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Non vi è crudeltà nelle esecuzioni per iniezione letale

Per la Corte Suprema degli Stati Uniti d'America le esecuzioni capitali possono riprendere

18 aprile 2008

La Corte suprema degli Stati Uniti a grandissima maggioranza ha confermato l'uso delle iniezioni letali per le esecuzioni, bocciando il ricorso contro il cocktail di tre farmaci (un barbiturico che rende il condannato incosciente, una sostanza che rilassa i muscoli e paralizza il diaframma, un'ultima che provoca l'arresto cardiaco) utilizzato nella maggior parte delle esecuzioni negli ultimi 30 anni.
Insomma, la pena capitale inflitta per iniezione letale non violano la Costituzione, e con sette voti contro due, l'Alta corte ha respinto il ricorso presentato da due detenuti nel braccio della morte in Kentucky, secondo i quali il metodo viola il divieto costituzionale di pene crudeli e inusuali che infliggano inutilmente sofferenza e dolore. Il ricorso, secondo i giudici, non è riuscito a dimostrare tale assunto.

Coloro che si oppongono alla pena di morte sostengono che il condannato può avvertire un dolore lancinante senza essere in grado di urlare se riceve una dose troppo piccola di anestetico. Alcuni stati Usa hanno iniziato a usare l'iniezione letale nel 1978 come alternativa ai consueti metodi di esecuzione, sedia elettrica, camera a gas, impiccagione e fucilazione. Ma negli ultimi anni, in esecuzioni in Florida e California alcuni condannati hanno impiegato fino a 30 minuti per morire. E' stato questo il caso di Angel Nieves Diaz, al quale nel dicembre 2006, in Florida, sono state somministrate due dosi letali perché la prima iniezione aveva mancato la vena e trapassato i tessuti. Diaz ci ha messo 34 minuti a morire. L'incidente ha avuto un'eco enorme in tutto il mondo fino a indurre la Florida a sospenderele esecuzioni.

Le esecuzioni sono scese a quota 42 lo scorso anno negli Usa, il minimo degli ultimi 13 anni, e sono state temporaneamente sospese alla fine di settembre in attesa della decisione dell'Alta Corte. E' stata la sospensione più lunga dal 1982 ed è, inoltre, coincisa con la moratoria universale sulla pena di morte approvata a dicembre dall'Assemblea generale dell'Onu, anche se gli Usa hanno già fatto sapere che non vi si atterranno. L'ultima esecuzione risale al 25 settembre scorso quando un cocktail di veleni fu iniettato nel braccio di Michael Richard, 48 anni, condannato in Texas per aver stuprato e assassinato una giovane donna.

La Corte Suprema degli Stati Uniti ha una maggioranza di giudici cattolici, cinque su un totale di nove. Il verdetto, atteso entro giugno, è stato reso pubblico proprio mentre il Papa era alla Casa Bianca, a pochi isolati dal palazzo che ospita il Tribunale dei tribunali Usa. Ad esprimersi con voto contrario, i due giudici Ruth Bader Ginsburg e David Souter.

Per Riccardo Noury, portavoce della sezione italiana di Amnesty International, quella dell'Alta corte è una "sentenza inaccettabile". Una decisione che "rischia, dopo sette mesi di sospensione, di rimettere in moto la macchina della morte in tempi brevi". "E' una sentenza inaccettabile, perchè - sostiene il responsabile di Amnesty - è come se affermi che c'è un modo umano e indolore di mettere a morte una persona. Che l'iniezione letale sia una forma d'esecuzione crudele è dimostrato da numerosi casi, in cui questo metodo ha provocato sofferenze indicibili". "Ciononostante - conclude Noury - auspichiamo che l'attuale fase di ripensamento sull'uso della pena di morte negli Usa e i sette mesi di moratoria contribuiscano a convincere l'opinione pubblica e le autorità dei singoli Stati degli Usa che, come affermato chiaramente a dicembre dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite, della pena di morte si può e si deve fare a meno".

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18 aprile 2008
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