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Appalti irregolari al petrolchimico di Gela (CL), arrestati sei presunti mafiosi

27 aprile 2006

I carabinieri del Comando provinciale hanno eseguito sei ordini di custodia cautelare che riguardano presunti affiliati al clan mafioso degli Emmanuello accusati di aver gestito appalti al petrolchimico di Gela. I provvedimenti sono stati firmati dal gip Giovambattista Tona su richiesta del procuratore aggiunto di Caltanissetta Renato Di Natale e del sostituto della Dda Nicolò Marino.
Gli indagati sono accusati a vario titolo di associazione mafiosa e trasferimento fraudolento di valori. Le indagini hanno preso il via dalle ricerche del latitante Alessandro Daniele Emmanuello, inserito nell'elenco dei 30 ricercati più pericolosi d'Italia. Attraverso intercettazioni effettuate in carcere i carabinieri hanno individuato il reggente del clan Emmanuello, e poi l'uomo che curava gli interessi economici dell'organizzazione e i "postini" che dal carcere portavano all'esterno gli ordini dei boss nisseni.

Gli indagati, secondo gli inquirenti, attraverso alcune imprese come la "Co.na.pro" con sede a Roma (ora non più attiva), la "Gela gas srl", la "Sicurt 87" di Gela (non più attiva) e la "N&M srl" di Gela, tutte operanti nell'indotto del petrolchimico di Gela, per l'accusa in seguito alle pressioni esercitate dal clan mafioso, si aggiudicavano, fino a poco tempo fa, gran parte delle commesse della raffineria.
I carabinieri hanno così arrestato Crocifisso Smorta, di 47 anni, indicato come il reggente del clan Emmanuello; Emanuele Sciascia, di 64, accusato di avere curato gli interessi economici dell'organizzazione; Emanuele Nastasi, di 50; Filippo Sciascia, di 59; Loredana Cauchi, di 38 e Nicola Ingargiola, di 44. Quest'ultimo, secondo gli inquirenti, lavorava formalmente alle dipendenze dell'impresa Co.Na.Pro., di cui era vice presidente del consiglio di amministrazione, ma per i militari operava, in realtà, nell'interesse del clan Emmanuello.

Crocifisso Smorta è indicato come un personaggio di spicco dell'organizzazione, uomo di fiducia del boss latitante Daniele Alessandro Emmanuello, per conto del quale, prima del suo arresto, avvenuto nel 1998 durante l'operazione "Reset", ha curato sia l'aspetto militare che economico del clan. Smorta, dopo aver scontato una condanna a cinque anni per associazione mafiosa ed estorsione, da gennaio 2005 è ritornato in libertà e, anche se sottoposto alla misura di prevenzione della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno, avrebbe ripreso le redini del gruppo criminale gelese.
Gli investigatori sostengono che Smorta anche durante il periodo di detenzione ha continuato nella sua opera di gestione degli affari del clan, soprattutto con riferimento agli aspetti economici; ha creato un circuito relazionale, che vedeva coinvolti anche Emanuele Sciascia, con il quale divideva la cella, il cognato Emanuele Nastasi e Filippo Sciascia. Con questo sistema, riusciva a ricevere le notizie dall'esterno e, dopo averle discusse con Emanuele Sciascia, le trasmetteva fuori dal carcere attraverso i colloqui settimanali.
I carabinieri hanno ricostruito i messaggi in arrivo e in partenza dal carcere. Smorta, infatti, apprendeva dal cognato Nastasi le novità e quando il compagno di cella Sciascia effettuava il suo colloquio con il fratello Filippo, faceva filtrare all'esterno le determinazioni prese. In questo modo, Crocifisso Smorta ha continuato a reggere le sorti del clan, incrementando il suo potere in seno alla cosca.

Emanuele Sciascia è ritenuto un abile amministratore a disposizione dell'organizzazione, ben inserito nel tessuto economico di Gela, che avrebbe sfruttato le sue conoscenze e quelle del fratello Filippo per riciclare il denaro del gruppo criminale e introdurre così Cosa nostra gelese nella gestione degli appalti del petrolchimico, senza far apparire direttamente uomini dell'organizzazione o ad essa riconducibili.
Sciascia utilizzando suoi parenti e quelli di Smorta, ha fatto in modo che questi arrivassero a ricoprire posti chiave in seno ad alcune aziende attive nell'indotto Agip, riuscendo in questo modo a controllare le ditte oggetto d'infiltrazione. Infine, insieme a Crocifisso Smorta, Sciascia aveva stabilito anche il sistema con cui si doveva stornare parte degli introiti delle imprese da loro controllate, incamerando il 3% dei guadagni netti.

Fonte: La Sicilia

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27 aprile 2006
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