guttusiane da quelle di un Morandi, di un Carrà, di un De Chirico. Guttuso estrae sempre la sua linfa vitale, la sua energia dalla terra, dalla quotidianità delle cose, degli oggetti che ci circondano e mai ci isolano dal mondo al contrario dei pittori metafisici che dal mondo sembrano voler evadere nella loro ricerca dell’essenza, della purezza, della poesia finendo per dipingere sulle loro tele figure, oggetti fissati in una sorta di "magica sospensione", "dimensione atemporale".


Sedia, bucranio e tavolo, 1938

A partire dalla fine degli anni Trenta Guttuso, raggiunta ormai una maturità di linguaggio figurativo e pittorico, reagisce con la realizzazione dei suoi dipinti alla pittura metafisica e alle correnti artistiche da essa derivate quali il Realismo Magico, Valori Plastici, Novecento. Nel panorama artistico italiano della fine degli anni trenta, aldilà di De Chirico, Savinio, Carrà, Morandi, Filippo De Pisis, Mario Sironi, Massimo Campigli, Felice Casorati ed altri, ecco emergere la pittura dell’ancora giovane Renato Guttuso, che qualche anno prima dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale (1939-1945), aveva aderito al gruppo artistico di Corrente (1938-40) in opposizione all’arte e all’ideologia del regime fascista. Da questa adesione che comportava anche una condivisone della pittura europea, da Van Gogh a Picasso e all’Espressionismo tedesco, carica di forte emotività, il Maestro elabora, pervenendo ad uno stile assai personale, il suo Neorealismo. Si tratta qui di una pittura ancorata ad una visione della realtà quotidiana pregna di un terroso materismo. Questo "materismo" ben si sposa con la rappresentazione degli oggetti ossia con la natura morta resa da Guttuso, nelle sue realizzazioni pittoriche migliori, più riuscite, in sorta di corposità plastica, di materia cromatica densa.


Fiasco, foglie e cappello nero, 1940-41

Tra queste realizzazioni presenti nella mostra allestita a Villa Zito, ricordiamo qui "Sedia, bucranio e tavolo" (1938), dove ai lati di una brocca di vetro trasparente poggiata su un tavolo stanno rispettivamente un bucranio e una sedia impagliata, simboli drammatico il primo della guerra civile spagnola, assai ricorrente nell’opera di Picasso, il secondo della pittura di Van Gogh, si vedano di quest’ultimo i dipinti "La sedia di Vincent" (1888) e "La camera di Vincent ad Arles" dello stesso anno. Segnaliamo poi ai lettori della nostra recensione critica un altro olio su tela, "Fiasco, foglie e cappello nero" (1940-41). A sinistra, nel dipinto, sta una graticola che nasconde parte di un fiasco impagliato, quasi al centro una mela e un fico d’India, a destra un mobiletto rosso con sopra un cappello nero e retrostante ad esso uno straccio bianco, il tutto in una composizione prospettica ben riuscita ed equilibrata, dove a risaltare nel loro contrasto sono soprattutto il bianco, il nero, il rosso. Sempre da far risalire agli anni 1940-41 è il dipinto "Natura morta con lampada", dove il senso di matericità non è purtroppo percepibile dalla foto che pubblichiamo. Qui due degli oggetti in esso raffiguranti a sinistra un bucranio e in alto sempre a sinistra una lampada blu che pende dall’alto, richiamano ancora la pittura di Picasso. La lampada è uguale a quella che appare in Guernica, il bucranio (simbolo di guerra) è un elemento ricorrente nell’opera del grande artista di Malaga. Tra gli altri oggetti disposti sopra un tavolo di colore ocra vi sono, un portacandela, un cesto di vimini, uno straccio bianco, una teiera, un calamaio e una gabbia rovesciata. Dietro al tavolo si intravede la sommità della spalliera di una sedia. Lo sfondo del quadro è costituito da una tenda rossa con un squarcio in alto sulla destra. Il dipinto molto bello può considerarsi una delle opere più riuscite di Guttuso.


Natura morta con lampada, 1940-41

Dal 1940-41 arriviamo nella nostra rassegna al 1958, anno in cui il Maestro dipinse un altro capolavoro "Natura morta con falcetto", qui gli oggetti raffigurati sono pochi: un imbuto, un falcetto, una bottiglia e un fiasco rovesciato. Nella composizione a predominare è il colore fauve "gettato" matericamente sulla tela con pennellate veloci. Dal 1958 passiamo al 1961, data della composizione, da noi prediletta, dal titolo "Natura morta con fornello elettrico" caratterizzata da cromie terrose e cupe ottenute da pennellate dense, pastose. Pochi oggetti anche qui compaiono sul dipinto: un bicchiere di terracotta, un fornello elettrico, una caraffa poggiati sulla superficie di un tavolo. Sullo sfondo un davanzale su cui a sinistra è poggiato un drappo rosso scuro. Dal davanzale è visibile un orizzonte molto alto, un lembo, una striscia appena di cielo tendente anch’esso nella sua sommità estrema allo scuro. Un discorso a parte meriterebbe l’opera proveniente dal nostro Museo Guttuso, che dà l’avvio al percorso della mostra in questione. Ci riferiamo a "Lume, piatto e bottiglia" del 1931. Diciamo qui solamente che, come in molte altre opere giovanili, Guttuso è influenzato dalla poetica del Novecento italiano, pervenendo però in questo dipinto, attraverso un’attenzione volta al recupero del classicismo e dei suoi valori plastici, ad esiti pittorici davvero sorprendenti. Il dipinto richiama alla mente le nature morte di Morandi, in cui, come è noto, sono dipinte delle bottiglie, Ma a colpirci è soprattutto la staticità degli oggetti raffigurati: un piatto in ceramica, un lume e due bottiglie, una delle quali poggiata sul piatto sopraddetto. Questa staticità sembra suggerire l’arresto di un tempo che si è fermato nel suo scorrere, divenire, per meglio permettere la ricerca eidetica delle cose. La materia pittorica impasta cromie scure, bituminose rendendo più pesanti gli oggetti isolati nella loro matericità ed eretti nella notte come sentinelle immobili davanti a uno sfondo di colore bruno rischiarato a sprazzi da pennellate di colore più chiaro.


Natura morta con fornello elettrico, 1961

Dal 1938 al 1961 di Guttuso abbiamo in mostra altre pregevoli nature morte, di cui nel nostro articolo per mancanza di spazio citiamo en passant solo i titoli e la data di esecuzione. Iniziamo l’elenco con Cranio d’ariete (1938), e proseguiamo con Cesto, forbice e limoni (1939), Natura morta con frutta (1940), la bellissima Gabbia con cappello verde (1940-1941), un Angolo dello studio di via Pompeo Magno (1940-1941), Natura morta con drappo rosso (1942), Pagine di nature morte (1958), Cestello (1959), Damigiana e bottaccino (1959). Ma a partire già dal 1947 Guttuso anche nelle sue nature morte si rivolge al Cubismo e al Neocubismo per la costruzione di un nuovo linguaggio figurativo, si vedano le opere Finestra e Natura morta entrambe del 1947 e ancora Natura morta notturna e Bottiglia e barattolo dipinte nel 1948. Questa nuova figurazione si realizza però a scapito della materia pittorica, dell’energia, della forza espresse dalle terre, dai colori che caratterizzano tanti suoi capolavori che fino ad oggi non sembrano risentire dell’usura del tempo e del cambiamento delle mode. A partire dal 1966 Guttuso ripropone in pittura dei soggetti (frutta, fiori, ortaggi) che occupano gran parte della composizione figurativa, garantendo così un forte realismo, un forte senso di oggettività alla scena da essi in gran parte rappresentata. Nella mostra allestita a Villa Zito si vedono a riguardo Fette d’anguria (1966), Due arance sulla sedia (1967), Peperoni (1974), Cavolo (1982), Garofani (1984), Peperoni e giardino di Velate (1985), Angurie (1986). Tra quest’ultime da noi citate ci piace parlare, sia pur brevemente, di Cavolo, dove d’acchito ci colpisce un’accesa cromia verde che si dispiega in una scala di tonalità che dal verde giunge fino all’azzurro. Ma in questa scala di colori brillanti l’ortaggio rimane ancorato alla terra e smentisce la caratterizzazione visionaria e immaginifica di cui qualcuno ha parlato a riguardo.


Cavolo, 1982

La mostra La forza delle cose è stata realizzata grazie ai prestiti temporanei del Mart di Trento e Rovereto, del Museo Guttuso, degli Archivi Guttuso ed importanti collezioni private.

Piero Montana

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10 gennaio 2017

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