Il Giorno del Serpotta

Per i 25 anni dell'assessorato regionale dei Beni Culturali, riapre a Palermo l'itinerario degli stucchi di Serpotta

04 dicembre 2003
Per celebrare i 25 anni di autonomia operativa dell' assessorato regionale dei Beni Culturali, tocca oggi, 4 dicembre, ad un'altro evento prestigioso. Riapre al pubblico l'ammaliante itinerario palermitano, degli stucchi di Giacomo e Procopio Serpotta, capaci di fare sfavillare i loro manufatti con il bianco totale, reso brillante col tipico procedimento della ''allustratura''.
E' la cronaca di un restauro, in alcuni casi già concluso, in altri ancora da definire, localizzato in dieci siti.
L'inaugurazione partirà dall'Oratorio dei Bianchi, capofila di altre fabbriche storiche: San Lorenzo, Rosario in Santa Cita, Rosario in San Domenico, San Mercurio, Carminello, Immacolatella. Nel circuito anche le chiese del Carmine Maggiore, dei Tre Re e dell'Assunta.
In questo contesto il comune di Palermo ha organizzato nei luoghi serpottiani i ''teatrini barocchi'', con un programma di arte, musica e spettacolo

Ritratto biografico
Le poche notizie riguardanti la nascita e la giovinezza dell'artista, rimandano ad una situazione economica e familiare disagiata. Nato nel popoloso quartiere della Kalsa nel 1756, da Gaspare, scultore anch'egli e il primo ad instradarlo alla tecnica dello stucco, rimane orfano a 14 anni, a causa della morte prematura del padre, condannato alle galere nel 1668 e ivi morto da forzato. La madre è allora costretta a vendere ogni bene per sfamare la famiglia, ma il mestiere inculcato da Gaspare almeno a due dei numerosi figli, Giacomo e Giuseppe, darà presto i suoi frutti.
Il primo incarico di un certo prestigio ricevuto dai due, allora in collaborazione professionale, risale al 1683 e riguarda la decorazione di due cappelle della chiesa del Carmine maggiore. Per fonti certe si sa comunque che Giacomo lavorò nel 1667 per la chiesa di Santa Maria dell'Itria a Monreale dove il suo intervento, in verità ancora debole e qualitativamente basso, prefigura i suoi futuri virtuosismi solo in piccoli dettagli. Il segno della evoluzione artistica del Serpotta andrebbe rintracciato in un intervento del 1678 per l'oratorio di San Mercurio. E' bene ricordare in tal senso, quanto la congregazioni laiche e religiose abbiano favorito se non decisivamente influenzato l'evoluzione artistica dell'artista.
La tipologia estremamente semplice delle aule assembleari di tali istituti, sempre più numerosi e facoltosi, bene si prestava infatti con le sue lisce e semplici pareti all'estrosità e alla fantasia dell'artista.

Gli oratori decorati a Palermo da Serpotta, rimasti intatti nel corso del tempo, costituiscono l'esempio più alto della produzione artistica del Serpotta: L'oratorio di San Lorenzo, decorato tra il 1699 e il 1706 con storie dei SS. Lorenzo e Francesco, entro nicchie prospettiche, dette teatrini, alternate a statue allegoriche; l'oratorio del Rosario in San Domenico, che ricevette la decorazione plastica tra il 1710 e il 1717; l'oratorio del Rosario in Santa Cita, tra gli anni 1686-1718, con la famosa scultura sulla parete dell'ingresso con i misteri del Rosario e la scena della battaglia di Lepanto. Al 1680 è datato inoltre l'impegnativo incarico per la statua equestre di Carlo II a Messina, oggi non più esistente.
Al 1711-20 é datato invece l'intervento in Sant’Agostino, l'impresa più monumentale e difficile della sua carriera, per via delle dimensioni della chiesa come ricorda l'esperto d'arte Donald Garstang, che su Serpotta e gli stuccatori di Palermo ha scritto un libro edito da Sellerio.
Intorno al 1723 sono datate le statue allegoriche della basilica di San Francesco, mentre al 1729 è datato l'ultimo intervento dell'artista a Palermo, ovvero la decorazione plastica del presbiterio della chiesa di San Matteo, sede della Congregazione del Miseremini, di cui Serpotta faceva parte; decorazioni di cui rimangono soltanto due statue.
Giacomo Serpotta muore il 27 febbraio del 1732 dopo aver completato la decorazione dell'oratorio di San Francesco di Paola (distrutto nel 1942) e il suo corpo verrà tumulato per disposizione testamentaria nella chiesa di San Matteo al Cassaro. La sue eredità artistica verrà quindi trasferita, se pur con minor intuito e ispirazione, al figlio Procopio e da questi al figlio Giovan Maria, figura decisamente minore ma che testimonia dell'attività di questa famiglia di artigiani-artisti fino alla prima metà del secolo XIX.
 
La tecnica dello stucco e lo stile
L'arte scultorea di Giacomo Serpotta si fonda essenzialmente sulla tecnica dello stucco, una miscela di grassello di calce e gesso, utilizzata a Palermo fino alla seconda metà del Seicento per decorare parti minori di altari e cappelle e i riquadri a rilievo delle volte. Il vero e proprio stucco che dà forma ad un ornamento, volto e movimento ad una figura è un sottile strato rapidamente plasmato su una massa di materiale costituita da armature di legno e fili metallici, il tutto tenuto insieme da calce e sabbia. Il sottile strato di stucco si asciuga dopo essere stato applicato e modellato e se le proporzioni dell'armatura non sono state ben calcolate, la scultura è rovinata. La difficoltà di questa tecnica, accentuata dalla veloce essiccazione dell'impasto, che non lasciava margini di errore all'esecutore, e la assoluta padronanza di essa da parte del Serpotta rendono ancora più evidenti la maestria dell'artista.
Egli apportò per di più a questa espressione scultorea una fondamentale innovazione, consistente nella cosiddetta "allustratura", cioè uno strato finale di grassello e polvere di marmo atta a dare più lucentezza e candore alle sculture. Gli stucchi degli oratori di Serpotta sembrano arrampicarsi sulle pareti sopra sotto e tra le finestre e sono profusi sulla parete d'ingresso creando per chi guarda uno spettacolo drammatico e intimo, che è al contempo vicino e lontano, reale e fantastico, come fosse un sogno. Questa maniera di organizzare spazio, immagine e forma, suggerita dall'estrema semplicità dell'ambiente da decorare e dalle fonti di luce, è una novità del tutto inedita per Palermo, anche se fonda le proprie radici culturali, come scrive Giulio Carlo Argan nella decorazione rampicante e invadente delle abilissime maestranze di marmisti e stuccatori che ricoprirono per tutto il Seicento le strutture, non sempre ben articolate, di un barocco sonoro ma provinciale.
Per ciò che concerne i riferimenti culturali, in Serpotta è facile intuire reminescenze berniniane e del barocco romano in generale, che l'artista avrebbe assorbito attraverso le numerose incisioni circolanti in Sicilia.
L'adesione all'arte barocca è in tal senso totale nell'artista che ripropone nelle sue opere i temi fondamentali: abbandono del rigore classicista nella strutturazione dei rapporti struttura e decorazione, organizzati non più in base a regole geometriche e armoniche di ascendenza vitruviana ma sulla scorta di intuizioni interiori, neganti talvolta le regole statiche e figurative della natura. In tal senso i favolosi e irreali panneggi serpottiani, retti in volo da putti alati, distribuiti senza apparente ordine su pareti di oratori e chiese, rendono conto di tali ispirazioni, che si coniugano brillantemente in uno stesso partito decorativo, con figure di classica sobrietà, le statue allegoriche che forniscono nel loro ieratico sebbene serpentinato profilo, la giusta pausa nel programma narrativo. Non bisogna dimenticare infatti la profonda conoscenza e ammirazione dell'artista per le opere classiche che in Gagini e nella sua scuola avevano i più alti riferimenti nella capitale di Sicilia.

La firma di Serpotta
In molte opere l'artista lasciò il segno del suo intervento servendosi di uno strumento tanto amato nella sua poetica scultorea, cioè l'allegoria: basandosi sul principio quindi della trasfigurazione di idee e concetti in forme plastiche, l'artista gioca con il suo nome Serpotta, concretizzando l'idioma dialettale "Sirpuzza", che in Sicilia identifica la lucertola e non il serpente, in una lucertolina, quale si può osservare plasticamente riprodotta ad esempio nel piedistallo dell'Allegoria della Fortezza nell'oratorio del rosario in S.Domenico, nel peduccio della statua della beata Caterina nella chiesa di S.Agostino. La lucertola non è comunque la sola firma dell'artista. E' infatti possibile rintracciare nella conchiglia, riprodotta ad esempio sugli abiti di un fanciullo del gruppo di Ospitalità nell'Oratorio di S.Lorenzo a Palermo, l'attributo di S.Giacomo, e quindi dell'artista Giacomo. Sempre nella chiesa di S.Agostino, sulla figura di un angelo sulla destra dell'ingresso è possibile infine scorgere l'unica firma autografa che si conosca dell'artista.

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04 dicembre 2003

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