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L'inatteso happy end che ci regala l'inconscio

di Michele Serra

15 luglio 2005
L'idea che la morte abbia una specie di anticamera psichica è perfino un luogo comune popolare, il famoso "ho rivisto tutta la mia vita come in un film" riferito da alcuni redivivi e scampati. (Anche se circola, in proposito, una vecchia e cinica battuta: "ho rivisto la mia vita come in un film, e devo dire che la regia era pessima e i dialoghi scadenti"). Ora uno studio su Newsweek rende noto che la morte sarebbe spesso preceduta da un sogno rivelatore, una specie di quadratura dei conti in extremis che l'inconscio regala agli agonizzanti, rasserenandoli.

Che un "Ultimo Sogno" benefico possa alleviare la partenza sarebbe, a ben vedere, il più sorprendente dei doni, posto che l'inconscio, per rimanere in metafora cinematografica, in genere non è molto propenso agli happy end. L'universo onirico è fonte inesauribile di inquietudini e di spiazzamento, e la sua specialità sembra scompaginare la faticosa certezza degli affetti, dei comportamenti e perfino dei luoghi fisici. Le case e le città dei sogni non sono quasi mai quelle che conosciamo, lo spaesamento è regola, nei sogni non siamo mai padroni di noi stessi, quasi che le zone profonde dell'io, compresse e negate nella vita cosciente, vogliano ribaltare la situazione in loro favore.

Lo studio di Newsweek, letto in questa chiave, contiene una vera e propria rivalutazione dell'inconscio, attribuendogli (e dunque attribuendo a noi stessi, individuo per individuo) la potestà dell'ultimo viatico, di un auto-saluto riconciliante.
La notizia - se possiamo definirla tale - ci è istintivamente simpatica. Perché l'inconscio e la psicanalisi sono, culturalmente parlando, quasi in disgrazia, l'uno perché sospettato di essere un surrogato "scientista" e dunque immiserito dell'anima, l'altra in quanto disciplina delle pulsioni e non dei Valori, e insomma figlia di un secolo razionalista e misconoscente le categorie spirituali e le verità rivelate.
Di conseguenza i sogni, che nella seconda metà dello scorso secolo parevano finalmente diventati, e non solo per le classi colte, il ricettacolo di preziose rivelazioni sul funzionamento della psiche, essi sono da tempo retrocessi, a furor di popolo e di televisione, al rango precedente di apparizione magica, buona per i numeri al Lotto, per la superstizione, per il penoso traffico di maledizioni e benedizioni da consegnare alle cartomanti.

I sogni come l'oroscopo, i tarocchi e la sfera di cristallo. Troppo complicato interpretare i sogni come segni del linguaggio, pur sempre reale, della psiche profonda, meglio fantasticare su presagi e apparizioni di defunti. Meglio la superstizione della scienza, e non è che uno dei tanti corollari della nuova diffidenza di massa (e di molte "avanguardie" culturali) contro la razionalità.
Ora, a sorpresa, ci vengono a dire che l'inconscio, questo maledetto complicatore degli stati d'animo, perturbatore notturno del comune senso della vita, ingarbugliatore indefesso dell'idea che ci siamo fatti di noi stessi, all'ultimo istante viene finalmente a "spiegarci" qualcosa, ad addolcire anziché amareggiare, a semplificare invece che intrigare, regalandoci finalmente un sogno perfetto, risolutore. Una voce fuori campo che accompagna alla fine con amicizia, e quella voce è la nostra, la stessa voce che in vita ci ha così spesso sviato o accusato, ci ha fatti sentire deboli o insinceri.

Il sogno è una voce di dentro, la più autarchica delle immagini, la più intima e inviolabile delle storie. Non delega ad altri nemmeno il più trascurabile dei dettagli, né il volo (quando si sogna di volare) né la caduta, né la luce né il buio, non la cattiva figura e non la buona. Se Newsweek ha ragione, ritroveremo nell'ultimo sogno le scarpe o le chiavi o l'automobile che dormendo abbiamo sempre sognato di avere smarrito.

Io sogno da una vita di avere dimenticato in una strada di Milano il mio primo motorino Guzzi, che in realtà mi venne rubato. E mi scervello per ricordare a quale palo lo avevo incatenato, più di trenta anni fa, facendomi una gran colpa di tanta distrazione. Nell'ultimo sogno, quello pacificatore, spero dunque che la mia vecchia psiche riottosa si decida infine a rivelarmi dove diavolo lo avevo dimenticato, il mio motorino, e dove i miei quindici anni.
 

La Repubblica, 18 luglio 2005

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15 luglio 2005
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