I depistaggi sul 'caso Impastato'

Dopo più di trent'anni è stata ritrovata la "testimone chiave" dell'omicidio di Peppino Impastato

22 dicembre 2011

La notte tra l'8 e il 9 maggio del 1978, Provvidenza Vitale era di turno al passaggio a livello di Cinisi. Proprio la notte in cui Peppino Impastato, militante di Democrazia Proletaria, venne ucciso da alcuni killer di Cosa Nostra ancora oggi senza volto.
Provvidenza Vitale avrebbe potuto essere la testimone chiave del delitto di Peppino Impastato, ma negli ultimi trent’anni i Carabinieri di Cinisi non sono riusciti a trovarla. O meglio: si disse che era immigrata negli Stati Uniti perché rimasta vedova e sui verbali i Carabinieri scrissero semplicemente che la donna era "irreperibile". E i magistrati e i membri della commissione parlamentare antimafia che si occuparono del caso Impastato si fidarono.
Solo che Vitale non è mai scomparsa. Tanto meno mai stata irreperibile. E salvo brevi soggiorni da alcuni parenti Oltreoceano, ha sempre abitato a casa sua, a Terrasini, cittadina attaccata a Cinisi, poco più di diecimila abitanti ad ovest di Palermo.

La "scoperta" è stata fatta solo pochi giorni fa dagli uomini della Direzione investigativa antimafia di Palermo, guidati dal colonnello Giuseppe D’Agata. La "scoperta" è stata fatta trentatré anni e mezzo dopo che Peppino Impastato venisse ucciso perché, dai microfoni di radio Aut, dava fastidio a Cosa Nostra.
Eppure, nonostante tutto questo tempo, gli investigatori hanno assicurato che trovare la signora Vitale non è stato poi tanto difficile. Bastava cercarla. Negli ultimi trent’anni infatti nessuno si era mai preso la briga di andare a bussare alla sua porta. Soprattutto i Carabinieri. Lo ha confermato lei stessa al sostituto procuratore della Dda di Palermo Francesco Del Bene, che nei giorni scorsi si è recato a casa sua per interrogarla. Della notte in cui fu ucciso Impastato la donna ha detto di avere ricordi confusi. Sono passate tre decadi e oggi la donna ha 85 anni.
Ma comunque, appurato che Provvidenza Vitale non si è quasi mai allontanata da casa, che ha sempre abitato a Terrasini, dove ha cresciuto sei figli, e che addirittura uno dei suoi generi è un carabiniere, appare difficile quindi che gli ufficiali dell’Arma avessero potuto davvero cercarla senza esito.
Insomma, una constatazione, quest'ultima, che si aggiunge agli interrogativi suscitati dalla nuova indagine sul caso Impastato aperta dal procuratore aggiunto della Dda di Palermo Antonio Ingroia e dal sostituto Del Bene. I due magistrati stanno cercando di scavare sui vari depistaggi che avrebbero interessato le indagini sull’omicidio.
"Il fatto che i magistrati abbiano ritrovato la casellante che era di turno quella notta mi riempie di felicità, confermandomi che sul caso avevamo visto giusto" ha commentato Giovanni Impastato, fratello di Peppino che in tutti questi anni si è impegnato per mantenerne viva la memoria.

Nell'ambito delle nuove indagini i pm Ingroia e Del Bene sentiranno anche il generale Antonio Subranni. Subranni in quel periodo era il comandante del reparto operativo di Palermo e coordinò le indagini sulla morte di Impastato.
Per l'omicidio di Impastato sono stati condannati come mandanti Vito Palazzolo, a 30 anni, e Gaetano Badalamenti all'ergastolo. Entrambi morirono prima dell'appello. Il Centro Impastato, alcuni mesi fa aveva mandato una lettera alla Procura denunciando "il depistaggio" sulle indagini per l'omicidio Impastato. "Il depistaggio - è scritto nella lettera - ha due attori principali: il procuratore capo del tempo, Gaetano Martorana, che nel fonogramma redatto subito dopo il ritrovamento dei resti del corpo di Peppino Impastato, parlava di 'attentato alla sicurezza dei trasporti mediante esplosione dinamitarda' e l'allora maggiore dei carabinieri Subranni. Un'indagine seria deve partire dall'accertamento delle responsabilità di questi due personaggi".
Secondo la relazione della Commissione parlamentare antimafia, la mattina del 9 maggio 1978, poche ore dopo il ritrovamento dei resti del corpo di Giuseppe Impastato, il procuratore capo Gaetano Martorana ha mandato al procuratore generale di Palermo un fonogramma in cui si parla di un attentato "alla sicurezza dei trasporti mediante esplosione dinamitarda" messo in atto da Peppino Impastato che si sarebbe così suicidato. Questa "falsa pista", dice il Centro Impastato, sarebbe stata seguita dall'allora maggiore Subranni. Anche Giovanni Impastato, fratello di Peppino, era stato sentito da Del Bene ad aprile, quando ancora l'inchiesta non era stata riaperta. Giovanni Impastato si era presentato spontaneamente in procura per denunciare un "depistaggio che fu orchestrato a partire dal 9 maggio 1978 da figure istituzionali con lo scopo di nascondere la vera matrice dell'uccisione di Peppino". A questo proposito Impastato aveva messo l'accento sul sequestro, subito dopo l'omicidio, da parte dei carabinieri di oggetti personali di Peppino (compresi libri, documenti). Di questi documenti, libri e appunti non c'è più traccia. Non sono, infatti, presenti nel fascicolo dell'inchiesta e non sono nemmeno nel deposito corpi di reato. [Informazioni tratte da Corriere del Mezzogiorno, Il Fatto Quotidiano]

Caso Impastato, scoperto un altro depistaggio
di Salvo Palazzolo (Repubblica/Palermo, 20 dicembre 2011)

Prima, scrissero che era emigrata negli Stati Uniti. Poi, che era irrintracciabile. Trent'anni fa, i carabinieri della stazione di Cinisi assicurarono alla magistratura che la testimone chiave del delitto di Peppino Impastato era "irreperibile". E da allora non si è saputo più nulla di lei: Provvidenza Vitale, la casellante del passaggio al livello di Cinisi, sembrava davvero scomparsa nel nulla. E invece non si era mai allontanata da casa sua: l'incredibile scoperta è stata fatta dagli investigatori della Dia di Palermo, coordinati dal colonnello Giuseppe D'Agata, dopo la riapertura del caso Impastato disposta dal procuratore aggiunto Antonio Ingroia e dal sostituto Francesco Del Bene.
Ironia della sorte, Provvidenza Vitale non abita neanche tanto distante da quel tratto di ferrovia dove Peppino Impastato fu fatto saltare in aria, la sera del 9 maggio 1978, da un gruppo di sicari di Cosa nostra rimasti senza nome.
Questa mattina, la donna, che ha 85 anni, è stata interrogata a casa sua dal pm Francesco Del Bene. Sembra che non abbia detto molto: "Ho ricordi vaghi di quella sera", ha fatto mettere a verbale. Ma il suo caso è ancora tutto da decifrare: in questi trent'anni non si è certo nascosta, ha avuto sei figli, e uno dei generi fa il carabiniere. Negli Stati Uniti, Provvidenza Vitale è stata due volte, negli anni Novanta, in visita ad alcuni parenti.

Il depistaggio - Ma perché i carabinieri della stazione di Cinisi nascosero alla magistratura quello che poteva essere un testimone chiave? Da oggi questa domanda va ad aggiungersi all'elenco degli interrogativi che i familiari di Peppino e i compagni del Centro Impastato non hanno mai smesso di porre: "Chi depistò e perché le indagini? E' giunto il momento che le istituzioni facciano chiarezza al proprio interno", è l'appello ribadito di recente da Giovanni Impastato, il fratello di Peppino.
La sera stessa dell'omicidio, accaddero cose inquietanti. Un gruppo di carabinieri perquisì la casa di Impastato e portò via l'archivio del giovane militante antimafia, ma non fu stilato alcun verbale. Anni fa, il sostituto procuratore Franca Imbergamo era riuscita a farsi consegnare dall'Arma una copia del materiale sequestrato, ma è solo una minima parte. Su un foglio senza intestazione era stato scritto, nel 1978: "Elenco del materiale sequestrato informalmente a casa di Impastato Giuseppe". Ma il sequestro informale è una formula che ha poco di diritto, quei documenti sono insomma detenuti illegalmente nell'archivio dell'Arma dei carabinieri.
Nei giorni scorsi, il pm Del Bene ha interrogato su quel "sequestro informale" un ex maggiore dei carabinieri, Enrico Frasca, che nel 1978 comandava il nucleo informativo del Gruppo carabinieri Palermo.

Le nuove indagini - La scomparsa dell'archivio è solo uno dei capitoli del depistaggio istituzionale attorno al caso Impastato. In questi trent'anni sono scomparse molto altre prove. E così, solo nel 2002 è arrivata la condanna per il boss Gaetano Badalamenti, ritenuto il mandante del delitto.
Ma perché tante reticenze e omissioni? Forse, il caso Impastato ha segnato l'inizio della trattativa fra mafia e Stato, questa è l'ipotesi che adesso seguono i magistrati di Palermo. Perché già nel 1978 Gaetano Badalamenti era un confidente dell'arma dei carabinieri, l'ha ammesso lui stesso in carcere, a metà degli anni Novanta. E l'uomo che per tanti anni ha raccolto le confidenze del capomafia, il maresciallo Antonino Lombardo, si è sparato un colpo di pistola in testa, il 4 marzo 1995: anche quella sera entrò in azione una squadra di carabinieri, perquisirono in tutta fretta l'abitazione del sottufficiale e portarono via alcuni documenti. Da allora, gli appunti del maresciallo Lombardo sono scomparsi, come ha denunciato più volte suo figlio Fabio. Forse, fra quelle carte c'é la prova che un pezzo dello Stato ha continuato a trattare con un pezzo della mafia, per tentare di arginare gli omicidi e le stragi. Forse, Peppino Impastato l'aveva già scoperto nel 1978: ecco, perché non si doveva scoprire la verità sulla sua morte.

 

 

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22 dicembre 2011

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