Le promesse non sfamano

La fame nel mondo aumenta. La FAO ammette il fallimento: ''L'obiettivo fissato nel 1996 è irraggiungibile''

31 ottobre 2006

I buoni propositi, le carte firmate, i programmi scritti su importanti fogli di pergamena, non sfamano... ''Le promesse non nutrono'', ha commentato caustico il direttore generale della FAO (Food and Agriculture Organization of the United Nations), Jacques Diouf, presentando i dati del rapporto 2006 sulla fame nel mondo.
Le promesse, che non hanno dato alcun nutrimento, sono quelle dei 185 capi di stato firmatari, nel 1996, della ''Dichiarazione di Roma''. Obiettivo: dimezzare il numero di affamati nel mondo entro il 2015, agire contro una situazione definita ''inaccettabile e intollerabile''.
Dall'anno di quella promessa ad oggi la fame nel mondo è aumentata. Nel periodo 2001-03, 854 milioni di persone sono risultate sottoalimentate nel mondo, lo stesso numero del periodo 1990-1992.
''In dieci anni, in pratica, non è stato fatto alcun progresso verso l'obiettivo di dimezzare il numero di sottoalimentati nel mondo''. Già in occasione della ''Giornata mondiale dell'alimentazione'', lo scorso 16 ottobre, Jacques Diouf, aveva reso note alcune cifre allarmanti, ma i risultati del Rapporto Annuale della FAO sullo Stato di Insicurezza Alimentare (Sofi) mostrano come in alcune zone - tra queste l'Africa - la situazione non solo non è migliorata, ma è in peggioramento.

Nell'Africa sub-sahariana il numero di persone sottoalimentate è passato da 169 milioni nel 1990-92 a 206,2 milioni nel 2001-03. Tra le cause di questo incremento l'Aids, le guerre e le catastrofi naturali, in particolare nel Burundi, in Eritrea, in Liberia, in Sierra Leone e nella Repubblica democratica del Congo. E' proprio questo il Paese per cui si registrano le maggiori preoccupazioni della FAO poiché, a causa anche della guerra del 1998-2002, il numero di affamati è triplicato passando da 12 a 37 milioni di persone, cioè il 72% della popolazione. La Repubblica Democratica del Congo è un caso emblematico se si considera che si tratta di una delle regioni della terra con le maggiori risorse naturali. Per dirla con le parole del Rapporto Sofi ''ciò che manca è la volontà politica per mobilitare quelle risorse a beneficio degli affamati''.
Il rapporto della FAO indica chiaramente che per ridurre il numero di sottoalimentati è fondamentale lo sviluppo rurale, almeno nei Paesi nei quali la situazione è peggiore, e quindi servirebbe un rinnovo radicale delle politiche agricole, di quelle riguardanti la distribuzione alimentare, nonché una revisione delle politiche di solidarietà.
''Nonostante ciò i Paesi donatori hanno ridotto in modo consistente gli aiuti al settore agricolo - sottolinea Francisco Sarmento di Action Aid International, una delle organizzazioni invitate dalla FAO a discutere della revisione del piano d'azione - Nel 1984 i Paesi donatori hanno versato quasi otto miliardi di dollari per il sostegno dei programmi agricoli, ma nel 2002 la cifra si è ridotta a circa tre miliardi. Inoltre i Paesi del Nord del mondo adottano tutta una serie di azioni economiche che frenano la produzione agricola dei Paesi sottosviluppati e l'esportazione dei loro prodotti. E' un po' come dire che si individua l'agricoltura come il motore principale per la ripresa dei Paesi sottosviluppati, ma poi questo motore lo si frena in tutti i modi''.
 
Nel 1971, alla Conferenza mondiale sulla nutrizione, Henry Kissinger, in vena di ottimismo, aveva assicurato che ''Entro dieci anni nessun uomo, donna o bambino andrà a dormire affamato''. Oggi, trentacinque anni dopo, per quell'obiettivo potrebbe non bastare un secolo. Fallire sarebbe ''vergognoso'', ha sottolineato Diouf; ma forse nessuno si preoccupa veramente di una tale onta, perché nessuno sembra aver preso troppo sul serio quell'accordo firmato in pompa magna a Roma. E quella promessa non è stata presa sul serio proprio a cominciare dall'Italia, che con un misero 0,15 è ben lontana dal destinare, come da programma, lo 0,70 del Prodotto interno lordo alla lotta alla fame. In cambio, nel 2025, il numero di diabetici da iperalimentazione nei Paesi ricchi raddoppierà, raggiungendo i 300 milioni di persone. Ecco il nostro mondo senza giustizia, dove un bambino americano consuma come 422 coetanei africani.
Per stare bene un essere umano ha bisogno di assumere fra le 2.400 e le 2.700 calorie al giorno. Non disporne significa, ad esempio, che ogni giorno 11 mila bambini (uno ogni 8 secondi) muoiono per malnutrizione. Cinque milioni ogni anno. O anche, che solamente un terzo della produzione complessiva di cereali viene consumata direttamente dagli uomini, mentre i due terzi restanti vengono destinati al nutrimento del bestiame. Ma la carne è un lusso da Paesi ricchi, agli altri restano solo i cereali in meno: in sei degli ultimi sette anni la domanda mondiale ha superato l'offerta e le scorte sono ai livelli più bassi dell'ultimo trentennio. Significa, poi, spese maggiori e minori guadagni, perché i bambini denutriti o malnutriti diventeranno adulti fragili e improduttivi. E, spinti dal bisogno e dalla disperazione, migreranno sempre più numerosi verso i Paesi occidentali, che già si sentono sotto assedio.
''Ogni anno - si legge nel rapporto - oltre venti milioni di bambini sono sottopeso alla nascita e questo fa di loro adulti con ridotte capacità lavorative e di sostentamento. Su scala planetaria, ogni anno in cui non si faranno progressi sul fronte della fame, provocherà nuovi decessi e invalidi. Questi, a loro volta, costeranno ai paesi sottosviluppati 500 miliardi di dollari''.
Fame e povertà diventano così interdipendenti, in un malefico circolo vizioso.

Ed è sempre la mancanza di un concreto impegno politico quello che aggrava la situazione. Infatti la FAO indica chiaramente come il problema non sia la disponibilità delle risorse. Da oltre quindici anni anni l'ente internazionale diffonde elaborazioni confortanti secondo le quali il mondo, in base all'attuale stato della capacità produttiva agricola, potrebbe nutrire senza alcun problema più di dodici miliardi di esseri umani, ma manca la volontà politica di mobilitare queste risorse in favore degli affamati.
Le ong da tempo puntano, invano, sulla riduzione o meglio sulla cancellazione del debito pubblico dei Paesi in via di sviluppo. Secondo Ricerca e Cooperazione il suo peso costa al Sud del mondo circa 21 milioni di vite l'anno e vanifica ogni possibile sviluppo. La sola Africa, ad esempio, deve pagare 35 milioni di dollari al giorno, che la dissanguano. In realtà, basterebbe forse meno: arrivare a quel piccolo 0,70 del Pil e destinare investimenti seri,una piccola percentuale delle somme usate per le armi e la difesa, allo sviluppo agricolo.
Il rapporto della FAO, infine, fa notare che l'obiettivo è ancora raggiungibile, ma solo se si interverrà concretamente e in modo concertato, con un'azione diretta contro la fame contemporaneamente a interventi mirati allo sviluppo agricolo e rurale.


Rapporto Annuale della FAO sullo Stato di Insicurezza Alimentare (in inglese)

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31 ottobre 2006

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