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DIVIETO DI BALNEAZIONE

In Italia aumentano le spiagge inquinate che, come se non bastasse, soffrono gravemente di erosione

18 maggio 2005

A pochi giorni dalla presentazione della Guida Blu 2005 di Legambiente, dove stanno indicate spiagge italiane fuoriuscite da forzieri stracarichi di preziosi, e alla vigilia della stagione balneare, il rovescio della medaglia sullo stato di salute delle coste italiane si scopre con un volto buio e solcato da profonde rughe di preoccupazioni.

I dati che attestano lo stato di salute del mare italiano dovrebbero essere resi noti dal Ministero della Salute entro i primi di maggio, affinché cittadini e autorità locali possano adottare gli interventi opportuni e fare scelte guidati dalla consapevolezza.
Per il terzo anno consecutivo il rapporto sulla qualità delle acque di balneazione non è stato divulgato ufficialmente: le pile del volume con la prefazione dell'ex ministro Girolamo Sirchia sono rimaste intonse.
Le informazioni sullo stato di salute del Mare Nostrum però qualcuno è riuscito a darcele, e di propria iniziativa l'agenzia di stampa Dire ha rivelato nel dettaglio il rapporto preparato dal Sistema informativo sanitario del ministero della Salute sulla base delle indicazioni raccolte dai Comuni, dalle Regioni e dalle agenzie regionali per la protezione dell'ambiente.

Notizie per niente incoraggianti: in Italia i chilometri totali di spiaggia dai quali è vietato tuffarsi sono 433,6, per altri 1.060,5 chilometri il giudizio è sospeso in assenza di prove: mancano le analisi. Ci sono poi 874,6 chilometri che vengono automaticamente esclusi dalla balneazione perché occupati da porti, aeroporti, servitù militari.
In poche parole il divieto di balneazione viene esteso a 28 km di costa in più rispetto al 2004.
Disponibili per le vacanze restano 4.999,4 chilometri, circa i due terzi del totale.

Questi dati rivelano una chiara inversione di tendenza, dopo la lunga stagione del miglioramento, e proprio nel momento in cui l'industria nazionale del turismo fatica a reggere una concorrenza sempre più aggressiva e ben organizzata. Un'inversione che rischia di avere ripercussioni negative, oltre che sulla sicurezza e sulla tranquillità di chi si prepara a godersi le ferie, sulla capacità di appeal del paese.
''Dalla lettura dei dati emerge un aumento della costa marina non balneabile rispetto agli anni precedenti, in cui si erano registrati timidi ma positivi aumenti. Purtroppo anche quest'anno viene meno la funzione di strumento d'informazione per i cittadini. Speravamo in una comunicazione ufficiale del Rapporto anziché la solita fuga di notizie, ma questo non è avvenuto. Aspettiamo un chiarimento da parte di Storace''. Così ha espresso le proprie preoccupazioni Sebastiano Venneri, responsabile Mare di Legambiente.
Secondo il neo ministro della Salute, visto che il rapporto si limita a raccogliere i dati relativi alla balneazione provenienti da Regioni e Comuni, non c'è motivo di pensare ad alcun mistero ''Molto più semplicemente - ha dichiarato Storace - sono stati spifferati prima che li leggessi io''.

Ma ritornando ai numeri, in testa alla classifica delle acque nere figurano quattro regioni del Sud: la Campania con una spiaggia su cinque che non è sicura (dal 17,5 al 19,8% su un totale di 469,7 km di costa); la Calabria (dal 7,2 all'8,3%); la Basilicata (dal 2,6 al 3,8%) e la Sicilia (dal 4,7 al 5%).
Se poi si considera la presenza del batterio della salmonella nel campione rilevato, la regione più a rischio è il Lazio (8,2%). Sebbene i casi in cui è scattato l'allarme salmonella siano stati episodici, non altrettanto lo sono le cause: la presenza in mare di questo microrganismo deriva infatti dalla presenza di scarichi non depurati sufficientemente.
Tra i sei maggiori laghi italiani solo il Trasimeno supera l'esame a pieni voti registrando l'en plein di spiagge pulite.
''Il governo Berlusconi le spiagge vuole venderle e non pulirle'', ha commentato il leader dei verdi Alfonso Pecoraro Scanio. ''Il governo è doppiamente inadempiente'', ha aggiunto Ermete Realacci, deputato della Margherita e presidente onorario di Legambiente. ''Nel luglio dell'anno scorso la Camera ha approvato un ordine del giorno che lo impegnava sia a includere nel rapporto sulle acque di balneazione le cause dell'inquinamento e le misure idonee a prevenirlo che a presentare la relazione al Parlamento entro e non oltre il 31 marzo. Non ha onorato né un impegno né l'altro''.

E non finisce qui...
Infatti le spiagge italiane soffrono di ulteriore male che risponde al nome di ''erosione''. Il fenomeno erosivo riguarda il 40% delle spiagge e negli ultimi anni si sono persi 4 milioni di metri quadrati di sabbia, con un valore stimato in 5 miliardi di euro.
L'allarme è stato lanciato durante il convegno Icram dedicata ai ripascimenti, all'utilizzo cioè delle sabbie sommerse per rifare le spiagge. E rifare le spiagge è soprattutto una convenienza non da poco. Si calcola che ogni metro quadrato di arenile recuperato produca un reddito generale per la collettività di 1.200 euro mentre per ogni euro speso per la ricostruzione si avrebbe un ritorno di 50-100 euro nei primi 3-5 anni.
Per recuperare gli arenili sono stati coinvolti i ricercatori dell'Istituto di ricerca sul mare, dell'Agenzia per la protezione dell'Ambiente (Apat) e delle Università. Al loro fianco anche le regioni, soprattutto Lazio, Toscana, Liguria, Emilia Romagna e Marche.

Ma dove prendere la sabbia con la quale fare risorgere i litorali italiani claudicanti d emaciati? 
La risposta è in fondo al mare.

''La sabbia è un dono dell'ultima glaciazione - ha detto Giovanni Battista La Monica, dell'Università di Roma La Sapienza - non è una risorsa rinnovabile e non è facile da trovare, soprattutto poi dello stesso colore'', e in questo senso le spiagge italiane sono destinate a cambiare.
Un triste futuro sulle spiagge potrebbe essere quello abbinato alla sabbia artificiale, ma per ora si continua a cercare in natura.
Infatti per ridare vita alle spiagge non è detto che si debba per forza scandagliare gli abissi. ''C'è la possibilità di diversificare gli interventi - ha detto Stefano Corsini, dirigente del servizio difesa coste dell'Apat - andando a prendere il materiale da cave terrestri o dalla risulta dei dragaggi''. Per conoscere comunque la reale salute dei confini terrestri nazionali, l'Icram, con la sua nave oceanografica Astrea sta analizzando la qualità di sabbie sommerse mentre è in azione la task-force dell'Apat per arrivare a una fotografia puntuale dell'erosione delle coste italiane e anche a stabilire con esattezza la lunghezza dei litorali.

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18 maggio 2005
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