La mafia non è ancora stata sconfitta! Ecco come cambia ''Cosa Nostra''

Il fenomeno si è solo ''sommerso'', il controllo della mafia in Sicilia rimane attento e capillare

30 agosto 2003
Cosa nostra continua a mantenere il controllo capillare del territorio, il boss corleonese Bernardo Provenzano, latitante da oltre 40 anni, è saldamente alla guida di un'organizzazione criminale che sembra avere assorbito i contraccolpi di pentimenti "eccellenti" e ricomposto i contrasti interni tra "falchi" e "colombe". E' il volto più recente di Cosa nostra, disegnato dal rapporto annuale 2002 del Viminale sul fenomeno della criminalità organizzata. Sul fronte degli affari, poi, "è emersa - si legge nella relazione - la tendenza a concentrare gli interessi economici e finanziari nelle mani di una lobby elitaria, coinvolgendo eventualmente i capofamiglia più affidabili e delegando le attività sul territorio a soggetti di minore profilo". La decimazione della struttura mafiosa da parte delle forze di polizia ha causato l'affidamento di ruoli di comando a soggetti non sempre "all'altezza" con un "significativo abbattimento qualitativo dei personaggi di spicco".

La strategia della sommersione, che ha caratterizzato l'ultima fase dell'organizzazione viene applicata anche alla gestione illecita degli appalti, attività a cui Cosa nostra continua a dedicarsi. "La mafia - si legge nel rapporto - sembra avere adottato un modello più defilato del precedente che vede affidare alle imprese il condizionamento dalle fasi iniziali dell' appalto". Con difficoltà la mafia avrebbe superato le tensioni legate alle rivendicazioni dei leader corleonesi al 41 bis che "hanno manifestato una particolare aggressività ed hanno adottato un profilo palesemente intimidatorio". Nuovi squarci sulla realtà di Cosa nostra sono stati offerti dalla collaborazione dell' ex boss di Caccamo Nino Giuffrè. "Il controverso atteggiamento di Pino Lipari (l' ex consigliori di Bernardo Provenzano aspirante collaboratore dichiarato inattendibile dai magistrati di Palermo n.d.r.) che ha rivestito un ruolo strategico nella gestione delle ricchezze delle famiglie - scrivono dal Viminale - può aprire scenari informativi nuovi".

Il rapporto disegna una Sicilia divisa in due aree: quella occidentale, sotto il dominio dei corleonesi guidati da Provenzano e dai suoi due luogotenenti latitanti Matteo Messina Denaro e Salvatore Lo Piccolo, e quella orientale che vede l'egemonia delle famiglie catanesi. Nonostante l'ormai duratura pax mafiosa restano alcuni focolai di tensione: nelle zone di Belmonte Mezzagno, nel Palermitano, tra Raffadali e Sant'Angelo di Muxaro nell'Agrigentino e nel Gelese. Oltre a tracciare una generale panoramica sull' attuale assetto di Cosa nostra il Viminale analizza la realtà criminale delle nove province siciliane.

Resta saldo, nel Palermitano, "lo schieramento carcerario diretto dai leader sottoposti al regime carcerario duro che ha dimostrato un' elevata reattività contro la politica del 41 bis ed ha coinvolto anche detenuti appartenenti ad altre matrici mafiose nazionali". Sempre nel palermitano le cosche hanno stretto accordi con gruppi stranieri, in particolare nigeriani e nord-africani, per la gestione del racket della prostituzione.

Più fluida la situazione nell'Agrigentino dove dopo "l' arresto del boss di Canicattì Calogero Di Caro la leadership è assicurata dai latitanti Giuseppe Falsone della 'famiglia' di Campobello di Licata, sostentuo dal mandamento palermitano della Guadagna, e da Maurizio Di Gati". "I gruppi agrigentini - continua il rapporto - hanno dimostrato una spiccata vocazione all' infiltrazione nei settori economico-finanziari" ed un forte coinvolgimento nella gestione degli immigrati clandestini che costantemente sbarcano a Lampedusa e Linosa.

Cosa nostra continua a dominare incontrastata la provincia di Caltanissetta mentre "la stidda, che ha ormai perso i caratteri originali, risulta significativa solo nel gelese". Rilevante, infine, l' impatto della collaborazione di Ciro Vara, boss di spicco della famiglia di Vallelunga Pratameno.

Continua ad affermare la propria leadership nel Catanese la famiglia Santapaola, appoggiata dalle cosche dei Laudani, dei Cappello e dei Cursoti. "Nella provincia- scrivono dal Viminale - ha assunto un ruolo strategico anche la "famiglia" di Caltagirone del boss Francesco La Rocca, legittimato a livello centrale tanto da rappresentare l'organizzazione anche nelle occasioni extraprovinciali più importanti".

Una "funzione di cesura tra la Sicilia occidentale e quella orientale" è svolta dalla provincia di Enna.

Sempre più forti nel Messinese, invece, sono le organizzazioni mafiose "esterne a Cosa nostra" e le bande di albanesi impegnate "prevelentemente nel traffico degli stupefacenti".

Restano saldi al potere nel Ragusano i Dominante di Vittoria. Emergente la figura di Francesco Sacco, reggente dei "Dominante che avrebbe posto in atto una strategia di recupero del controllo del territorio, pur garantendo l'inabissamento dell'organizzazione".

In evoluzione la situazione nel Siracusano dove sono forti i contrasti tra Cosa nostra e le altre organizzazioni criminali. E se a nord è ancora forte la famiglia nardo a sud sono attive le cosche Aparo e Trigila.

Tre, infine, i mandamenti nel Trapanese: Castelvetrano, Mazara del Vallo e Trapani sui quali dura incontrastata la leadership del superlatitante matteo Messina Denaro. "Di matrice corleonese- si legge nel rapporto - Messina Denaro ha tenuto un atteggiamento defilato e propositivo essenzialmente oerientato ad affermare il proprio dominio nei lucrosi affari della zona. Cosa nostra trapanese - conclude la relazione - ha una marcata vocazione imprenditoriale e diffusi interessi nel traffico di droga, armi e nella macellazione clandestina".

Fonte: la Sicilia

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30 agosto 2003

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