The best pizza in Iraq. Nel cuore di Bagdhad la ''Pizzeria Napoli'' di Hassan

La pizzeria tutta italiana di un trentottenne iracheno

08 dicembre 2003
Due veicoli Hummer blindati americani arrivano veloci e si fermano davanti alla Pizzeria Napoli nel cuore di Baghdad. Ne scendono tre soldati che si guardano intorno e, tenendo ben visibili le loro armi, entrano nel locale. Hassan, 38 anni, va loro incontro in fretta ma con un sorriso ampio e una pila di pizze, oltre una ventina, già pronte da portare via, nei cartoni con scritto ''The best pizza in Iraq''. Gli americani le prendono, risalgono in macchina e vanno via rapidi. Un 'blitz' di un paio di minuti, non di più.
Hassan ha imparato a fare la "vera" pizza a Roma, nel negozio di pizza a taglio che il fratello, un rifugiato politico del partito comunista iracheno, aveva a Fontana di Trevi, e i risultati si vedono. E anche i clienti.

"La pizza ha fatto la mia fortuna. Mi dà lavoro e soddisfazioni", dice, in un italiano stentato, indicando un telefono cellulare appeso alla parete. Un telefono del genere a Baghdad è un'assoluta rarità. Utilizza una linea speciale militare americana. Ne possono disporre solo i membri della Cpa (Central Provisional Autority), in pratica l'ufficio del 'governatorè americano Paul Bremer, nonchè i membri del Consiglio di governo provvisorio iracheno e gli alti ufficiali americani. «Me lo hanno dato per fare le ordinazioni. Loro fanno un numero di New York e, non so come, squilla qui. Io rispondo e preparo loro la migliore pizza che abbiano mai mangiato. E poi, posso fare tutte le telefonate che voglio, gratis».
La posizione della Pizzeria Napoli è strategica, proprio davanti al cancello Nord dell'ex palazzo presidenziale di Saddam sul Tigri, ora sede del comando militare americano e delle massime autorità della Cpa. Sulla porta di ingresso del locale, campeggia una grande bandiera italiana, con su scritto, in inglese, 'Forno a Legna'.

"Sì - dice Hassan - la posizione e il forno sono il mio segreto, ma non solo. Il mio vero asso nella manica è la scuola che ho fatto in Italia. Ho una conoscenza che nessuno ha. Sì, perché, prima di scegliere me, hanno fatto un'ampia selezione. Hanno provato tutte le pizzerie della zona. Ma non c'è storia. Loro usano il forno a micronde o altre schifezze del genere'.
In realtà, definire il locale 'pizzeria' è eccessivo. Il forno prende gran parte dello spazio. Non ci sono tavoli. Solo quattro o cinque sgabelli. La pizza però è ottima. Non ha nulla da invidiare a quella che si vende a Napoli a via Caracciolo o al Vomero.
"Sono tornato in Iraq il 14 aprile, cinque giorni dopo la caduta del regime di Saddam Hussein - dice Hassan diventando serio -. Volevo vedere la mia famiglia. Per tanti anni ho abitato all'estero. Prima di tutto in Italia, dove ho imparato a cucinare. Nel '90 sono tornato una prima volta, ma mi hanno beccato subito. Ho dovuto fare non solo il militare, ma anche la guerra, quella del Golfo. Dopo quattro anni me ne scappato di nuovo. Sono andato in Giordania, dove facevo la pizza, e poi in Kuwait, dove ho continuato a fare la migliore pizza italiana dell'emirato", racconta volentieri Hassan, con un leggero accento romano, mentre continua ad impastare sul marmo la pasta per le sue "specialità".

"Guardandomi intorno, dopo la caduta del regime, ho capito che aprire una pizzeria sarebbe stata una buona idea. All'inizio andava una meraviglia. Anche 400 dollari al giorno. Ora ci vogliono dieci giorni per guadagnare altrettanto. Tutto è cambiato dopo l'attentato all'Onu, ad agosto. Ora la gente ha paura. Non solo gli americani, ma anche gli iracheni 'bene che servivo di solito. Ora arrivano di corsa e ancora più di corsa se ne vanno".
Lui non ha paura. Non teme le minacce che gli irriducibili sostenitori di Saddam rivolgono a "chiunque collabori" con gli americani. Mentre cerca di spiegare che lui è qui per "lavorare, non per fare politica", squilla il suo prezioso telefonino: "yes sir", risponde e, riattaccando, con un sorriso dice: "ne vogliono altre venti".  

Fonte: GdS

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08 dicembre 2003

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