23 maggio 1992 23 maggio 2003

Nell'anniversario della strage in cui morì Falcone una giornata di memorie e polemiche

23 maggio 2003
Nel 1992 avevo 15 anni. Frequentavo le scuole superiori e, in linea di massima, mi disinteressavo della politica, della cronaca, dei fatti, pur importanti, che mi succedevano attorno.
Essere un quindicenne appartenente al cosiddetto proletariato, in un piccolo paese della provincia palermitana, governato da sempre dallo strapotere mafioso che aveva nella DC il suo punto di riferimento politico, cresciuto in una famiglia dove l'onestà è la base principale ma dove vige il qualunquismo politico - del "tantu su tutti i stiessi" (tanto sono tutti uguali, l'uno vale l'altro) -, significava vivere ammollo alla mafia, passarci accanto, vederla in faccia e conviverci senza accorgersene.
Era un dire comune allora (e purtroppo anche oggi, in certi ambienti di sottosviluppo e sottocultura, in provincia come in alcune zone di margine delle città, "A mafia ha sempri esistitu"(la mafia è sempre esistita), "I veri mafiusi su chiddi ri Roma" (I veri mafiosi stanno al governo), "A mafia un'esisti, sa mmintaru i giurici pi manciarici puru iddi" (la mafia non esiste, se la sono inventata i giudici).

''Tanto è tutto inutile. Non finirà mai'', lo si diceva con indolenza, e tanti miei coetanei inneggiavano alla mafia ripetendo le parole del film "Meri per sempre", di  Marco Risi, ''La mafia è bella, la mafia è giusta''.
Ad un certo punto, il 23 maggio, arrivò a tutti, indistintamente, la notizia di un'esplosione tremenda avvenuta nell'autostrada Palermo-Capaci.
Un attentato al giudice Giovanni Falcone, quello che combatteva contro la mafia.
Quell'esplosione, che ridusse l'autostrada come se ci fosse stata la guerra, arrivò dritta dentro le teste e i cuori di molti, e da quel momento con la mafia si iniziò a convivere male.

F.M.

Mille chili di esplosivo polverizzano uomini e macchine, poi Cosa Nostra rivendica:
"E' il regalo di nozze per Madonia"

ORE 18.20: APOCALISSE DI MAFIA
di F. Cavallaro, Corriere della Sera, 24 maggio 1992
Il botto, la strage e l'unico testimone racconta: "Ho soccorso Falcone, era ancora vivo"

L'hanno ammazzato come lui temeva, facendo una strage, usando mille chili di esplosivo ammassati in un sottopassaggio pedonale scavato sotto l'autostrada fra Palermo e Punta Raisi. Un'autostrada che in quel punto, a cinque chilometri dalla città, non c'è più perché il boia che ha pigiato il tasto del telecomando alle 18.20 di questo maledetto sabato ha scatenato l'Apocalisse: un'eruzione di ferro, terra e massi ha aperto una voragine larga trenta metri e profonda otto facendo volare in un giardino di ulivi la prima auto di scorta con tre agenti e spezzando in due quella guidata da Giovanni Falcone, il simbolo della lotta alla mafia, il bersaglio da eliminare a ogni costo, anche se aveva accanto la moglie, Francesca Morvillo, pure lei magistrato, le gambe spezzate, in agonia come l'autista che aveva preso posto dietro impugnando una pistola. Sopravvissuti i due agenti di scorta che viaggiavano su una terza Croma blindata, bloccatasi un metro dietro l'auto di Falcone a sua volta sommersa da massi e pietrisco, sospesa sul bordo della voragine con i vetri blindati piegati, il volante schiacciato contro il sedile, un intreccio di fili anneriti sulla cloche e le due scarpe marroni della moglie rimaste sul tappetino.

Erano arrivati insieme da Roma e le tre auto con i sei uomini di scorta li aspettavano come sempre ai bordi della pista, per correre via veloci a sirene spiegate. Ma hanno fatto solo dieci chilometri perché questo aveva deciso la mafia che in serata, violando una radicata consuetudine, ha rivendicato l'attentato con una telefonata al "Giornale di Sicilia": "E' il regalo di nozze per Nino Madonia" E in effetti ieri all'Ucciardone si è sposato il figlio minore del vecchio Don Ciccio Madonia, il patriarca indicato come il mandante dell'omicidio di Libero Grassi.

La telefonata per il momento è solo un terribile dato di cronaca e niente più, come è stato detto dal procuratore della Repubblica Pietro Giammanco al ministro della Giustizia Claudio Martelli e al capo della polizia Vincenzo Parisi giunti ieri sera in una Palermo attonita perché stavolta la soglia di un abituale diffidente distacco sembra scardinata, come accadde per Dalla Chiesa e per gli altri eroi di una città che si difende dimenticando.

Ma sarà difficile cancellare l'ultima immagine che sembra far sprofondare davvero in una voragine l'era della speranza. Fra il quinto e il sesto chilometro di questa autostrada che non c'è più si respira l'odore acre di una devastazione che fa pensare alle stragi dell'Eta o dell'Ira. La bomba ha provocato una pioggia di diverse tonnellate di detriti anche sulla carreggiata attigua che corre verso Punta Raisi investendo in pieno una Fiat Uno verde con due turisti austriaci a bordo e una Opel Corsa sballottolata per cinquanta metri è rimasta sospesa su una fiancata, mentre un'altra auto che seguiva casualmente il corteo di Falcone, una Lancia, si è bloccata col muso affondato fra le macerie.

 "Sembrava l'Etna. Ho visto una fumata da lassù, sono arrivato qui correndo e l'ho tirato fuori io Falcone", racconta l'unico testimone, Salvatore Gambino, 30 anni, un uomo smilzo e deciso che in quel momento passava con la sua macchina da un ponte sull'autostrada, lo svincolo di Capaci. "Ho bloccato l'auto e l'ho fatta di corsa. S'è fermata una pattuglia della polizia. Non volevano che mi avvicinassi. Ma era vivo. Anche la moglie si muoveva. E io li ho presi lo stesso…". E mostra i pantaloni, la camicia, le mani sporche di sangue descrivendo il volo della prima auto, scaraventata verso sinistra oltre la carreggiata attigua, cinquanta metri più in là, fra gli ulivi bruciacchiati dove i vigili del fuoco hanno dovuto lavorare per un'ora con grandi cesoie per estrarre i corpi a brandelli di tre ragazzi giovanissimi, Vito Schifani, Rocco Di Cillo e Antonio Montanari, il capo scorta, il poliziotto più noto di Palermo perché gli piaceva scherzare, andare in giro fiero del suo incarico di angelo custode di Falcone.

Si occupava pure lui delle contromosse per prevenire gli attentati. E un paio di anni fa si pensò proprio a un attentato con esplosivo celato sotto l'asfalto. Tanto che in via Notarbartolo, davanti all'abitazione di Falcone, fu murata e deviata una fognatura. Era una delle tante misure di prevenzione saltate in un attimo ieri sera con l'agguato che lo stesso Falcone aspettava in difesa da dieci anni.

Un agguato che farà giustizia delle dicerie degli untori, del vocìo su una presunta "resa" legata al suo trasferimento romano e smentita con una intervista al "Corriere": "Io sono un siciliano…Uno o è un uomo o non lo è. Non ho mai pensato alla morte. Il fallito attentato di due anni fa non ha cambiato nulla nella mia vita".

Magistrati, poliziotti, carabinieri, vigili e infermieri, volontari e curiosi arrivano a centinaia nell'inferno dell'autostrada mentre le stradine tutt'intorno s'intasano bloccando il traffico fino al centro di Palermo quando ormai il cuore di Giovanni Falcone s'è fermato, come constatano i medici del Civico che lasciano passare i colleghi, il cognato Alfredo Morvillo, sostituto procuratore e fratello di Francesca, Borsellino e gli uomini del "pool", compreso Gioacchino Natoli: " Non si può stare a contare i morti".

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23 maggio 2003

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