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Se denunciare il ''pizzo'' diventasse un obbligo...

Il clima a Palermo è cambiato ma c'è ancora molto da fare. Ci vuole più coraggio

02 settembre 2008

Sabato scorso a Palermo, in via Vittorio Alfieri, per commemorare Libero Grassi, nel giorno del suo omicidio, avvenuto diciassette anni fa, c'erano anche i commercianti e gli imprenditori che hanno denunciato negli ultimi mesi i propri estortori, accanto ai rappresentanti delle associazioni che hanno varato il codice etico antimafia.
"Sono il segnale di un sogno che poco a poco si avvera", ha detto Pina Maisano, vedova di quell'uomo che, da solo, "per l'omertà dell'associazione degli industriali, l'indifferenza dei partiti, l'assenza dello Stato", morì sotto i colpi della mafia perché voleva rimanere come il suo nome: Libero.

Tano Grasso, presidente onorario della federazione antiracket ha detto: "E' commovente vedere sfilare i dirigenti delle associazioni dei commercianti e degli industriali, però il loro lavoro è in fase iniziale. Devono convincere i loro iscritti a denunciare". Rodolfo Guajana, che ha visto andare in fumo la sua attività perché di pagare il pizzo proprio non ne ha voluto sapere, ha ribadito: "C'è ancora molto da fare. Ci vuole più coraggio".
Accanto a Guajana, Vincenzo Conticello, un altro dei simboli dell'ultima stagione di denunce. Negli ultimi mesi, dopo la scoperta del libro mastro dei Lo Piccolo, il loro gesto è stato emulato da 18 commercianti. Ma altri ventidue hanno preferito il silenzio, e sono adesso indagati per favoreggiamento.

"Il governo si sta muovendo affinché la denuncia delle estorsioni diventi un obbligo", ha detto Giosuè Marino, commissario nazionale antiracket. "Le associazioni stanno lavorando bene, le denunce sono in misura significativa. Si respira un nuovo clima di fiducia, sarà la base per un percorso di lavoro". L'ex presidente della commissione antimafia, Giuseppe Lumia, auspica un dibattito ampio sul percorso da fare, "soprattutto sull'obbligatorietà della denuncia, non solo per gli imprenditori che si occupano di appalti, ma anche per i commercianti, perché bisogna prevedere non strumenti vessatori ma di sostegno a chi si trova sotto ricatto del pizzo".
Il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso ha aggiunto altro nell'elenco delle incompiute dell'antimafia: "L'impegno della politica non è ancora completo, ritengo che oggi una parte del voto non sia libero. Una cosa è avere il consenso un'altra, poi, è mettere in campo tutte quante le forze e le risorse per contrastare efficacemente il fenomeno. Questo le istituzioni di qualunque tipo e colore lo devono fare e molte lo fanno".

Il tema racket è ormai una priorità per gli operatori economici siciliani. Lo dice una ricerca promossa da Camera di Commercio, Confesercenti e dalla cooperativa Solidaria. Secondo le rilevazioni condotte dall'Università, il racket è il problema principale per 605 imprenditori. Seguono i furti e la corruzione nella pubblica amministrazione. Gli organizzatori avevano inviato il questionario a 77.781 operatori economici, solo in 1.057 hanno risposto. "Lo ritengo un ottimo risultato - dice Roberto Helg, che la scorsa settimana ha presentato la ricerca - è segno che c'è voglia di collaborazione".

[Informazioni tratte da Repubblica/Palermo.it]

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02 settembre 2008
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