Da Vigàta a Montelusa

Viaggio reale nei luoghi in cui vive Montalbano, il commissario più amato dagli italiani

27 dicembre 2016
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Dove, se non nella Sicilia sudoccidentale e greco-araba, il romanzo giallo poteva racchiudere in un cerchio così perfetto antiche ascendenze - la tragedia greca - e nuove tendenze - l'ansia estrema di mediterraneità?
Dove, se non in questa fetta di Sicilia tagliata tra Gela e Sciacca, potevano trovar casa Andrea Camilleri e Salvo Montalbano? Lo scrittore e il commissario di polizia più amati dagli italiani?

Come ogni meridionale dannato e beato all'esilio volontario, prima che come scrittore da decenni trasferito a Roma, Andrea Camilleri distilla una Sicilia depurata da eccessi di contemporaneità, filtrata attraverso memorie e sensazioni di gioventù, frequentata e vissuta per interposta persona (nella fattispecie il commissario Salvo Montalbano). Una Sicilia di persone e gente, più che di fatti e posti. Montalbano indaga in pianerottoli di condomini anonimi, tra effluvi di pasta e broccoli e sarde a beccafico; interroga pensionati in vestaglia e ragionieri in pantofole che di cognome magari fanno Lapecora; non s'illanguidisce curvo su doppi whisky in bar desolati come in un quadro di Hopper, ma si esalta in trattoria, davanti a un piatto di triglie fritte; persino i delitti su cui deve far luce, per quanto efferati, s'ingentiliscono in "ammazzatine". Un po' come nei libri del commissario francese Sanantonio, Camilleri insaporisce un genere letterario codificato dalle mode con una lingua tutta sua, l'inedito patois italo-siculo che trova nell'ineffabile Catarella il suo sgangheratissimo Ariosto.

Gli autori del Nuovo Giallo Mediterraneo hanno promosso la città a protagonista, al pari dei suoi delinquenti e dei suoi desolati giustizieri. Ne hanno descritto con minuzia strade e quartieri, umori e atmosfere. I lettori di Izzo o Montalbán possono sovrapporre le pagine dei loro libri alle piante delle loro città, e trovarvi perfetta corrispondenza.
Con Camilleri il gioco è impossibile: invano vi affannereste coll'indice sulle cartine a cercare Vigàta, provincia di Montelusa, tra Fela e Fiacca. Nei suoi romanzi i luoghi trasfigurano in geografie fantastiche, i toponimi si aggrovigliano in cartografie immaginarie. Eppure Vigàta è più vera del vero. Esiste.
Decreto di re Ferdinando II di Borbone: "A contare dal 1° gennaio 1853 la Borgata del Molo di Girgenti sarà separata dall'Amministrazione Comunale di quella città e formerà un Comune distinto con Amministrazione propria e indipendente". È l'estratto dell'atto di nascita di Porto Empedocle, provincia di Girgenti (l'Akràgas greca, l'odierna Agrigento). Ce lo rammenta Camilleri stesso in Biografia del figlio cambiato, romanzo "in quadri" della vita di Luigi Pirandello, altro celebre empedoclino in un fazzoletto di terra fertilizzato dalla letteratura, considerando che la Racalmuto di Sciascia è a pochi chilometri verso nord.
Porto Empedocle - allora una manciata di case arroccate tra il mare di zolfo e la collina di Girgenti - aveva trovato nome, per regio decreto; glielo toglieranno i suoi figli più illustri, che la ricorderanno con un altro non suo. Pirandello la ribattezza Nisia, o Vignetta, o la Marina. Diventerà Vigàta, la città del commissario Montalbano.

Le tappe del nostro itinerario

TappaA Porto Empedocle / Vigàta

Porto Empedocle, oggi. Un paesone grasso e arrotolato tra costa e colline, che corre ad abbracciare Agrigento in una fuga interrotta dai templi che tremolano e svaporano nella calura, tra costoni di marna bianchissima calcinata dal sole e sfarinata dal vento, lungo il mare azzurro stritolato dai moli del porto che lo fanno sfuriare su spiaggette rosicchiate dalle onde. Scomparsi i carri carichi di zolfo a fare spola tra la stazione ferroviaria e i mercantili all'ancora, i depositi di minerale sulla spiaggia, gli scaricatori gialli di polvere, come li descrisse, forse per l'ultima volta, Pirandello. Oggi sulle banchine bivaccano i turisti in partenza per Linosa e Lampedusa, magari con l'ultimo Montalbano chiuso nello zaino, sullo sfondo da archeologia industriale della Montedison in abbandono. E nella centralissima via Roma consumata dallo struscio serale, dove si passeggia guardati a vista da gente che sui marciapiedi s'impigrisce a cavallo di una sedia esercitando l'antica arte della "taliata" - sguardo straboccante di parole che brilla solo in occhi siciliani -, è difficile ritrovare anche la Vigàta del commissario, drammaticamente urbana, vibrante di intrighi metropolitani, profumata di seducenti "fimmine svidisi".

C'è qualche indizio culinario, come il ristorante San Calogero, dove Montalbano affoga le amarezze della vita e della professione nel sughetto di tenerissimi "purpitieddri"; qualche segnale glottologico, come un passo carrabile che perentoriamente invita a "lasciare libero lo scarrozzo", rammentandoci che siamo nella città di Catarella; e qualche testimonianza sussurrata a mezza voce, come il ricordo della strage di dieci anni fa (superstite anche Camilleri, ignaro avventore del caffè Albanese), apogeo della guerra sotterranea tra vecchia mafia e nuova, feroce "stidda" agrigentina. Eccola, la Sicilia di Montalbano: non quella a misura d'audience degli sceneggiati televisivi, tutta monumenti barocchi e cartoline scelte qua e là, ma quella educata e selvaggia, civile e barbara, bellissima e sfregiata da unghiate di cemento armato. La Sicilia del Caos.
"Io sono figlio del Caos", scrisse Pirandello, alludendo - ma non solo - alla contrada Càvusu, dove si trova la sua casa natale, che un impiegato dell'anagrafe traslitterò in Caos, con precisione etimologica chissà quanto consapevole, dal momento che Càvusu era "la corruzione dialettale del genuino e antico vocabolo greco Xos".

TappaVerso Agrigento / Montelusa

Appena fuori Vigàta, sulla provinciale per Fela (torniamo alla nostra toponimia parallela), Villa Caos si acquatta in un lembo di campagna arsa e segaligna. Una cancellata ne sbarra l'ingresso circondato da un enorme parcheggio deserto, l'interno non è visitabile. Sul retro, il pino sotto il quale sono interrate le ceneri dello scrittore (tornate in Sicilia nel vaso greco ora esposto al Museo Archeologico d'Agrigento) sembra il monumento di uno scultore contemporaneo, scheletrico, astratto, ucciso da un fulmine maligno. Spingendosi sull'orlo del dirupo, vengono i brividi: la costa fugge verso San Leone, litorale prediletto degli agrigentini, per poi risollevarsi in altopiani coperti di campagna, giù giù fino a Gela; in basso la spiaggia del Caos, smunta riga di sabbia lungo la falesia candida e strapiombante, disegna un burrone sul mare di cobalto, come a Ponza o a Salina; dall'altro lato, in posa da sfinge sulla sua acropoli, fumosa dietro le quinte di grattacieli e tangenziali del furore edilizio, sta Agrigento (Montelusa, la chiamò proprio Pirandello). E alla prima sera, quando la via Atenea che traversa la vecchia Girgenti si offre al passeggio, si illuminano i templi a valle, appesi al buio come diamanti nella notte. Monumenti che "un popolo divino elevò ai suoi dei umani", disse Maupassant.

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