In memoria dell'autore di Horcynus Orca

Dieci anni fa moriva Stefano D'Arrigo, uno dei più onesti scrittori del '900

02 maggio 2002
Ricorre oggi il decimo anniversario della scomparsa dell'autore di "Horcynus Orca", Stefano D'Arrigo.

Creatore di un caposaldo della letteratura contemporanea, D'Arrigo rischia, come purtroppo tanti scrittori "scomodi", di finire nel pozzo delle dimenticanze.

Horcynus Orca, con il suo ambizioso sperimentalismo, e l'epicità morale, fece paura a quelli che capirono la chiaroveggenza permeante nelle 1250 pagine che dichiaravano la crisi di una società che osannava le false conquiste, e oscurava la viscida torbidezza del reale.  

Le potenti immagini visionarie avevano scandalizzato l'intellighenzia ufficiale, che non poteva accettare quella sconfitta della ragione, né aveva il coraggio di solcare quel mare sozzo pieno di bestie immonde, che ancora oggi predano disgustose, compiacendosi della loro crudeltà.

Scomoda e oscena l'Orcinusa Orca che chiaramente, e senza paure, alludeva ai fetori della palude letteraria che adesso è cloaca di normale amministrazione.
Il crudo pessimismo, fu detto esagerato, dagl'intellettuali che ancora ora, cinicamente ostentano indifferenza verso l'importanza di un autore, che come il protagonista del proprio libro ('Ndrja) muore rimanendo  fedele ad un mondo di valori fagocitato dalla volgarità e dal mercato.

Stefano D'Arrigo aveva accettato il silenzio che da ogni parte lo circondava anche quando uscì nell'85 "Cima delle nobildonne" di cui molto si disse e poco si considerò - così come era accaduto al suo libro di esordio "Codice Siciliano" pubblicato da Scheiwiller nel '57 - anche se la silloge poetica aveva vinto il premio Crotone.

Il presidente di quel premio era però Giacomo Debenedetti, uno degli estimatori più autorevoli dello scrittore insieme a Luciano Anceschi, Carlo Bo, Eugenio Montale, Vittorio Sereni, Elio Vittorini e Cesare Zavattini.

Come ha scritto Piero Longo su La Repubblica, il peccato più grande di D'Arrigo è stato l'aver scritto un romanzo nel quale impegno civile e creatività si legano indissolubilmente, fino a divenire specchio della condizione umana; peccato che si fa scontare ancora al grande siciliano nato ad Alì Marina (in provincia di Messina) nel 1919 e morto a Roma dieci anni fa.

Provoca ancora disagio il nome di Stefano D'Arrigo ai critici e agli intellettuali, prova che l'intraducibile respiro dell'Orca è più che una metafora e che con essa la partita è sempre aperta. 

Noi vivamente Vi consigliamo la lettura di questo grande autore, prestigio non solo della Sicilia, ma di tutta l'Italia delle Lettere.

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02 maggio 2002

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