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Autorizzazione sì o no per le pastiglie di RU486, le pillole per l'aborto facile?

Il Sant'Anna di Torino: ''Siamo stati autorizzati dal ministero''. Storace: ''Da noi nessuna autorizzazione''

13 settembre 2005

La ricerca farmaceutica ha fatto si che le donne possano oggi abortire legalmente, senza intervento chirurgico né anestesia, con un semplice farmaco, restando in ambulatorio per poche ore.
Da alcuni giorni anche le donne italiane, come già le francesi, le svizzere e molte altre, potrebbero farlo in un grande ospedale pubblico, il 'Sant'Anna' di Torino.
La sperimentazione, dicono dall'ospedale ''autorizzata dal ministero della Salute'', dovrebbe partire dopo cinque anni di battaglie dei medici torinesi.
La richiesta di poter utilizzare le pastiglie di RU486 era stata infatti avanzata fin dal 2000, rimbalzando da un comitato di bioetica ad un ufficio ministeriale, fino al 'sì' giunto solo ora e che sembra autorizzi soltanto 400 interruzioni di gravidanza 'sperimentali'. Ma nonostante la riservatezza scelta dall'ospedale, il tam-tam tra ginecologi e pazienti è già partito, e le richieste sono numerose, alcune già accolte.

Dal Ministero della Salute però, Francesco Storace, attuale reggente del dicastero, ha affermato che non è stato autorizzato alcunché. ''E' in atto un evidente tentativo di mistificazione sulla pillola abortiva. Da tv e radio nazionali si afferma che il ministero della Salute ha autorizzato l'uso della pillola. Ma il ministero non ha autorizzato proprio nulla''.
Nei giorni successivi alla notizia dell'avvio alla sperimentazione, Storace aveva annunciato la richiesta di controlli, e di verifica delle procedure, presso l'ospedale in questione, motivandola non come un problema di carattere etico ma come ''un intervento ad esclusivo interesse della salute delle donne'', per il quale occorre capire come è fatta la sperimentazione e come vengono reclutate le pazienti. ''Si comprende l'utilità del suo utilizzo - aveva detto Storace - per evitare una operazione chirurgica ma è anche giusto sapere, con rigore, se questo farmaco fa bene o se fa male. E come verranno reclutate le donne, e anche a evitare troppo entusiasmo e troppa fretta''.

Ma come funziona il farmaco?
RU486
(da non confondersi con la cosiddetta 'pillola del giorno dopo', che si utilizza invece entro i tre giorni da un rapporto sessuale non protetto, senza sapere se la gravidanza c'è oppure no) può essere utilizzato entro i primi 49 giorni dal concepimento, cioè nelle prime sette settimane.
I farmaci che provocano l'aborto farmacologico sono in realtà due, il mifepristone, che si prende il primo giorno e blocca gli effetti del progesterone, necessario alla gravidanza, e il misoprostol, una sostanza della famiglia delle prostaglandine che provoca l'aborto.
La maggior parte delle donne (50-60%) abortisce nelle prime 4 ore dopo aver ingerito le pillole del secondo tipo, il 20-25% nelle prime 24 ore, il 10% nelle ore successive: i sintomi sono quelli di un'interruzione spontanea, con dolori e perdite simili, anche se più intensi, a quelli mestruali.
Solo in una percentuale di casi variabile tra il 2 e il 5 si rende necessario un successivo intervento simile al normale aborto chirurgico che la legge autorizza nei primi 90 giorni di gravidanza. E nel foglio informativo per le pazienti si precisa che l'embrione, che in questa fase della gravidanza ha dimensioni tra i 5 millimetri e il centimetro e mezzo, non potrà essere visto dalla donna, perché confuso tra le perdite di sangue.

Contrari e favorevoli
Proprio la 'facilità' dell'aborto farmacologico ha suscitato in questi anni le proteste di esponenti della politica e del mondo cattolico. Per prima era arrivata, già nel 2001, una nota della Curia torinese che condannava il possibile ''primato negativo di Torino, unica città in Italia a rendere più facile l'aborto''.
Contemporaneamente, una pressione trasversale esercitata dalle rappresentanti piemontesi del centrosinistra si era associata alla richiesta del ginecologo radicale Silvio Viale e del primario del 'Sant'Anna' Mario Campogrande per chiedere che l'RU486 potesse venir utilizzato al più presto. La giunta regionale di centrodestra, sostituita soltanto nella scorsa primavera da quella di segno opposto guidata da Mercedes Bresso, aveva a sua volta utilizzato ogni possibile strumento per rinviare la decisione, in sostanziale sintonia col ministero.
Ai dubbi etici e medici erano seguiti quelli farmacologici (l'RU486 non è in vendita in Italia ed è nato per un uso diverso da quello abortivo). Nel 2002, ad un primo sì, seguirono altri rinvii, e il lungo viaggio di una pratica che pareva essersi persa nei meandri di qualche corridoio romano. Soltanto a fine 2004 l'Istituto superiore di Sanità da un lato e il Comitato bioetica della Regione fecero arrivare al 'Sant'Anna' un primo parere positivo, seguito da ulteriori mesi di pratiche e trattative con la casa farmaceutica francese che produce le pastiglie.

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13 settembre 2005
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