Il Vino nella Letteratura

"Orsù con la coppa passa tra i banchi della nave veloce, togli i tappi agli orci capaci, e spilla il vino rosso fino alla feccia: ché non potremo stare all'asciutto durante questa veglia di guardia"

08 settembre 2017
Il Vino nella Letteratura

Parlare del vino significa confrontarsi con la storia dell'uomo, affrontare i limiti dell'esistenza per capire che da sempre è insita nella natura umana la tensione ad una trascendenza non religiosa, ma tutta carnale e tragicamente terrena, la tensione ad un superamento (anche se temporaneo) delle tristezze e ristrettezze della nostra vita.
Il vino ha costituito e costituisce, sin dalla più remota antichità il mezzo principe di questa momentanea liberazione dai vincoli terreni; pensiamo ad esempio ad Alceo (VII sec. a.C.) che scrive: ''...il figlio di Zeus e Semele diede agli uomini il vino per dimenticare i dolori'' (framm. 96 D).
Lo stesso Platone, noto per la rigidezza dei suoi costumi, consigliava ai vecchi di bere vino: ''ma quando un uomo entra nel suo quarantesimo anno... può invocare gli altri dei, e in particolare invitare Dioniso a partecipare al sacro rito dei vecchi, e anche alla loro allegrezza… il vino, il rimedio contro i malumori della vecchiaia''.
E d'altronde, secondo la Bibbia è stato Dio stesso a fare dono all'uomo del vino: "bevi il tuo vino con cuore lieto" (viene detto in Qoelet, cap.9), e altrove l'uomo intona il suo canto per ringraziarlo di questo: "Signore mio Dio, quanto sei grande!... Fai crescere il fieno per gli armenti e l'erba al servizio dell'uomo perché tragga alimento dalla terra, il vino che allieta il cuore dell'uomo" (Salmi, 104)

E' difficile immaginare l'effetto che dovette fare la scoperta delle virtù ristoratrici e confortatrici del vino, sull'animo degli uomini antichi: in un mondo dove l'esistenza era difficile e breve, sempre sottoposta ad una lotta continua con una natura ostile, il vino dovette sembrare davvero un dono degli dei, il naturale accompagnamento di uno degli altri pochi piaceri concessi: il mangiare.
"Arida per la calura è la pelle. Allora tu il rezzo cerca di sotto un dirupo, e reca del vino di Biblo, pane che crocchi, e di capre che più non allevino il latte; carne di manza che ancora non figlia, pasciuta nel bosco, e di capretti il latte; e bevici sopra del vino fulvido, all'ombra corcato, di cibo ben sazio, a tuo agio". (Esiodo, Opere e giorni vv. 588-593)
Oltre a ciò, il vino è spesso una delle poche fonti di piacere rimaste ai mortali, e diviene un dolce farmaco per la tristezza dell'anima, capace di rendere meno grama la vita: "allora tu laggiù consolerai col vino e il canto il male, e con i dolci colloqui la tristezza che ti sciupa" (Orazio, epodo XIII)

"Orsù con la coppa passa tra i banchi della nave veloce, togli i tappi agli orci capaci, e spilla il vino rosso fino alla feccia: ché non potremo stare all'asciutto durante questa veglia di guardia". (Archiloco, framm. 5aD.).

Nella letteratura, l'allegria che dona il vino è un vero topos, così come lo é la sua capacità di rendere più leggero il peso della vita: "Per annegare il rancore e cullare l'indolenza di tutti i vecchi maledetti che muoiono in silenzio Dio, nel rimorso, aveva creato il sonno; l'Uomo vi aggiunse il Vino, sacro figlio del Sole!". (Baudelaire, da "Le vin des chiffoniers")
Infine, nell'antichità si scoprirono le sue virtù taumaturgiche: per lungo tempo il vino fu il solo tipo di disinfettante usato per le ferite e Ippocrate lo considerava elemento essenziale di ogni terapia. Insomma, nell'immaginario popolare era il corrispondente della nostra odierna mela scacciamedici.

Charles Baudelaire

Probabilmente il primo paese dove questa gustosa bevanda è stata saggiata è stata l'Asia minore. Una conferma di tale supposizione ci viene dal racconto biblico, che fa di Noé il primo vignaiolo; guarda caso la sua arca rimase ''alla fonda'' sul monte Ararat, localizzato nell'odierna Turchia.
"Ora Noé, coltivatore della terra, cominciò a piantare una vigna. Avendo bevuto il vino, si ubriacò e giacque scoperto all'interno della sua tenda", si legge nel capitolo 9 del libro della Genesi.
La tesi pare confermata da una leggenda persiana, secondo la quale il vino fu scoperto proprio in Persia, alla corte del mitico re Jamsheed: si narra infatti che questi facesse conservare in vasi grappoli d'uva per essere poi mangiati fuori stagione. Poiché in uno di questi vasi l'uva produceva schiuma ed emanava uno strano odore, si pensò che fosse veleno, ma un'infelice concubina del re che tentò di darsi la morte con questo presunto veleno, scoprì invece che questo produceva una insospettata allegria ed era fonte di sonno ristoratore.

Se è vero che "in vino veritas"Ulisse aveva ben donde di preoccuparsi per gli effetti del vino, poiché correva il rischio di svelare qualcuna delle sue magistrali truffe (in cui tanta parte aveva avuto spesso lo stesso vino, basti pensare al tiro giocato a Polifemo).
Tuttavia, i biasimi al vino restano sparute eccezioni: molto più spesso il divino succo della vite viene visto tramite della poesia più sublime o capace di donare magici poteri immaginativi.
"perché so di Dioniso signore / intonare il bel canto, il ditirambo, / quando il vino mi ha folgorato la mente" (Archiloco, framm.120W)

"Il vino sa rivestire la più sordida stamberga di un lusso miracoloso, e fa sorgere più d'un portico favoloso nell'oro del suo vapore rosso, come un sole che tramonta in un cielo nuvoloso" scrive Baudelaire ne "Le poison".

A conferma dell'amore che gli antichi nutrivano per questa bevanda, basti pensare al fatto che molti si dichiaravano certi fosse stata la sua scoperta a rendere l'uomo un essere evoluto, capace di rapporti sociali. ("i popoli del Mediterraneo cominciarono a emergere dalla barbarie quando impararono a coltivare l'olivo e la vite", dice Tucidite).
Il vino, insomma, è da sempre stato considerato un bene prezioso, al punto che presso certi popoli soltanto i nobili (e i ricchi) avevano il privilegio di gustarlo: una conferma di questa sua importanza "materiale" c'è anche uno dei più antichi documenti conosciuti: il codice di Hammurabi (la prima raccolta organica di leggi compilata dall'uomo), redatto in Mesopotamia tra il 1792 e il 1750 a.C., in cui si trovano precise disposizioni sul commercio e la vendita del vino. Tale era il valore riconosciutogli, che il vino costituiva l'elemento fondamentale nelle cerimonie in onore degli dei o di luoghi ritenuti loro dimora.
"O fonte di Bandusia che brilli piu' del vetro e meriti il dolce vino e le corone..." (Orazio, odi 3,13)

Distillato del sole, frutto gioioso della terra profonda, il vino rende lieve e felice la dura vita del contadino: "Io stesso, nella stagione più propizia, pianterò tenere viti... E la speranza non mi deluda ma mi offra sempre grandi quantità di grano e mosto generoso nel tino colmo" (Tibullo, elegie 1,1).
Per questo sono ricorrenti le preghiere agli dei perché proteggano i preziosi grappoli; nel romano Lustrum ambarvale si invoca Marte con questa formula: "Deh, tu i frumenti ed i frutti, i vigneti ed i virgulti fu che crescano e vengano su bene".
Considerato un amico che risolleva dagli affanni, il vino è in grado di rendere meno ostile l'avversa natura e rasserenare la visione della vita: "scaccia il freddo ammucchiando gran fuoco e mescendo senza risparmio vino dolce, le tempie cingendo di soffice lana" (Alceo, framm. 73D); il medesimo passo è ripreso da Orazio nell'ode 1,9 e così modificato: "sciogli il rigore del freddo / ponendo con larghezza legna sul fuoco / e generosamente versa, o Talioco, / dall'anfora sabina vino di quattro anni ... / Quel che avverrà domani, non volerlo sapere, / e ognuno di quei giorni che ti darò la sorte, mettilo in conto tra i profitti".
Al tempo stesso, sotto l'effetto del vino aumenta l'umana disposizione alla riflessione esistenziale, e finalmente liberi dai vincoli psicologici che la società pone al nostro pensiero, possiamo contemplare con occhi nuovi il mondo intorno, seguendo almeno per qualche attimo le orme di Faust, presi dalla baudeleriana "Anima del vino", consacrati alla Vertigine.

Paul Cézanne "I giocatori di carte" (part)

Davvero, potremmo ridire del vino quello che Walter Benjamin scrisse a proposito dell'hascish (non a caso, considerato degno compagno del vino anche da Baudelaire), ossia che esso: "...Ha il potere di convincere la natura a concederci, meno egoisticamente, quello spreco della nostra esistenza che contrassegna l'amore. Se infatti quando siamo innamorati la natura si lascia sfuggire tra le dita la nostra esistenza, come monete d'oro che essa non può trattenere e a cui rinuncia per ottenere in cambio ciò che è appena nato, ora, senza poter sperare o potersi aspettare qualcosa, essa ci butta con piena forza nelle braccia dell'esserci".

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08 settembre 2017

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