Selinunte, la città tra i due fiumi

Un interessante viaggio nel Parco Archeologico più esteso d'Europa

09 giugno 2017
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Nella zona meridionale della provincia di Trapani, in territorio di Castelvetrano, sorge Selinunte, l'area archeologica più ampia e imponente d'Europa. Il parco infatti, si estende per circa 270 ettari e comprende numerosi templi, santuari e altari oltre che un numero impressionante di reperti archeologici.
Fondata nel 651-650 a.C. dai coloni provenienti da Megara Hyblaea, la cittadella è adagiata su un promontorio che si specchia sulle acque azzurre del mar Mediterraneo, tra due fiumi allora navigabili, il Selinos (oggi Modione) e il Cottone. Proprio sulle rive dei due corsi d'acqua cresceva abbondante il 'selinos', prezzemolo selvatico da cui deriva il nome della città. Malgrado l'invidiabile posizione naturale e strategica, la colonia greca si trovava nella tana del lupo, fra gli Elimi di Segesta da un lato e i Fenicio-Punici di Mozia dall'altro.

Tuttavia, secondo lo storico greco Tucidide, per due secoli fu florida, potente e popolosa (sembra con 80.000 abitanti), con una propria zecca, grazie al governo accorto dei tiranni che si succedettero in quel periodo. Nel 415 a.C. la sua eterna rivale, Segesta chiese aiuto ad Atene perché intervenisse contro la sua intraprendenza. Gli Ateniesi fecero una grande spedizione in Sicilia, ma furono sconfitti da Siracusa, alleata di Selinunte. In seguito alla disastrosa campagna militare ateniese, Segesta, per contrastare la vicina, si alleò con Cartagine e quando Selinunte l'attaccò la reazione della città punica fu drastica. Nel 409 a.C. Selinunte venne assediata per nove giorni da un esercito di 100.000 uomini, 16mila persone furono trucidate e 5.000 fatte prigioniere. Selinunte così si trovò sottomessa al dominio dei Punici che la fortificarono e la ricostruirono nell'area dove prima sorgeva l'acropoli.

Gli usi, i costumi cartaginesi furono recepiti dalla popolazione con naturalezza e conferirono all'arte locale un tocco di originalità riscontrabile ad esempio nelle splendide metope che adornavano i templi. Il dominio cartaginese durò fino alla I Guerra Punica, quando Cartagine, per difendersi dagli attacchi romani, decise di concentrare le sue forze a Lylibeo, l'odierna Marsala. Selinunte fu abbandonata e un violento terremoto, nel secolo X o XI, finì per ridurre ad un cumulo di rovine i monumenti dell'antica città. Nella seconda metà del XVI secolo, l'area fu riscoperta dallo storico e monaco domenicano Tommaso Fazello e nel 1823 gli inglesi intrapresero i primi scavi archeologici.

I resti di Selinunte sono individuabili in quattro aree principali: l'Acropoli dedicata alle "divinità poliadi" (protettrici della città), la collina orientale agli "dei celesti", la collina della Gaggera alle "divinità ctonie" (della terra), le Necropoli. [Informazioni: www.selinunte.net]

Le tappe del nostro itinerario

TappaAcropoli e Templi A, B, C, O, Y

L'Acropoli - Si estende su una collina al di là di una depressione chiamata Gorgo Cottone, dal nome del fiume che un tempo vi scorreva e che ospitava, alla foce, il porto della città, poi interrato. Cinta da mura fin dal Vl-V sec. a.C. è attraversata da due arterie principali che si incrociano ad angolo retto, intersecate a loro volta da strade più piccole. Qui sorgono, oltre agli edifici pubblici e religiosi, alcune abitazioni delle classi sociali più elevate. Intorno all'Acropoli, durante il VI-V secolo furono elevate robuste fortificazioni a blocchi squadrati, a più riprese restaurate. Lo sviluppo delle mura era interrotto da torri e da porte in corrispondenza delle estremità delle arterie principali (nord,est ed ovest). Sulla collina dell'Acropoli, sono stati rinvenuti i resti di cinque templi di ordine dorico completamente realizzati con il tufo delle "cave di Cusa".
Il Tempio A dedicato probabilmente ai Dioscuri. E' il più antico dei templi della cittadella che risale al VI sec. a.C., ed è costruito su 17 colonne in stile dorico. Il frontone, decorato da un bassorilievo raffigurante una testa di Gorgone, aveva la particolarità di avere la base più lunga dei due lati inclinati, cosa che gli conferiva una forma a pagoda del tutto inusuale. E' da questo tempio che provengono le metope più belle conservate al Museo Archeologico di Palermo.
Il Tempio B del III sec. a.C., è un edificio di piccole dimensioni con 4 colonne ioniche e trabeazione dorica nella parte frontale dell'edificio. L'interno costituito da un pronao e da una cella era decorato da uno spesso strato di stucco. Il tempietto, preceduto da un altare di forma quadrata, è comunemente noto come tempio di Empedocle, il filosofo agrigentino che avrebbe bonificato le acque stagnanti di uno dei fiumi della città, ponendo fine a numerose epidemie.

Il Tempio C, dedicato ad Apollo, è lungo 63,70 metri e largo 24 metri (6 x 17 colonne) in stile dorico, con cella preceduta da un pronao. Nel 1823 furono scoperte, in frantumi, le tre metope raffiguranti la Quadriga del sole, l'Uccisione della Medusa da parte di Perseo, Eracle che ha catturato i Cercopi, ricomposte al Museo Archeologico Regionale di Palermo, insieme ad un'enorme maschera di Gorgone, in terracotta policroma (nella foto una ricostruzione).

A pochi metri dal tempio C, sorgono le rovine di un edificio sacro di forma rettangolare, un megaron risalente al 580 a.C.
Il Tempio D, dedicato ad Atena, sorge a nord di quello C, circondato da colonne (6x13) ha dimensioni di circa 56 metri per 24.
Il Tempio O è il tempio più a sud, vicino alla costa, costruito intorno alla prima metà del V secolo in stile dorico. Ha 6 colonne lungo la facciata e 14 sui lati e misura 40,23 X 16,23 metri). Il tempio era dotato di un pronao e di un opistodomo, distili in antis, e forse di un adyton.
Il Tempio Y che sorgeva oltre le fortificazioni sulle pendici della collina di Manuzza. E' risalente al 570 a.C., e non si conosce l'esatta collocazione originale. E' ad esso che appartenevano le 'piccole metope' conservate al Museo Regionale Archeologico di Palermo, raffiguranti il ratto di Europa, la Sfinge alata e la triade di Delfi, Eracle che lotta contro un toro.

TappaTempli G, E, F

La collina orientale ospita tre templi tutti di ordine dorico, orientati in senso est-ovest: il colossale Tempio G, dedicato a Zeus, è uno dei più grandi templi dell'antichità classica (m. 113 x 54) anche se oggi è completamente in rovina. La costruzione durò a lungo, a partire dalla metà del V secolo a.C. al secolo successivo.
Il Tempio E, dedicato ad Hera, ricostruito alla fine degli anni '50, fu realizzato nel V secolo a.C. e classificato come uno dei migliori esempi di architettura dorica in Sicilia. Dal tempio provengono cinque metope, quattro delle quali sono state ricomposte al Museo Archeologico Regionale di Palermo e raffigurano: Eracle in lotta contro una Amazzone; le nozze fra Zeus ed Hera; Atteone sbranato dai cani davanti ad Artemide; Atena che atterra il gigante Encelado. 
Il Tempio F, dedicato ad Atena o a Dioniso, è il più antico della collina, oggi completamente distrutto, è datato alla fine del VI secolo a.C. Durante gli scavi del 1823 furono ritrovate qui due mezze metope in tufo raffiguranti Dionisio che colpisce un gigante inginocchiato ed Atena trionfante su un nemico.

TappaI Santuari della Gaggera e le Necropoli

I Santuari della Gaggera - Prima dell'Acropoli, scendendo nella valle del fiume Modione si giunge alla collina occidentale detta della Gaggera. Qui si trovano, all'interno di un recinto sacro, i resti del santuario della Malophoros (risalente al VI sec. a.C. e dedicato alla dea Demetra), così chiamato per le piccole statue sacrali femminili raffigurate con un melograno. Oltrepassato un propile si giungeva in prossimità di un grande altare sacrificale. Un canale per lo scorrimento dell'acqua proveniente dalla fontana di Gaggera lo separa dal tempio. Quest'ultimo, senza colonne e senza basamento, era formato da un pronao, una cella ed un adito che ospitava la statua della dea. Sempre sulla Gaggera si trovano i resti del cosiddetto Tempio M, che era forse una grandiosa fontana di culto del VI sec. a. C. alimentata da una sorgente vicina.

Le necropoli - si dividono in tre distinte aree comunemente chiamate: Buffa, a settentrione della collina orientale; Galera Bagliazzo, a 250 m. a nord-est della collina di Manuzza; Pipio Bresciana , Manicalunga e Timpone nero, ad occidente della collina della Gaggera. Dai rinvenimenti si è visto che era molto praticato il rito dell'inumazione, anche se nella necropoli di Manicalunga era in uso anche quello della cremazione. Ritrovati sarcofagi fittili e corredi funerari vari e ricchi con oggetti di produzione locale, ma anche vasi di tipo protocorinzio e corinzio, subgeometrici e lineari e ceramica attica a figure nere e a figure rosse. I reperti di Galera Bagliazzo risalgono al VII-VI secolo a. C. e nella necropoli è stato rinvenuto l'Efebo di Selinunte, la statua bronzea di un giovinetto, alta 85 cm, datata intorno al 460-480 a.C. Si tratta di un Kouros, quindi non mirava tanto alla somiglianza, ma voleva rappresentare un'ideale di gioventù nobile e devota agli Dei. Attualmente è possibile ammirare la statua al Museo Civico di Castelvetrano.

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