Morti senza tombe

''Il mare in burrasca non mi ha fatto paura. Ho pagato tanti soldi per raggiungere l'Italia. Solo la morte avrebbe potuto fermarmi''

19 novembre 2005

Sono riprese all'alba le ricerche nel Canale di Sicilia per trovare eventuali superstiti del naufragio avvenuto venerdì nelle acque antistanti la zona di Sampieri di Pozzallo, nel ragusano, costato la vita a nove immigrati.
I clandestini morti in mare facevano parte di un gruppo di circa duecento persone, dirette sulle coste siciliane dopo aver affrontato una navigazione con mare forza 6 e vento a 35 nodi. I corpi di sette uomini, tra cui due donne, erano sulla spiaggia, altri due cadaveri sono stati trovati in mare più tardi dalla Guardia costiera.
Dei duecento, 164 sono stati rintracciati sul litorale di Sampieri dopo lo sbarco. Sommate ai cadaveri finora recuperati, si giunge a un totale di 173 persone: all'appello - se effettivamente sull'imbarcazione erano in circa 200 - mancherebbero dunque tra le 20 e le 30 persone.
Dopo una serie di interrogatori, gli inquirenti hanno individuato e arrestato due scafisti, un terzo scafista sarebbe morto nel naufragio.

E della tragica traversata, trasformatasi nell'ennesima tragedia nel Canale di Sicilia, ha raccontato Hamed Godbari,  44 anni, di Tunisi, uno degli immigrati - quasi tutti magrebini - sopravvissuti.
''Il mare in burrasca non mi ha fatto paura. Ho pagato tanti soldi per fare questa traversata, per lasciare il mio Paese e raggiungere l'Italia. Solo la morte avrebbe potuto fermarmi''.
Sono queste le prime parole di Hamed, che ha raccontato la tragedia consumatasi nel mare in tempesta, prima di essere trasferito, insieme ai suoi compagni, verso un centro di permanenza temporanea. ''Il nostro obiettivo - racconta - era quello di arrivare a tutti i costi in Italia. Per questo non abbiamo chiesto aiuto a Malta quando siamo passati davanti all'isola''. Hamed dice di non aver visto le unità militari maltesi, ''ma anche se ci avessero raggiunto - dice il tunisino - li avremmo ignorati, il nostro viaggio doveva proseguire''.

Parole, sia quelle di Hamed così come quelle degli altri clandestini, che sono finite nei verbali dell'inchiesta aperta dalla procura di Modica e condotta dagli agenti della squadra mobile di Ragusa insieme ai carabinieri della compagnia di Modica e del comando provinciale di Ragusa. Grazie alle loro testimonianze è stato possibile identificare due presunti scafisti, che avevano in tasca un biglietto aereo per fare rientro a Casablanca, mentre un terzo figura tra le vittime.
Gli immigrati hanno raccontato agli investigatori la loro odissea, iniziata con isacrifici per raccogliere i 1.500 dollari versati all'organizzazione che gestisce il racket dell'immigrazione clandestina tra le coste libiche e quella siciliane.
Storie di persone che vogliono fuggire a qualunque costo dai loro paesi d'origine per raggiungere l'Europa.
''In barca - ha continuato a raccontare Hamed - eravamo circa 200. In un porto della Libia ci hanno fatto imbarcare su una vecchia carretta di legno e siamo partiti nonostante le cattive condizioni del mare''. Quando sono arrivati a Pozzallo, i sopravvissuti hanno trovato ad attenderli molti loro connazionali che vivono nel ragusano. Sapevano che nel barcone dovevano esserci alcuni loro familiari e si sono presentati per abbracciare i loro cari. Una ricerca febbrile, anche nel cimitero di Scicli, dove sono state composte le nove salme e dove nel pomeriggio sono cominciate le autopsie e gli esami dei medici legali che continueranno pure oggi, nell'ambito dell'inchiesta aperta dalla procura della repubblica di Modica.

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19 novembre 2005

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