SPERONE CALCANEARE (spina calcaneare) - FASCITE PLANTARE

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Il dolore al tallone è secondo, per frequenza, solo a quello dell’alluce. Nel piede è infatti la patologia più comune, subito dopo l’alluce valgo.

Tanto che, secondo le statistiche, un italiano su dieci soffre o ha sofferto nella sua vita, di un dolore alla parte posteriore del piede, sotto o dietro il tallone. Di più: la percentuale si impenna se la statistica si compie tra coloro che praticano sport arrivando tra i runners al 25%.

Come dire che un corridore su quattro è destinato nella sua vita a soffrire di un disturbo doloroso centrato proprio sul tallone.

Tanto è frequente il dolore, tanto è tuttavia sfuggente la natura del dolore e la diagnosi arriva in ritardo. Perchè il disturbo doloroso al tallone è troppo spesso liquidato genericamente con il termine calcaneodinia, vago e impreciso, letteralmente vuol dire dolore al calcagno (come dire mal di pancia). Calcaneodinia, non specifica la natura e la causa del dolore e quindi non permette di stabilire una corretta terapia, così che, troppo spesso questa si riduce all’uso di palliativi e sintomatici come la somministrazione di antinfiammatori, l’uso di una soletta di scarico in gel di silicone o nei casi ribelli alle comuni fisiotrerapie, ad una o più infiltrazioni di cortisone praticate nel punto che duole.

Il ricorso alle infiltrazioni di cortisone, in particolare, non solo il più delle volte risulta inutile, ma se queste vengono ripetute senza criterio, possono indebolire due fondamentali elementi anatomici del tallone: il tendine di Achille posteriormente e la fascia plantare inferiormente. Tanto che il tendine e la fascia plantare, dopo alcune infiltrazioni, potrebbero lacerarsi improvvisamente.

Fascite Plantare

Per una diagnosi corretta, è opportuno, invece, ricorrere da prima ad indagini radiologiche convenzionali, come la radiografia, per mettere in evidenza eventuali calcificazioni tendinee o la presenza di speroni calcaneari. Si deve inoltre completare la ricerca della diagnosi anche con accertamenti più sofisticati, come la risonanza magnetica e la Tac, oppure, se il sospetto diagnostico è un disturbo dei nervi del piede, con il ricorso alla elettromiografia. Si può cosi accertare che i dolori al tallone sono ad esempio causati da un’infiammazione della fascia plantare, oppure da una sofferenza del tendine di Achille o ancora dalla compressione del nervo tibiale posteriore. Ma tra possibili e numerose diagnosi per spiegare un dolore al calcagno, frettolosamente liquidato come calcaneodinia, puo nascondersi anche una sofferenza dell’osso o della cartilagine di accrescimento (malattia di Sever-Blanck) o ancora anomalie congenite che rendono i movimenti e l’appoggio del piede scorretti. Solo se la diagnosi è stata formulata con precisione è poi possibile prescrivere terapie mirate e risolutive.

Con una attenta ispezione e palpazione del piede l’ortopedico deve inizialmente individuare il punto maggiormente dolorosi: se interessa la parte inferiore e centrale del tallone è quasi certamente un’infiammazione della fascia plantare ( un elemento anatomico di protezione teso tra il calcagno e le dita del piede), se invece il dolore è posteriore più facilmente si tratta di una sofferenza del tendine di Achille.

Tra le cause di infiammazione della fascia plantare e la conseguente formazione dello sperone calcaneare, possono essere ricordati i piedi troppo piatti o troppo cavi, il peso eccessivo e le sollecitazioni sportive. In queste condizioni infatti la fascia viene sollecitata e stirata, fino ad infiammarla e a renderla dolente dove prende inserzione al tallone: il suo punto più vulnerabile.

La soluzione per ottenere una valida e definitiva guarigione è nella teoria semplice: si devono ridurre le sollecitazioni in eccesso a carico della fascia plantare. A questo fine, il plantare può risultare valido per correggere i piedi troppo piatti, anche una talloniera morbida in silicone, da inserire nelle calzature, come cuscinetto, allevia immediatamente i sintomi. Indispensabile la dieta, in caso di sovrappeso, risulta utile perchè riduce il carico che grava sul tallone e sulla fascia plantare. Per lenire il dolore e aiutare i processi antinfiammatori si può anche ricorrere a valide fisioterapie come la tecarterapia, la ipertermia endogena e la terapia ad onde d’urto. Le prime due fanno ricorso a radiofrequenze e microonde per riscaldare il punto dolente fino a temperature di 42-43 gradi. Un calore in grado di richiamare in zona una forte quantità di sangue che lava i detriti della infiammazione e che trasporta fattori biologici implicati nella risposta antinfiammatoria. La terapia ad onde d’urto, utilizza invece ultrasuoni ad alta energia per modificare biologicamente il tessuto colpito e risulta molto valida in caso di entesite plantare al calcagno, anche se l’applicazione risulta spesso molto dolorosa.

L’uso locale del cortisone può essere indicato in casi selezionati, ribelli alle comuni terapie, ma può indebolire il tessuto fibroso della fascia plantare, tanto che questa potrebbe lacerarsi improvvisamente.

Il 95% delle fasciti plantari, trattate combinando le terapie fino a qui esposte, guariscono. Solo la rimanente percentuale è destinata alla sala operatoria. Oggi due tecniche mininvasive permettono di correggere la tensione della fascia plantare per via percutanea. Se la causa dei disturbi è la fascia plantare troppo tesa, come accade ad esempio nei piedi troppo cavi, per via endoscopica si può allentare. Sono sufficienti due piccole incusioni cutanee ai lati del tallone per penetrare sotto la fascia con una telecamera lunga e stretta come una cannuccia e recidere in maniera controllata la fascia fino ad ottenere la tensione desiderata. Due i risultati favorevoli che si ottengono: la remissione dei sintomi e la riduzione del cavismo plantare.

Se al contrario, il problema è il piede troppo piatto, si ricorre alla correzione con una vite in materiale riassorbibile che dopo alcuni anni scompare dai tessuti del piede. La vite viene impiantata nel seno del tarso, un piccolo spazio che si trova nello snodo del piede tra calcagno e astragalo. Opportunamente dimenzionata la vite impedisce al piede di cedere verso l’interno e sostiene l’arco plantare. Un intervento, che si compie in anestesia locale e preferibilmente in giovani pazienti tra i dieci e i tredici anni, capace di proteggere la fascia plantare da possibili infiammazioni, cui sarebbe altrimenti esposto il paziente nella vita adulta.

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