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La tribù di Bani Walid non si arrende

Fallito il negoziato per l'ingresso pacifico dei ribelli nella roccaforte del raìs: "A questo punto l'attacco è inevitabile"

05 settembre 2011

Bani Walid, una delle ultime quattro roccheforti rimaste in mano a Gheddafi (le altre sono Jufra, Sabha e Sirte), è stata assediata dai ribelli libici. I combattenti leali al Rais, tuttavia, non si sono arresi. Le trattative per la resa pacifica sono andate avanti per tutta la giornata di domenica, ma si sono concluse in serata, con un nulla di fatto. A far saltare l'accordo, secondo il capo-negoziatore dei ribelli Abdullah Kenshil, la pretesa dei lealisti di lasciare la città con le armi e che "i ribelli entrassero a Bani Walid senza le loro". Una condizione negata perché, per il negoziatore, questo avrebbe fornito l'occasione per un agguato. Nel pomeriggio, invece, la stazione radio dei ribelli Libya Hurra ("Libia libera"), ascoltata da un inviato dell'Ansa, aveva diffuso la notizia che la città si era arresa e che gli insorti l'avevano occupata senza spargimento di sangue.
Dunque, la trattiva con i capi della tribù Warfalla "è fallita e non riprenderà più". A questo punto - fanno capire i ribelli - l'attacco è inevitabile. "Sto lasciando al comandante militare la gestione del problema", ha risposto Kenshil alla domanda se ora sarà lanciato l'assalto alla città.

Nei giorni scorsi si era detto che proprio a Bani Walid avevano trovato rifugio Gheddafi e alcuni suoi familiari. Ma secondo il Guardian, tre dei figli - Mutassim, Saadi e Saif al Islam - avrebbero lasciato la città l'altro ieri. E anche dello stesso raìs non ci sarebbe più traccia. Anche se uno dei capi militari degli insorti, Abdul Hakim Belhaj, ha detto ad Al Jazira: "Sappiamo dov'è, l'abbiamo individuato". Senza aggiungere altri particolari. In questa confusione di voci rispunta anche il nome di Khamis, il figlio del colonnello già dato per morto molte volte e sempre riapparso. Il suo corpo, secondo la Bbc, sarebbe stato sepolto proprio a Bani Walid.
Nella stessa giornata di domenica, i ribelli hanno catturato Mohamed Ahmed El-Mshai, militare del regime di Gheddafi, responsabile dei checkpoint di Tripoli. L'uomo è stato preso dagli insorti nei dintorni della capitale libica. "È un assassino, ha mandato in prigione migliaia di persone molte delle quali sono state poi torturate", afferma il capo degli insorti provenienti da Zintan e autori della cattura.

Sul fronte dei centri ancora fedeli al raìs, continua l'assedio dei ribelli a Sirte - la città natale di Gheddafi - ma qui l'ultimatum scadrà solo sabato, come annunciato dal presidente del Consiglio nazionale di transizione, Mustafa Abdel Jalil. Centinaia di uomini armati, a bordo di pickup, sono in marcia sulla superstrada che collega Tripoli a Misurata proprio per lanciare l'attacco finale contro l'ultima città-simbolo del regime.
Dal Cnt libico, intanto, arriva un nuovo stop al tribunale penale internazionale. "Gheddafi dovrebbe essere processato in patria", ha detto Guma al-Gamaty, coordinatore del Cnt a Londra. "La Corte dell'Aja - ha aggiunto - può giudicare Gheddafi solo per i crimini commessi negli ultimi sei mesi", ossia, da quando è iniziata la rivoluzione. "Il rais però - ha ricordato il coordinatore - è responsabile di un orrendo elenco di crimini commessi durante i 42 anni in cui è stato al potere, dei quali dovrà rispondere davanti ai giudici del suo Paese".
Il tribunale penale internazionale, lo ricordiamo, ha emesso un mandato d'arresto a fine giugno per il colonnello, per suo figlio Saif al-Islam Gheddafi e per il capo dei servizi segreti Abdallah al Sanussi.

"La Cina offrì armi a Gheddafi" - Nei mesi finali del regime di Gheddafi la Cina avrebbe offerto di vendere grossi quantitativi di armi ai lealisti libici. A provarlo è un documento scritto su carta intestata di un dipartimento governativo libico, ritrovato in mezzo ai rifiuti vicino alle abitazioni dei militari nel compound di Bab al Aziziya. Il documento, di cui dà notizia il quotidiano canadese The Globe and Mail che ha potuto consultarlo, mostra che alla fine del luglio scorso tre aziende cinesi produttrici di armi, controllate dallo Stato, erano pronte a vendere armi e munizioni per un valore pari a 200 milioni di dollari, in violazione delle sanzioni imposte dall'Onu.
Il documento riporta di un viaggio, lo scorso 16 luglio, di alcuni ufficiali del regime a Pechino, dove avrebbero avuto incontri con la China North Industries Corp. (Norinco), la China National Precision Machinery Import & Export Corp. (Cpmic), la China XinXing Import & Export Corp. Le aziende cinesi avrebbero suggerito la possibilità di effettuare la spedizione attraverso l'Algeria o il Sudafrica. "E' quasi certo che queste armi sono arrivate e sono state usate contro il nostro popolo", afferma Omar Hariri, uno dei responsabili militari del Consiglio nazionale di transizione libico. Secondo Hariri, che ha esaminato il documento, le informazioni in esso contenute spiegherebbero la presenza di armi nuove di zecca ritrovate dai suoi soldati sul campo di battaglia. Per alcuni esponenti del Cnt, il documento rafforza i sospetti sull'atteggiamento tenuto da Cina, Algeria e Sud Africa. Questi Paesi, sottolinea il quotidiano canadese, potrebbero ora trovarsi in svantaggio quando si tratterà di siglare contratti con imprese straniere per la ricostruzione della Libia.

"Italia manterrà il suo primo posto" nella produzione del petrolio - In Libia nella produzione di petrolio "l'Italia manterrà il suo primo posto: ce l'aveva e ce l'avremo". Lo ha affermato a Cernobbio il ministro degli Esteri Franco Frattini. "Abbiamo confermato gli impegni - ha continuato Frattini - per ottobre saremo in grado di far ripartire la produzione, quella che era sotto il controllo dell'Eni". "Vediamo - ha proseguito - che altri Paesi come la Russia si preoccupano di confermare i loro contratti petroliferi. Ne prendo atto e non ci trovo niente di strano. Quel che occorre è che l'Italia rimanga, come è sempre stata, il primo partner della Libia".
Quanto al colonnello Muhammar Gheddafi "non ci sono novità", ha affermato il ministro confermando che l'ex leader della Jamahiriya non è stato catturato né dalle forze del consiglio nazionale di transizione né dai corpi speciali delle potenze occidentali. "Sono fiducioso nel fatto che tutti i rimanenti lealisti" in Libia "defezioneranno e ridaranno il Paese indietro a chi l'ha liberato", ha aggiunto il titolare della Farnesina sottolineando: occorre "assolutamente prevenire ed evitare" una "afghanizzazione" della situazione in Libia.

[Informazioni tratte da Adnkronos/Ing, ANSA, Repubblica.it, Corriere.it]

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05 settembre 2011
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