Metafisica e canzonette

La Sicilia tra vita e sogno nel film d'esordio di Franco Battiato, nelle sale dal 16 maggio

09 maggio 2003
La vita e la morte sono le sole cose reali. Tutto il resto è sogno. Al massimo veglia. E' su questa battuta iniziale che si apre Perduto amor, film d'esordio del 58enne Franco Battiato dietro la macchina da presa (prodotto dalla Warner Bros, sugli schermi dal 16 maggio).

Una riflessione che porta la firma di Manlio Sgalambro, filosofo, coautore della sceneggiatura oltre che personaggio e voce pensante in tutto il film. Ma non bisogna lasciarsi ingannare da queste parole d'"ingresso" alla narrazione: nel film c'è molta vita (e il morire delle cose), ma anche molta trasfigurazione.

Diciamolo subito: rispettando le attese del pubblico che conosce il compositore, Perduto amor non svolge un tema partendo da un'idea rigida, non racconta una storia chiusa, definitiva, razionale e sequenziale, ma sperimenta la possibilità di farlo, introduce, suggerisce il narrabile. Proprio come nella sua musica, Battiato intreccia linguaggi e suoni, fotografie e visioni, ordinario e extraordinario, alto e basso, e appunto il miscuglio di vita e sogno. Ma non ci si aspetti l'onirico o un rumore confuso: tutto quello che accade è dentro una cornice narrativa semplice e lineare, tutto è guardato con lucidità, concentrazione, sapienza filologica. Insomma, con quella passione metafisica che di Battiato è la cifra.

Ma veniamo alla storia. Idealmente diviso in tre parti, il film racconta dell'educazione di Ettore, un bambino di 8-9 anni appassionato di musica. L'epoca, tra la metà degli anni '50 e la metà degli anni '60, lo sfondo quello di una Sicilia borghese, solare, dominata dal femminile, dal lavoro sordo e potente delle donne. La cronologia, scandita dalle epoche sanremesi e dai refrain delle canzoni di successo, parte dall'edizione del festival del 1955 all'autunno-inverno dello stesso anno. Un'eco musicale accompagna il percorso educativo del ragazzo, che si nutre della saggezza concreta dell'universo femminile che lo circonda e degli insegnamenti del suo mentore, un colto aristocratico del paese.

Le suggestioni e la protezione familiare e culturale permettono a Ettore, quando raggiunge i vent'anni, in pieno boom economico - la modernità entra con un giradischi che si sostuisce alla chitarra suonata in una festa casalinga - di seguire la sua strada e le sue passioni. Musica, e filosofia. Per questo, e siamo nella terza parte del film, Ettore lascia la Sicilia, terra di nutrimento spirituale ma arida di possibilità concrete, per andare a Milano. Scopre una città piena di fermenti, si avvicina a esperienze esoteriche, conosce le filosofie alternative e orientali, la seduzione del tantra e la profondità della meditazione. Inizia lo sperimentalismo dei Settanta, si annusa l'aria della trasgressione e della contestazione sullo sfondo. Cambia idea: diventerà scrittore, e facilmente. Per tornare in visita a casa, richiamato dalla battuta finale, ancora del professor Sgalambro seduto al tavolino di un bar in una piazza assolata: "La Sicilia esercita un diritto di appartenenza. Per favore, una granita alla mandorla".

Fonte: Repubblica.it
di ALESSANDRA RETICO

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09 maggio 2003

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