Guerra all'Iraq

Le ragioni della pace in un libro-intervista a Scott Ritter, ufficiale statunitense e ispettore Onu

12 ottobre 2002
"Per fare un albero ci vuole il seme", recitava il testo di una celebre canzone.

E per fare una guerra? Ci vuole una ragione.

E visto che la guerra che Bush vuole ad ogni costo contro l'Iraq non può avere le motivazioni di una guerra "umanitaria", allora il governo statunitense sta lavorando alla costruzione di una legittimazione, e i suoi contorni si sono ormai delineati.

Bush e Blair hanno presentato una serie di dossier che inchioderebbero Hussein alle sue responsabilità. Il dittatore iracheno possederebbe armi chimiche e batteriologiche, armi di distruzione di massa, e si appresterebbe a entrare in possesso dell'atomica entro pochi mesi. Come se non bastasse lo si accusa di aver venduto armi chimiche ad Al-Qaeda.

E a nulla sembra valere la disponibilità del regime ad accogliere gli ispettori delle nazioni Unite su tutto il territorio dell'Iraq, senza riserve. Stati Uniti e Inghilterra stanno infatti premendo affinché la risoluzione Onu contenga condizioni e clausole inaccettabili per il regime, inaccettabili forse per qualsiasi Stato di diritto. E Kofi Annan vede così svanire nel nulla i suoi sforzi di mediazione. E dove i dossier non convincono, ci pensa il sistema televisivo a riempire le lacune, con documentari su Hussein, speciali sull'Iraq, che da settimane si accavallano nelle programmazioni televisive, in Italia in particolar modo sulle reti Mediaset.

Una voce autorevole che afferma con decisione l'inesistenza di una minaccia "Hussein" proviene invece da dove meno te lo aspetti. Dagli Stati Uniti. Guerra all'Iraq è un libro-intervista a Scott Ritter, ufficiale statunitense eroe dei marines, che ha partecipato per sette anni alla missione di disarmo in qualità di ispettore Onu e per di più è un fervente repubblicano. Il libro è edito in Italia da Fazi Editore. Scott Ritter dimostra chiaramente che se proprio si vuole quantificare la minaccia rappresentata dall'Iraq in termini di armi di distruzione di massa, essa equivale a zero. E Ritter ne è talmente convinto da aver invitato e accompagnato i giornalisti della stampa estera proprio a Baghdad nelle ultime settimane, per visitare i tanto famigerati "siti di armi di distruzione di massa".

Questa guerra, in definitiva, sembra nascere da una serie di falsità, di accuse ingiustificate, di ribaltamenti della realtà. Si vuole dimenticare e far dimenticare che fu il governo Reagan ad armare il dittatore in funzione antisovietica e antiiraniana, fornendogli quelle armi chimiche e batteriologiche che ora Bush rivuole indietro. Armi che hanno provocato milioni di morti durante la guerra contro l'Iran. Dov'erano allora gli appelli degli Stati Uniti alla sicurezza mondiale?

Ma oggi l'Iraq, dopo le azioni ispettive degli anni precedenti, è inoffensivo. "Ritengo a questo punto fondamentale un problema di cifre - risponde Scott Ritter nel libro -. L'Iraq ha distrutto il 90-95% delle sue armi di distruzione di massa. Dobbiamo ricordare che il restante 5-10% non costituisce necessariamente una minaccia né un programma di armamento, se non siamo in grado di dire quella percentuale minima che fine ha fatto, non significa che l'Iraq ne sia ancora in possesso", dopo il massiccio embargo e il passaggio degli ispettori.

E i legami con Al Qaeda? Scott Ritter non ha dubbi e definisce la "connessione" con Al Qaeda "una faccenda palesemente assurda". "Saddam Hussein - ricorda - è un dittatore laico, ha passato gli ultimi trenta anni a dichiarare guerra al fondamentalismo islamico, facendolo a pezzi. A parte la guerra all'Iran degli ayatollah, in Iraq sono in vigore leggi che sentenziano la pena di morte per il proselitismo in nome del wahabismo, la religione di Osama bin Laden.

Resta un solo interrogativo: "Lei è un veterano dei marine, un ufficiale e un funzionario di intelligence. Eppure alcuni suoi concittadini la chiamano traditore perché parla così apertamente di tali argomenti. Come risponde?". "La gente può dire quello che vuole - risponde secco ma sereno Scott Ritter - ma chi parla in questo modo non fa che dimostrare la propria ignoranza. Esiste una cosuccia che si chiama Costituzione degli Stati Uniti d'America. Quando ho indossato l'uniforme dei marines e mi fu affidato l'incarico di ufficiale ho giurato di essere fedele e di difendere la Costituzione contro tutti i nemici, esterni e interni. Questo significa che sono disposto a morire per quel pezzo di carta e per quello che rappresenta.

Quel documento parla di noi come popolo, e di un governo del popolo, fatto dal popolo, per il popolo, Parla di libertà di parola e di libertà civili individuali... Il massimo servizio che posso rendere al mio paese - conclude Scott Ritter - è di facilitare la discussione e il dialogo sul comportamento da tenere verso l'Iraq... Se quelli che esercitano pressioni a favore della guerra non sono in grado di provare le proprie ragioni, l'opinione pubblica americana dovrà esserne consapevole". "Voglio che l'America non commetta l'errore di questa guerra", ha ripetuto sui giornali americani in questi giorni. Forse, alla maniera di Scott Ritter, vale la pena sentirsi un pò "tutti americani".

Fonte: Movimento di Cunegonda
Newsletter n.8, 10 ottobre 2002
EDIZIONE STRAORDINARIA

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12 ottobre 2002

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