I Nebrodi raccontati da Fulco Pratesi

Tra laghi di fiori azzurri, il rosso della pietra e il grigio dei faggi

13 dicembre 2016
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I Nebrodi raccontati attreverso i ricordi di Fulco Pratesi, ambientalista storico e fondatore, nel lontato 1966, del WWF Italia.

Di ogni parco naturale che ho visitato conservo un'immagine, un flash mnemonico, che mi ritorna in mente ogni volta che si parla di quel luogo. Per il Parco dei Nebrodi la foto mentale è un laghetto azzurro perso tra le rocce rosse e aspre dei calcari dolomitici che si ergono vicino al paese di Longi.
Tornavo da una scarpinata in cerca di rapaci tra quelle rupi aride e dorate e camminavo sul terreno martirizzato dal pascolo, ove solo i cespi setolosi del serracchio davano una nota di verde. A un tratto, superata una piccola cresta, vidi in basso una macchia celeste. Un laghetto, mi chiesi, un laghetto in questo mare di pietre? Mi avvicinai. Non di acqua si trattava, ma di fiori. Era un campicello di lino, probabilmente l'ultimo della Sicilia, chiuso tra i monti, le cui fibre probabilmente saranno state utilizzate per qualche corredo di sposa da conservare in cassepanche odorose di lavanda...

TappaGli ultimi rapaci

Un'altra immagine, meno serena, fu, nel 1966, quella della colonia di grifoni di Alcara li Fusi. Ero andato per vederla, attirato dalla fama di questi grandi rapaci, gli ultimi dell'isola, che lì nidificavano. Arrivati sul posto, la delusione: i grandi vuturuna erano scomparsi, sterminati da una insulsa "lotta ai nocivi" attuata con bocconi avvelenati.
A poca distanza da Alcara si ergono le Rocche del Crasto, baluardo rupestre di grande bellezza, che ospita ancora la nidificazione di una delle ultime aquile reali della Sicilia, qui presente assieme ai neri e rochi corvi imperiali.

[Nei primi anni del 2000, l'Ente Parco dei Nebrodi ha avviato un progetto per la reintroduzione del Grifone in quei luoghi. Progetto che ha dato i suoi risultati; una colonia di circa cinquanta "vuturùna" si è stabilmente insediata nell’area delle Rocche del Crasto, nelle cui pareti, dal 2005, nidifica ogni anno.]

TappaLAppennino siculo

Ma il Parco dei Nebrodi non è composto solo da questi paesaggi rupestri e solari, incisi da profonde gole al fondo delle quali biancheggiano le fiumare che digradano assetate verso il mare. Più in alto, verso l'Etna che giganteggia a sudest, il paesaggio diventa meno "siciliano" e si riveste di un sontuoso manto di boschi che fanno meritare a questi luoghi l'appellativo di "Appennino siculo".
Salendo dal basso si trovano dapprima, piuttosto alterati da secoli di pascolo, incendi, tagli, resti di macchia mediterranea con lentischi e mirti, terebinti e oleandri, oleastri e palme nane, dominati a volte da grandi esemplari di querce sempreverdi, sughere e lecci, su un tessuto connettivo di cisti e serracchi. Più in alto il cerro e la roverella, che ospitano nel sottobosco eriche e pungitopi, citisi e asparagi, caprifogli e rose selvatiche, assieme a un prezioso corteggio di orchidee selvatiche.

TappaUn meraviglioso manto di fiori

Più in alto, infine (ricordo che i Nebrodi presentano vette spesso più alte di 1.500 metri, con il monte Soro che raggiunge i 1.847 metri sul livello del mare), impera la faggeta. E sono loro, i faggi dal tronco grigio come zampe di elefante, il fogliame leggero e mutevole, che con qualche acero montano la fanno da padroni. Alla loro ombra, resa più cupa da rari antichi tassi e da agrifogli dalle bacche rosso corallo, fioriscono l'anemone appennina con la corolla ad asterisco celeste, la scilla bifolia, la grande e superba peonia selvatica, la primula occhio di civetta. Tra gli alberi (che spesso risentono di una pressione antropica eccessiva) si aprono vaste radure a prato e rari ma bellissimi laghetti come il Biviere di Cesarò, iride azzurra in una pupilla d'erba circondata da boschi nebbiosi.
Non vi aspettate granché di animali selvatici: troppi secoli di persecuzione hanno fatto sparire daini e caprioli, cervi (e pensare che nebros in greco vuol dire cerbiatto) e lupi, avvoltoi e gufi reali. E i superstiti (qualche grande gatto selvatico, la martora, la poiana, il picchio rosso maggiore, il corvo imperiale) sono troppo spaventati per farsi vedere. Ma resta ancora possibile l'incontro con qualche volpe, qualche istrice, qualche rara coturnice di Sicilia. E, naturalmente, con la famosa aquila delle Rocche del Crasto, che si dice discenda da quella che, secoli fa, portava da mangiare all'eremita S. Nicolò, come ricorda un primitivo affresco sulla cappella a lui dedicata.

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