Perché diciamo ''NO'' alla guerra

Un appello di don Luigi Ciotti, presidente nazionale di Libera e fondatore del Gruppo Abele

24 dicembre 2002
Sono molte le ragioni che permettono a cittadini appartenenti a identità diverse (dal punto di vista culturale, sociale, religioso e professionale) di esprimere un'uguale condanna alla possibilità di una "presunta" guerra preventiva contro l'Iraq. Ancora una volta le diversità convergono in un'unica opzione in grado di formare unità tra protesta e proposta. "Non c'è pace senza giustizia", non si stanca di ripetere Giovanni Paolo II e, con lui, le tante comunità civili e cristiane che sono sparse in tutto il mondo e che sono convinte dell'inutilità della violenza per affrontare e risolvere conflitti.
Le riflessioni che seguono provano a formulare - a voce alta - alcune considerazioni per dare ulteriore chiarezza e motivazione ad un "No" alla guerra che vuole proporsi anche come "Si" alla giustizia, alla Pace e alla speranza.

1. La prima vittima delle guerra è sempre la verità. Il primo vincitore è un certo profitto che calpesta dignità, speranza e pace. L'espressione "un certo profitto" indica non solo la volontà di controllare le ricchezze naturali ad ogni costo, ma anche il fatto che i veri motivi di quasi tutti i conflitti internazionali sono e restano interessi economici così prepotenti da inquinare la stessa vita politica chiamata a decidere su questioni inerenti conflitti armati ed entrata in guerra di interi popoli.

2. Il fermo e deciso "No" alla guerra non esprime il solo desiderio dell'Italia del restare estranea al conflitto. Il primo "No" è alla guerra in quanto tale. Non vogliamo solo restare fuori dalla guerra (con una logica eccessivamente ripiegata sul nostro Paese). Non vogliamo la guerra in quanto tale. Ed anche per questo non vogliamo che il nostro Paese si spenda - con responsabilità politiche, militari e strategiche - per costruire un sistema di guerra che inevitabilmente realizzerà morte e disperazione.

3. Siamo profondamente convinti che il domani è scritto nell'oggi e che il futuro sarà ad immagine e somiglianza del metodo e delle pratiche seguite per costruirlo. Alcune dure lezioni sull'inutilità (e sui drammatici costi) della guerra le abbiamo già ricevute dalla storia! Senza dimenticare che conflitti, odio e diseguaglianze escono rafforzati e radicalizzati dai conflitti armati, creando ulteriori e future insicurezze e instabilità. L'abbandono della strada politica non è mai, di conseguenza, soluzioni ai conflitti, ma tragica condanna a spirali di violenza che inevitabilmente alimentano il bisogno di ostilità insanabili.

4. Nessuno vuole fare o proporre sconti a dittatori e terroristi o alla violenza, da qualunque parte questa arrivi. Ciò di cui siamo convinti è che non sono indifferenti la natura e la modalità della risposta alla violenza. Anche di fronte all'orrore e alla follia della violenza occorre il coraggio del ragionare, del capire, dell'intervenire con lungimiranza e dell'evitare la tentazione delle scorciatoie.

5. Alcune delle ultime guerre internazionali non solo hanno violato le regole fondamentali del diritto (i limiti di legittima difesa fissati dal consiglio di Sicurezza dell'ONU nel dicembre 1975), ma ha anche spazzato via l'idea di un diritto internazionale e la competenza esclusiva dell'ONU a deliberare e a realizzare operazioni di polizia internazionale.

6. La guerra, che dopo l'ultimo conflitto mondiale è stata formalmente vietata dalla Carta delle Nazioni Unite e "ripudiata" da molte costituzioni nazionali (compresa quella italiana), ha - in questo periodo - ri-assunto un ruolo di protagonismo. Non solo: non mancano quanti tentano - con linguaggi e motivazioni spesso in-fondate, ma tese a dilatare confusione - di giustificare la necessità di un intervento militare con espressioni tipo "guerra giusta", "umanitaria", per "legittima difesa", "preventiva"… . Nessuna acrobazia linguistica può trasformare uno strumento al servizio della morte in un'operazione di pace e di vita. Solo nella politica esistono i reali strumenti perché la gestione di un conflitto non debba essere affidata alla violenza e alla logica del più forte, indipendente dalle regioni e dalle legislazioni presenti sul piano internazionale.

7. Il terrorismo non è figlio della povertà e dell'ingiustizia, ma si alimenta della disperazione da esse prodotta. Intervenire politicamente su tali situazioni, vuol dire che "non c'è pace senza giustizia"; significa che intervenire politicamente sulle condizioni di sfruttamento non contribuisce solo a realizzare maggior equità e giustizia, ma si rivela anche strumento efficace per vincere qualsiasi forma di terrorismo. Una Pace stabile esige un approccio politico realistico, dialogico e capace di aggredire le cause sociali di sfruttamento, miseria e disuguaglianze internazionali per fare della giustizia la premessa di ogni convivere disteso e sereno.

8. Due vincolanti passi ci sembrano necessari:
· Spostare il baricentro del diritto internazionale dagli Stati alle persone. Significa creare le condizioni perché non si realizzi tanto e solo una tutela dell'equilibrio tra i governi, ma una vera tutela dei diritti fondamentali di ogni cittadino del mondo.
· Dare agli strumenti internazionali di verifica e di controllo quali il Tribunale Penale Internazionale le reali possibilità di sanzionare ogni tipo di abuso e di prevaricazione del diritto senza sconti per nessuno e senza eccessive timidezze verso quei potenti che più di altri sono in grado di condizionare organismi internazionali in virtù del loro potere economico.

Riflessioni sparse per trasformare un "grido" in parola attenta, documentata e precisa; per fare del "No alla guerra" una proposta perché giustizia e politica si sostituiscano alle armi e agli eserciti.
Non ha senso dividerci su queste questioni. E' urgente, doveroso e necessario restare uniti, intrecciare gli sforzi e opporsi alla logica delle divisioni con uno sforzo teso all'unità e alla concretezza del risultato di pace. Associazioni, gruppi, cooperative, chiese, sindacati, libere aggregazioni, lavoratori, mondo dello sport, del tempo libero, scuole, operatori dell'informazione, amministratori politici e donne e uomini di buona volontà dobbiamo fare tutto il possibile perché dall'intreccio delle nostre diverse iniziative possa nascere quel mondo possibile caratterizzato dalla Pace e dalla capacità di "fermare il male con il bene".

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24 dicembre 2002

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