Il mio cuore a Pantelleria

Itinerario nel cuore verde dell'isola dei capperi e del passito, sospesi tra storia e tempo

12 luglio 2017
Il mio cuore a Pantelleria

Hiranim per i fenici, Bent el Rhia, isola del vento, per gli arabi. Pantelleria ha cambiato denominazioni, oltre ai dominanti, per diverse volte nella sua lunga storia di crocevia del Mediterraneo. Per i romani fu Cossyra, la piccola; Polibio la racconta come luogo di esilio per grossi personaggi della nobiltà romana e le vecchie case contadine dell'isola vengono tuttora chiamate dammusi, eredità silenziosa delle domus romane.
Lontananza ed esilio convivono con le frettolose nuvole in viaggio sopra l'isola centro geometrico del Canale di Sicilia, a 70 chilometri da capo Mustafà in Tunisia, che conserva tuttora vive le tracce della storia che l'ha attraversata. L'archeologo Paolo Orsi, a cui è oggi intitolato il Museo Archeologico siracusano, trascorse gli ultimi mesi del 1894 per raccogliere la più completa rassegna di dati sul misterioso popolo neolitico di Pantelleria che disseminò l'isola di nere cupole vulcaniche.

Sese grande (o "Sese del Re")

Sono i cosiddetti "sesi", monumenti preistorici, probabilmente adoperate come tombe e luoghi di divinazione, che sorgono tra capo Fram e Marina degli Scuvacchi. Macine puniche, avelli scavati nella roccia vitrea, cisterne antichissime e sepolcri che l'archeologia ufficiale non ha neppure identificato: sono incontri che si susseguono camminando lontano dalla vita delle coste, nelle contrade più interne, tra capperi e macchia mediterranea. Dove le colture si fermano, flora spontanea ed endemismi ritornano padroni: eriche giganti, ginepri, corbezzoli, ginestre e mirti formano quella che è, per molti naturalisti, una delle macchie mediterranee meglio conservate.
Sugli 83 chilometri quadrati che formano l'isola vigila, assediato da pini d'Aleppo e lecci, la Montagna Grande: 836 metri di nera lava vulcanica, ciò che rimane della originaria caldera. L'estate ingiallisce lo spettacolo, ma la salita alla Montagna Grande è un percorso unico in primavera quando eriche, mirti, e rosmarino fioriscono e pennuti migratori arrivano per riposarsi, tra un oceano e l'altro. Fenicotteri, folaghe, svassi che popolano gli anfratti vulcanici più lontani dalle coste insieme alle upupe e alle poiane fanno infatti di Pantelleria un vero paradiso per i birdwatcher.
Per scoprire i sesi persi nella macchia e il passaggio timido degli uccelli migratori, quello dei passi è certamente il ritmo migliore.

Un tipico dammuso pantesco

E a passi lenti si deve vivere la straordinaria esperienza della salita alla Montagna Grande. Partendo da Ruchìa, poco distante dall'aeroporto e tra gli appezzamenti di viti basse, ci si inerpica verso la contrada di San Vito prima e Cufurà poi. Salendo si susseguono dammusi, alcuni con cortili fioriti e pendolini (pomodorini) a seccare sulle pertiche, altri semi abbandonati nella bruna arsura vulcanica. Incontriamo sul cammino le prime case di Sibà e la piccola chiesetta bianca della Madonna del Rosario: inizia ora la salita vera e propria che si inerpica, tra pini e vecchi crateri, fino agli 830 metri della Montagna Grande: sotto un orizzonte sconfinato a confondere cielo e mare.

La Montagna Grande

L'isola, in basso, appare terrazzata da decenni di lavoro contadino che ha tentato di rubare alla terra nerastra almeno il sostentamento. A racchiudere le terrazze un mare blu come pochi, a ricordarci l'altra anima di Pantelleria, quella marinara. Per l'itinerario alla Montagna Grande occorrono circa quattro ore ed è consigliabile evitare le ore più calde della giornata.
Finita la "scalata" e tornati dabbasso, il migliore ristoro in una delle trattorie dell'isola dove, oltre al pesce sempre fresco, non mancate di assaggiare i piatti tipici: il pesto pantesco, i ravioli amari di menta e ricotta e i cus-cus di pesce e verdure, a ricordarci le molte influenze arabe. A fine pranzo il passito dolce da uva zibibbo è d'obbligo.

La costa tunisina vista da Pantelleria al tramonto

Fateci almeno una piccola vacanza e, se l'amerete come chi scrive (e non ho dubbi su ciò), sono sicuro ci tornerete anche d'inverno...
A Pantelleria, grazie alla sua posizione nel cuore del Mediterraneo a poca distanza dall'Africa, il clima non è mai troppo rigido, e la sua conformazione vulcanica consente di fare il bagno in alcune pozze di acqua bollente anche nei mesi più freddi.
Non lontano dal paesino di Pantelleria si trova lo Specchio di Venere, un bacino lacustre in cui, secondo la mitologia, si specchiava la bella dea greca. Il lago è ricco di sorgenti termali con una temperatura variabile tra i 40 e i 50 gradi, dove è possibile immergersi e stare a mollo nei fanghi terapeutici.
Nella zona di Nicà invece, nei pressi di un'antichissima cava di ossidiana, le sorgenti arrivano quasi a 100 gradi. A Punta Gadir, sulla costa nord, ci sono le Caldarelle, piccole vasche scavate nella roccia: la loro acqua dolce, ricca di sali minerali, viene utilizzata fin dall'antichità per curare artrosi e reumatismi. Nell'interno infine esistono delle grotte sature di vapori bollenti utilizzabili per vere e proprie saune, le buvire.

Geoffrey D'Aiello

Condividi, commenta, parla ai tuoi amici.

12 luglio 2017

Ti potrebbero interessare anche

Registra la tua azienda su Guidasicilia
Registra la tua azienda su Guidasicilia
Registra la tua azienda su Guidasicilia
Registra la tua azienda su Guidasicilia