Qui si produceva il miglior miele dell'antichità...

Viaggio negli Iblei, tra maestose necropoli-alveare e oasi verdi incontaminate

03 gennaio 2017
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Sarà capitato anche a voi di fare questo sogno...
Camminate in una landa arida e deserta. E, d'un un tratto, vi trovate, girato un angolo o varcato un portone, in un magnifico paesaggio verdeggiante con alberi, ruscelli, prati fioriti.
Ecco: è quello che capita a chi - dall'arido tavolato degli Iblei, punteggiato di solitari carrubi e mandorli contorti su garighe aromatiche - scende in qualcuna delle "cave" (gole rocciose) che ne incidono la scabra superficie.
Lo scudo di bianche rocce calcaree del Pliocene e del Miocene che copre il settore sudorientale della Sicilia è profondamente inciso dalle gole che nei millenni i corsi d'acqua hanno scavato aprendosi la strada verso il Mar Ionio. Il Tellaro, il Cassibile, l'Anapo, tanto per citare i più comuni, presentano spettacolari canyon (le "cave" appunto) che preservano, negli angusti fondivalle ombrosi e freschi, un ambiente completamente diverso da quello che si può ammirare restando sull'assolato e riarso altipiano...

La tappe del nostro itinerario

TappaNecropoli di Pantalica

L'antico miele degli Iblei - Tra le varie stupende cave degli Iblei alcune sono state giudiziosamente trasformate dalla Regione Siciliana in riserva naturale: tra queste la Cava Grande del fiume Cassibile, istituita nel 1984, e la Cava Grande dell'Anapo con la necropoli di Pantalica, nel 1997. A chi desideri, dagli abitati di Ferla o di Sortino, scendere nella Riserva naturale orientata di Pantalica, Valle dell'Anapo e Torrente Cava Grande, vasta circa 4.000 ettari in provincia di Siracusa, il paesaggio si rivelerà con due, sovrapposti e contrastanti, ambienti.
Il primo, superiore, è assolutamente unico: si tratta della necropoli - composta da circa 5.000 tombe scavate nella pietra - che doveva servire a un centro preistorico (forse la mitica Hybla) che, dal 1250 al 700 avanti Cristo, si ergeva su una specie di grande nave di pietra posta alla confluenza dei fiumi Anapo e Calcinara-Bottiglieria. Il luogo, abitato in varie fasi nei millenni, ospita anche ruderi di costruzioni bizantine e medievali.
La necropoli, il cui ambiente è ancora quello solare del tavolato calcareo (nei cui strati sono ricavate terrazze rupestri crivellate di cavità quadrangolari), fa a prima vista pensare a un immenso alveare. E l'impressione è pertinente dato che, assieme al mitico monte Imetto dell'Attica, gli Iblei sono stati per secoli produttori del miglior miele dell'antichità (optimus semper lo definiva Plinio). E ancor oggi, in qualche luogo di questa area, come a Sortino, si usano arnie parallelepipede, che ricordano nella forma le tombe rupestri. Che il miele qui dovesse essere (e sia ancora) ottimo lo dicono i fiori di queste garighe in cui il timo e il rosmarino, il mirto e il mandorlo, l'erica e la santoreggia distillano aromi preziosi al servizio delle api iblee.

Nel regno del gheppio - A scendere, con prudenza, lungo i terrazzi della necropoli (un percorso affascinante che ci catapulta indietro nei millenni) si incontrano pulvini emisferici di euforbia arborea che d'estate avvampano di rosso, drappeggi scuri di edera, cespugli folti di lentisco e di mirto, ornielli eleganti, lecci compatti, terebinti odorosi, perastri contorti, caprifichi rachitici e capperi penduli. Nei prati, ecco gli asfodeli dai fiori rosati, le scille marittime dal bulbo esagerato, i fichi d'India celesti.
A essere (molto) fortunati, si può essere sorpresi dal frullo improvviso di una coturnice sicula sfuggita ai cacciatori su qualche cengia impervia e si può assistere al volo possente del falco pellegrino che qui nidifica o alle evoluzioni "a Spirito Santo" del gheppio, di casa in questi anfratti.
Il tutto avvolto dalla magica atmosfera formata da questo immenso condominio funebre ricavato dalla rupe e lavato da mille inverni piovosi, calcinato da mille estati roventi su una valle che dal basso invia messaggi freschi e verdeggianti.

TappaValle dellAnapo

Tra le fronde selvagge dei platani... L'universo cambia quando si arriva nel fondo del canyon. Qui è il regno degli alberi, veri alberi e non i suffrutici stenti abbarbicati alle rupi che abbiamo visto sul tavolato. Ed è il regno dell'acqua. In questo serpente verdazzurro che si divincola tra due pareti di roccia si conserva il ricordo delle grandi foreste che forse, prima di Hybla e del suo popolo misterioso, rivestiva tutta la Sicilia. Selve intatte il cui sostegno permetteva ai fiumi di 3.000 anni fa di scendere ricchi d'acqua e maestosi fino al litorale, consentendo alle grandi navi di risalirne il corso. Quegli stessi fiumi che oggi, a malapena e solo in determinate circostanze, riescono a riversare in mare, superando le barre sabbiose, il loro contributo.
Qui è tutto ombra e silenzio. Percorrendo il sentiero che ha preso il posto dell'antica, commovente ferrovia (oggi eliminata) che correva lungo l'Anapo, la selva riparia ci avvolge con la sua frescura.
La presenza che in essa più ci colpisce è quella del platano. Abituati come siamo ai platani che ombreggiano piazze e viali cittadini, potremmo ignorarlo come una essenza domestica, estranea in questa wilderness sicula. Un po' come l'onnipresente eucalipto australiano. Ma guardatelo bene questo platano; e, soprattutto, le sue foglie, incise e frastagliate, molto diverse dai fazzolettoni color rame che ingombrano d'autunno i nostri marciapiedi. Sono foglie vispe, "selvagge", quali si addicono a un albero selvatico come il platano orientale che, in tutta Italia, sopravvive, vero relitto vegetale, solo sulle rive dei fiumi della Calabria e della Sicilia meridionale. Ben diverso dai platani delle alberate cittadine, tristi ibridi tra questo e il platano americano.

Si accede alla riserva naturale, circa 25 km a nord-ovest (in linea d'aria) di Siracusa, in genere da Sortino (4 km circa); la necropoli è meglio raggiungibile da Ferla (9 km).

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