Negli abissi di Lipari, il relitto maledetto

Nel 300 a.C. il tragico naufragio di una nave carica di anfore e ceramiche

14 luglio 2017
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Le immersioni subacquee sui relitti di solito sono esperienze affascinanti e misteriose. Un atmosfera suggestiva avvolge questi giganti dormienti sui fondali marini da secoli e, a volte, persino da millenni. Aggirandosi tra le lamiere arrugginite o il fasciame fatiscente, si può immaginare quelle imbarcazioni solcare i mari e le paure o gli entusiasmi dei marinai che le popolavano. I relitti, muti testimoni di un glorioso passato, sono insomma capsule del tempo dove tutto si è fermato all'istante in cui è avvenuto il naufragio e costituiscono la testimonianza archeologica di un preciso momento storico. Da questi libri sommersi si possono trarre preziose informazioni circa la costruzione delle navi e la vita in mare, sullo sviluppo di una civiltà e del commercio in quell'epoca lontana. Nel corso dei secoli e millenni si ha notizia di oltre 200 navi naufragate nei mari siciliani. Alcune si sono  semplicemente arenate sui bassi fondali, altre si sono schiantate sugli scogli o colate a picco, in mare aperto, in seguito a incidente o mal tempo. In ogni caso solo una cinquantina sono state ritrovate.

Sul versante orientale della splendida isola di Lipari, e precisamente nella Secca di Capistello, nel 300 a.C., una nave si inabissò con il suo prezioso carico di anfore, dopo aver urtato la sommità della secca e rovesciato il carico su un'area di oltre 1200 metri quadrati. E’ probabile che la nave provenisse da una delle colonie greche della baia di Napoli e si dirigesse, via Eolie, ad uno dei centri punici della Sicilia occidentale, come Lilybaeum (Marsala), o forse verso l’Africa settentrionale e che il naufragio sia avvenuto mentre cercava di doppiare l’estremità meridionale di Lipari. Il relitto è adagiato, a circa 200 metri dalla secca, su un fondale in ripidissimo pendio, 45°, che scende fino a circa 102 metri di profondità e proprio questo elemento rende molto pericoloso il fatto di volerlo raggiungere senza le giuste attrezzature.

Il sito maledetto - La tragica storia di questo relitto iniziò proprio con la sua scoperta, nel 1966, da parte di due giovani sportivi tedeschi, uno dei quali, spintosi troppo in profondità per seguire la distesa delle anfore, lungo il pendio, sarebbe annegato. Anche successivamente ci furono vittime tra le bande di saccheggiatori o sportivi isolati che si immersero in queste acque. Indagini archeologiche serie furono iniziate dai tedeschi dell’Istituto Archeologico germanico di Roma ma furono sospese subito, anche questa volta per un tragico incidente che causò la morte di due archeologi. Tre sub si erano immersi e scesi in profondità e in acque sempre più buie. Scesero, forse senza rendersene conto, oltre i 60 metri, entrando in uno stato confusionale. Secondo il racconto del sopravvissuto, due di loro iniziarono a strappasi a vicenda maschere ed erogatori, il terzo riuscì a risalire e far scattare l'allarme, ma purtroppo, per i due compagni, non ci fu nulla da fare.

Tutta questa serie di tragici incidenti fece guadagnare al sito il sinistro appellativo di 'relitto maledetto'. A distanza di 10 anni, nel 1976, furono gli americani dell'Institute of Nautical Archaeology (AINA) a riprovare l'esplorazione del relitto, avvalendosi, per l'epoca, di imponenti mezzi navali e tecnologici, mezzi utilizzati per le ricerche petrolifere e che, mai, sino a quel momento, erano stati impiegati nel campo dell'archeologia sottomarina. Tra questi una campana batiscopica, una camera di decompressione, telefono e televisione a circuito chiuso e addirittura un minisommergibile. L'impiego delle nuove tecnologie permise, nel 1978, l'esplorazione completa del relitto.

Il relitto - Si tratta, come abbiamo già detto, di una nave del 300 a.C., con fasciame semplice e senza alcun rivestimento in piombo. Lo scafo era dotato di due ancore con ceppi in piombo, uno dei quali è stato recuperato insieme a pesi per reti da pesca, alcune barre in piombo e ad un lingotto di stagno di circa 10 kg di peso. Al momento della campagna archeologica americana, parte del carico si trovava ancora nell'originaria posizione di stivaggio, con gruppi di anfore greco-italiche e puniche disposte verticalmente e pile di ceramica a vernice nera riposte negli interstizi. Tra queste ultime piatti, coppe, alcune kylikes dipinte con motivi vegetali e lucerne su alto piede. Altre anfore erano fuori dallo scafo mimetizzate dalla prateria di posidonia. Le anfore, circa un centinaio, erano trattate internamente con resina ed, alcune, chiuse da un tappo di sughero, mentre altre recavano bolli, sulle anse, con nomi greci o abbbreviati simili a quelli ritrovati nei fondali di Ischia, Selinunte, Taranto e Gela, grazie ai quali è stato possibile fare una datazione precisa. Si è ipotizzato che alcune anfore contenessero 'garum', salsa di pesce di provenienza siciliana di cui gli antichi romani erano molto ghiotti. Oggi si trovano al Museo Archeologico di Lipari 'Luigi Bernabò Brea'.

 

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